La la land, perché non vi è piaciuto

1200px-La_La_Land_(film)Che l’oclocrazia della comunicazione globale avesse messo fine al prestigio delle élite era un fatto arcinoto e straconfermato, ad es., dagli esiti delle consultazioni elettorali nei posti più disparati del mondo; ma che istituzioni autoreferenziali del calibro della Kodak Academy avrebbero tirato giù le braghe così in fretta rispetto all’avvento del web 3.0 è cosa che neanche i sondaggi più catastrofisti sarebbero mai stati in grado di prevedere. Eppure è andata così: l’entusiasmo pedagogico con cui i 6000 membri dell’istituzione che ogni anno esprime le nominations  e assegna i premi Oscar aveva tentato di imporre il predominio artistico di La la land per il 2017 è stato soffocato dalle non poche proteste di media e pubblico contro il musical di Damien Chazelle, candidato qualche mese fa a quattordici statuette, dal premio per il miglior film a quello per il miglior montaggio sonoro.

Cosa non ha funzionato? La Monaca di Monza, in totale disaccordo con la totalità dei suoi amici insostenibilmente gauche caviar (bisognerà farne qualcosa, prima o poi: eliminarli è un’idea che prendo spesso in considerazione con interesse) e persino con don Rodrigo (che ha rifiutato il mio consiglio di andare a vederlo al cinema: viene informato da queste pubbliche colonne che ciò gli costerà assai caro) propone una chiave di lettura di questo evento se non proprio epocale, almeno mortificante per la capacità di giudizio della scrivente.

La faccio breve: è un film molto ostico nei suoi significati più importanti a dispetto della veste di musical che indurrebbe a pensare ad una complessiva facilità dei messaggi fondamentali. La la land è una breve lezione sui lati oscuri delle vocazioni, e in particolare sulla loro totale estraneità ad ogni idea di condivisione. Pochi giorni fa, una tardiva recensione su The Guardian lo etichettava come un odioso inno al narcisismo. Credo che questa definizione sia inappropriata, perché Chazelle racconta una storia di gente che aspira non al successo, bensì a quel tipo di fusione con il bello che di norma chiamiamo arte, in cui questa idea di bello si nutre dell’immagine di una persona che i protagonisti amano solo per pochi mesi. L’amore di Mia e Sebastian non ha niente di eroico, piegato com’è a fini assolutamente estranei al possesso dell’altro: questo sicuramente fa poco piacere in tempi di crisi ideologica come quelli che stiamo attraversando, tempi in cui si corteggiano le fantasticherie sui principi come l’assetato cerca l’acqua nel deserto. Nella vita di tutti noi c’è poco spazio per il bello, figuriamoci per l’arte: quella è una roba per pochissimi, destinati per lo più al tormento della solitudine o alla frustrazione della rinuncia, in nome delle tristi priorità della cosiddetta vita reale.

In contrasto con l’illusoria veste da fiaba musicale, La la land è un film sgarbatamente esplicito sulla transitorietà dell’amore nelle scomodità della vita reale e sulla sua ineludibile permanenza negli spazi della nostra fantasia: in barba alla famiglia che oggi si tenta di salvare in tutti i modi, inventandone nuove declinazioni nella speranza che siano più convincenti di quelle già note, La la land ricorda a tutti che tutti noi viviamo una seconda vita, che sia con il ricordo del primo amore o con la memoria del nostro ultimo amante, o ancora con le fantasticherie su chi non ce l’ha fatta ad esserlo: questo sempre che non ci arrendiamo, per legittime questioni di sopravvivenza, a fare i ragionieri con i nostri affetti.

Ed infine è un canto del cigno che racconta la fine del culto della donna senza la volgarità del maschilismo e le insincerità del politically correct: la dedizione di Sebastian per la musica dichiara senza mezzi termini che l’unica donna da venerare con i riti del servitium amoris, eternandola nell’empireo della finzione, è quella lontana. Avevano iniziato a dirlo ottocento anni fa i trovatori provenzali, salvo poi essere fraintesi dal rigorismo cattolico dei loro emuli in terra siciliana prima, toscana poi e passare alla storia come gli inventori della monogamia ideale. Ma non per questo non è un film sull’amore: anzi, è una lode all’amore della durata di 128’, di cui le anime belle piangeranno catarticamente buoni 50, come per l’appunto è accaduto alla testarda autrice di questo invito a correre al botteghino

la Vs aff.ma Monaca di Monza

la monaca di Monza
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