A Rio i samurai portano gli zoccoli olandesi

“Le cose perdonabili sono in realtà pochissime” sentenziava ne “Il sapore della gloria” il grande scrittore giapponese Yukio Mishima, geniale anatomopatologo dell’animo umano nell’era della crisi totale e nostalgico ammiratore dell’etica dei Samurai. È una frase che suona moltoJapanese_Olympic_gymnast_racks_up__4_000_phone_bill_after_playing_Pokemon_Go_in_Rio giapponese anche nella sua traduzione italiana: uno la sente e si prefigura subito una scenario di rigore, culto dell’ordine, disprezzo dei piaceri ordinari non senza dormite penitenziali sui futon, culto del fisico a suon di micidiali allenamenti di kendo, sveglie all’alba e regimi alimentari implacabili a base di pesce crudo,  fasce col Sol Levante annodate sopra lo sguardo gelido e distante dei kamikaze; il tutto senza necessariamente aver letto la torbida vicenda di Noboru Kuroda, il tredicenne a metà fra Edipo ed Oreste che architetta l’assassinio della madre per gelosia dell’amante di lei, ufficiale di marina con la duplice colpa di essere un militare adulto potenzialmente capace di dare concretezza a dei sogni di gloria e portatore di attenzioni per una donna vedova.

Al netto delle divagazioni vittimistiche (e omicide) del giovane Noboru, è un po’ vero che molti di noi si immaginano i giapponesi così: gente incapace di perdonare e soprattutto perdonarsi le devianze dalla disciplina e dal pubblico contegno, un po’ inclini al masochismo, non a caso quindi ai vertici nella produzione industriale e nello sport. Ed è per questo che quando la mattina del 2 agosto scorso l’agenzia nipponica Kyodo News ha battuto la notizia dell’incredibile conto telefonico (500.00 yen, pari a circa 5000 dollari) addebitato al ginnasta Kohei Uchimura, incauto giocatore di Pokémon Go negli austeri spazi del Villaggio Olimpico di Rio, persino l’infallibile BBC ci ha messo 24 ore di tempo a realizzare il colpo di testa dell’eroe dello sport giapponese, vincitore di 19 medaglie ai campionati del mondo e sei alle Olimpiadi. Complice un certo disinteresse per tutti gli sport diversi dal calcio, in Italia la notizia è sbarcata appena all’alba del 4 agosto, destinata peraltro  ad essere obliterata in tempo record anche grazie ai buoni servizi dello stesso Uchimura nella conquista del titolo olimpico a squadre da parte del Giappone.

Ma forse più sorprendente della caccia di Uchimura ai Pokémon sono state le reazioni di due importanti istituzioni nipponiche: la compagnia telefonica, che ha prontamente condonato il costo dell’esoso traffico addebitato nella ricerca di Pikachu (peraltro sbarcato a Rio qualche giorno dopo la quête del ginnasta più forte di tutti tempi: ecco perché i giga per rincorrerlo non bastavano mai) riducendolo ad una comoda tariffa daily flat pari a 28 € al giorno; e l’incredibile silenzio stampa del comitato olimpico giapponese, che ci saremmo aspettati inflessibile con la scarsa disciplina nell’esercizio finanziario del sei volte campione del mondo. L’unico commento sulle sventure ludico-telefoniche di Uchimura è venuto dal compagno di squadra Kenzo Shirai, rivelando che il giorno della ferale notizia sull’addebito telefonico U. sembrava morto. Non proprio nella condizione di vittimismo romantico tipica degli eroi di Mishima, ma almeno con un po’ di nipponico feedback sull’increscioso vuoto di autodisciplina.

È dunque finita l’era dei Samurai? Forse in Giappone, ma non in Olanda, patria dell’etica protestante e dello spirito del capitalismo, autrice del miracolo calvinista delle terre strappate alle acque e osservante inflessibile della religione del lavoro e della competizione. E a questo proposito merita ricordare che nessun sistema più della religione deve la sua sopravvivenza al rispetto delle regole.

E così capita che a Giochi Olimpici avviati, con in tasca la promessa di successi agonistici di tutto rispetto, sia il Comitato Olimpico Olandese a dare una notizia sorprendente: l’inappellabile decisione di escludere Yuri van Gelder dalla finale olimpica agli anelli, da lui conquistata con una prestazione brillante dello scorso 6 agosto nel concorso generale, come effetto dell’espulsione dal Comitato Olimpico dei Paesi Bassi, roba da far passare le squalifiche quadriennali per doping come dei buffetti per marachelle. Come hanno riportato i giornali da poche ore, van Gelder sarebbe stato responsabile di una doppia violazione del codice etico degli atleti olandesi, per consumo di alcol e allontanamento non autorizzato dal villaggio olimpico la notte successiva alla gara disputata per l’appunto sabato scorso. “Sono andato in centro per salutare la mia fidanzata Katerina arrivata qui solo per un giorno” ha cercato goffamente di giustificarsi il trentatreenne specialista agli anelli, già campione mondiale di specialità nel 2005; ma il centro era Copacabana, neanche il più veloce dei voli charter assicura andate e ritorno giornaliere dall’Olanda su Rio e comunque il Signore degli Anelli batavo non è affatto nuovo alle censure per comportamenti atleticamente poco ortodossi, se è vero che nel 2009 era stato già escluso dai campionati nazionali olandesi per consumo di cocaina. Schermata 2016-08-09 alle 18.38.01D’altra parte il tweet “Let’s rock in Rio”, battuto dallo stesso van Gelder alla vigilia dei giochi, dichiarava in maniera abbastanza eloquente l’intenzione di vivere l’esperienza olimpica oltre i limiti del convenzionale e soprattutto del convenuto con la federazione ginnastica olandese.

E insomma questa è la prima, provvisoria conclusione di questi primi cinque giorni di Rio 2016. Riassunta nelle parole del portavoce del comitato olimpico dei Paesi Bassi, Mauritius Hendricks: “Una decisione difficile per noi. Sportivamente parlando è un disastro, ma Yuri ma ha violato il nostro codice e non abbiamo altre scelte. Tutti gli accordi e le regole vanno rispettati. I nostri atleti hanno uno standard a cui devono attenersi e questo comportamento è inaccettabile”. Nessuna pietà per The Lord of the Drinks.

I Samurai sono tornati, fanno i dirigenti sportivi e portano gli zoccoli. Zoccoli olandesi, ça va sans dire.

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