10 cose che potevano rendere la nostra vita accettabile

10Il Black Friday ha dato ufficialmente inizio a quattro interminabili settimane di pensieri e attività frenetiche, molti dei quali incentrati sullo shopping di cose che non avremmo mai voluto dover comprare: prima delle tonnellate di calorie e elementi tossici distribuiti fra zuccheri, grassi polinsaturi, panettoni vegani e cotechini nostrani, una valangata di regali spesso comprati di malavoglia ed ancor di più di malavoglia intascati, per lo sgradevole obbligo di riconoscenza che ci obbliga a persone che spesso tolleriamo a fatica. E visto che è in arrivo il Natale e con esso le giornate della Fiera della bontà simulata, perché non mitridatizzarsi con delle (in)sane pillole di moralismo? Pensando al profluvio di pii pensieri che voi riverserete in biglietti di auguri e post sui social, elaborando una vision di un mondo migliore che neanche voi vedrete mai, la Monaca di Monza ha cucinato per voi delle polpette di buone sentenze al sugo di occasioni mancate: con un occhio alla linea (della vostra sopportazione) e ai trend della comunicazione mediatica (un sacco infarcita di modelli liturgici e di ammiccamenti ai ranking degli oggetti più venduti della settimana), si è fermata al numero fatidico di dieci. Porzioni per 4 persone (le tre che mi làicano immancabilmente quando mi desto dal letargo scrittorio + io, che sono quel tipo di blogger che controlla le visite dei post almeno quattro volte al giorno). Tempo di lettura: 17 minuti. Se volete vi lasciamo fare la scarpetta nel piattino. Iniziamo!

  1. il cellulare: se avete iniziato a leggermi, be’, ve la siete cercata. A vent’anni di distanza dalla sua comparsa sul mercato purtroppo non si è realizzato il vaticinio di Umberto Eco: correva l’anno 1991 quando in una famosa Bustina di Minerva sostenne che gli unici a dover possedere il telefonino erano “i trapiantatori d’organi, gli idraulici (in entrambi i casi persone che per il bene sociale debbono essere reperite ovunque e all’istante), e gli adulteri”, categoria quest’ultima beneficiata da un tasso di crescita inaudito prima dell’avvento dell’era digitale. Eco aggiungeva che esibire l’uso del cellulare era un segno non di potere, ma di subalternità, ed oggi riesce difficile dargli torto. Se oggi vi riesce impossibile tagliare qualche relazione inconcludente, date pure la colpa a quell’etto di alluminio e silicio che vi portate in borsetta: il più delle volte non serve altro che a disturbare soporifere presentazioni di libri o trovare un pretesto per tagliare la corda da un pranzo in famiglia. Ai più serve solo a darsi pose inquietanti: come il vostro vicino in treno che, mentre vi passa davanti per occupare il posto vicino al finestrino, vi caccia un gomito sulle costole mentre in crisi astinenza mette a caricare il cellulare nella presa fra i vostri due stinchi.
  2. La cultura salutistica: ha liberato le generazioni più giovani dalla sedentarietà, dall’esposizione indiscriminata ai raggi UVA-UVB (che ha trasformato, ad es., le epidermidi dei paninari in precoci ipostasi della pellaccia del capo Apache Geronimo), dal quotidiano consumo acritico di cibi ipercalorici che avrebbero dovuto comparire solo sulla mensa dei taglialegna canadesi. Altresì, ha trasformato quelle che potevano essere degne compagnie in dottori di sapienza pseudo-soterica, ospiti spesso faticosi e maleducati (poche persone a tavola sono manifestamente supponenti come i vegetariani ed i vegani) e autori di pietanze spesso temibili, come quelle a base di tofu o cereali che fino a dieci anni fa comparivano sono nelle versioni di greco e nel mangime dei canarini.
  3. Il libri: in una delle sentenze ad effetto per cui andava famoso, Jean-Jacques Rousseau dichiarò di detestare i libri perché creavano persone presuntuose e indifferenti alla conoscenza, che egli intendeva come prodotto dell’esperienza e dello studio approfondito di ogni fenomeno. Io mi sono allenata a dire a molte persone che non leggo più da decenni: non perché sia vero in assoluto, ma perché così evito di leggere i libri scritti dai miei vicini di casa, degli amici e soprattutto degli amici degli amici, i cui parti vengono spesso raccomandati con la raggelante etichetta “ben fatto”. I giallisti spesseggiano, il va sans dire. Sono solo pochi anni  che abito finalmente in un posto dove nessuno dei miei vicini ha scritto un libro: e, si badi bene, non ho mai avuto per vicini Stefano d’Arrigo o Philip Roth, ahimé, ma autori di ponderosi trattati sulla pesca del tonno nel Golfo di Trieste – più noto per modeste pescate di acciughe neanche troppo pregiate, figuriamoci i tonni – o di saggi di teologia rimasti oscuri anche ai fedeli della Diocesi della stessa provincia. In questo mare di parole spesso dimenticabili invoco spesso il nume di don Lisander, misantropo autore di un capolavoro in cui, con ineguagliabile classe, si rivolgeva a venticinque lettori: immagino che questi si siano moltiplicati a dismisura, oltre per il tempestivo inserimento de I Promessi Sposi nei programmi scolastici, anche perché Manzoni non andava a trifolare le palle degli amici con la preghiera di leggere il suo unico romanzo.
  4. I cani: sarò breve, perché l’argomento mi provoca non poco imbarazzo. Amo tutti gli animali, a partire dagli uomini, specie in fotografia, dove persino i secondi hanno discrete possibilità di fare una figura decente a se ad occuparsi di loro c’è qualcuno che ha studiato a dovere le foto di Steve McCurry o i manuali di Michael Freeman. Ma c’è un limite a tutto: alle macchine in doppia fila davanti ai negozi di cibi per animali, ai cani bagnati in ascensore, ai cani in fila al supermercato, ai cani abbandonati postati sui social da zitelle incattivite con tutti gli umani che abbiano un minimo di simpatia per altri banali esseri umani, agli amici che ti portano a passeggio in Carso con il loro cane e che, mentre stai parlando e purtroppo sulla strada c’è un altro cane, senza neanche una parola di scusa cambiano interlocutore per iniziare una nevrotica sticomitia fatta di “maschio? femmina?” “sì ma è buono” “anche il mio” ”che razza?” “è buono?” domanda ultima alla quale vorresti rispondere, in vece dei tuoi amici, che il Fido in questione è la reincarnazione di Ivan il Terribile XXXII.
  5. La bicicletta: che c*j**i. Magari vanno bene a Reggio Emilia, o dove la gente si sposta in bici da sempre. Impatto ambientale favoloso, ma annullato dal demone spesso idiota e soprattutto anarchico del ciclista medio che ispira guide distratte, anche contromano (perché tanto non inquina), occupando intere carreggiate in curve a gomito a destra, specie quando la biciclettata diventa collettiva nelle uscite domenicali di amatori in abbigliamento tecnico.
  6. La degustazione di vini: superata dalla degustazione di birre, soprattutto da quando vanno di moda quelle belghe con retrogusto (e anche avangusto, immagino) acido, olezzanti piacevolmente di vomito. Il tutto si accompagna con un diluvio di formule pronunciate ad alta voce, con aria ispirata, di attendibilità spesso dubbia, e soprattutto all’interdizione di accompagnare una sana conversazione con un anche contenuto abbandono agli effetti psicotropi dell’alcool.
  7. L’aperitivo: da quando sono sbarcate nei bar quelle ignobili varianti della Fanta rappresentate dallo Spritz Aperol e dall’Hugo, il rischio di scoprire che quella che credevi una compagnia interessante è la banale incarnazione di un avatar senza fantasia è diventato altissimo. Bisognerebbe bandire quei bar che, alle sette di sera, all’ordine di un Americano ti chiedono se intendi il caffè lungo o il cocktail, ma rischia di diventare una guerra senza quartiere.
  8. Le serate fra amiche: rispetto a quello che hanno subito le nostre madri è stata una bella conquista, ma spesso ti ricordano che in quanto a compagnia non hai altre grandi chanches. Motivo per evitare i viaggi di gruppo, specie quelli comprendenti attività di trekking, dove le donne sole imperversano con il loro vitalismo isterico e altamente depressogeno.
  9. Il mito del sesso: sempre sulla bocca dei nonni (perché ne hanno fatto troppo poco), dei padri (perché temono che invecchiando siano superati dai figli), dei figli (perché temono che il vero sesso sia quello di youporn). Per tacere delle working girls e delle profetesse delle gioie del sesso in menopausa. Anche quella è stata una grande conquista, ma con tutto quello che c’è da fare nella vita, che c*j**i anche il sesso. Andiamo avanti, va’.
  10. Le vacanze scolastiche: di buono c’è che le scuole chiudono. Di cattivo, che le persone che riesci ad evitare quando sei occupato ti cercano perché sanno che sei a casa e generalmente ti ricordano che beato te che hai quindici, dieci, 60 giorni di ferie. Quelli che potrebbero fare di te un Satanista perfetto, e il capo di una rivolta luddistica contro tutti gli operatori telefonici.
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