Cosa succede se Bob Dylan non ritira il Nobel per la Letteratura (cit.)

Avvertenze per l’assunzione di questa limonata: 1) il titolo è un plagio di almeno altri dieci trovati per articoli simili sul web: ma a voi viene in mente uno migliore? 2) l’assunzione è sconsigliata a chi soffre di ipertensione verso il tempo perduto e di dipendenza dai miti, e in generale a tutti i baby-boomers; 3) volevo avvertirtivi di qualcos’altro, ma vai a sapere di cosa si trattava. 

Bob-Dylan-previewNon sono una fast writer e la notizia è ormai vecchia di tre giorni: Bob Dylan ha rimosso la menzione al premio Nobel dal suo sito ufficiale. Come tutti già sapete, l’atteggiamento del notoriamente scontroso menestrello di Duluth ha già diviso l’agorà virtuale in detrattori e ultrà. L’efficacia di questa mossa a dir poco geniale – mediatica o ideologica, lo diranno i posteri – sta raccogliendo i suoi frutti miracolosi in impennate di download dell’opera omnia dell’autore di Blowin’ in the Wind, richieste implacabili di playlist dylaniane su Spotify, repliche estenuanti su tutti i giornali del mondo del silenzio di Dylan incorniciate da plotoni di banner pubblicitari che spupano di felicità da ogni pixel; e, dulcis in fundo, uno spottone grande come un grattacielo ad opera dell’accademico di Svezia Per Westberg, il cui pubblico caz*#§tone all’indirizzo del Nobel 2016 per la Letteratura è stato ribattuto da tutte le agenzie del pianeta.

Già me la vedo la faccia del vecchio Per: me lo immagino come un attempato signore, consumato da una vita di studio e raffinate letture, mentre tuona “Bob Dylan? Potrei considerarlo maleducato e arrogante” davanti ad una platea di giornalisti stanchi e annoiati, qualcuno dei quali si chiede sghignazzando le ragioni di quel “potrei”. Ma mi immagino anche l’espressione sorniona di Bob, lui che nella sua lunga vita non ha mai fatto un plissé, né quando venne innalzato agli altari, né quando fu trascinato nel fango: neanche quando, 46 anni orsono, dalla bibbia mensile del rock Rolling Stone uscì una severa stroncatura al suo album Self Portrait, sintetizzata nell’icastico e celeberrimo incipit What is this shit?

Ma il 10 dicembre si avvicina, e la risposta alla domanda “Cosa succede se Bob Dylan non ritira il premio Nobel?” la conoscete tutti. Il protocollo si modifica, il vincitore viene comunque proclamato ma senza l’accompagnamento dell’elogio che di consuetudine viene pronunciato in presenza di chi si degna di ritirare il premio, l’assente finisce in un canone che per certi versi è ancora più prestigioso di quello comprendente i beneficiari effettivi dei 900.000 euro erogati dalla Fondazione dedicata all’inventore della dinamite; così, invece di stare a fianco di scrittori come Grazia Deledda e Orhan Pamuk, bravi ma non indimenticabili, Bob Dylan finisce in compagnia di Jean-Paul Sartre, Boris Pasternak e Alexandr Solženicyn e soprattutto si continua a parlare di lui, quando almeno due generazioni l’hanno rinnegato per gente come Justin Bieber o Lady Gaga.

Ciàpa e porta a casa si dice dalle mie parti, e chiamalo scemo: lo dice persino la Monaca di Monza, su cui i seiminutiedieci di apostrofi adenoidali contro l’incauta Miss Lonely in Like a Rolling Stone hanno sempre prodotto un infallibile effetto soporifero, nonostante un’ineffabile sentenza di Rolling Stone  la proclami la migliore canzone rock di tutti i tempi.

Il punto è un altro. Forse dobbiamo essere grati a Bob Dylan per la sua chiarezza di idee sul senso del premio Nobel, a maggior ragione se decide di non andare a ritirarlo. Forse non tutti sanno che è un premio nato male, sulla scia di un enorme senso di colpa, quello dell’inventore della dinamite che legge un necrologio erroneamente dedicato a lui in cui viene descritto come l’artefice della fine dell’umanità; oltre a questo, è un premio che esclude uno dei più importanti campi del sapere, la matematica: pare perché il munifico Alfred Nobel fosse stato tradito da una delle sue amanti per un matematico. Un buon motivo per far fuori la matematica dalle discipline che portano beneficio all’umanità, no?

Vogliamo poi fare qualche considerazione sul senso di stabilire un primato in un campo, come quello della letteratura, in cui qualsiasi intento morale e pedagogico è fortunatamente bandito da quando è in corso quel grande movimento dello spirito che è il Romanticismo, e cioè da almeno duecento anni? O vogliamo parlare delle aderenze, inevitabili ma non per questo meno imbarazzanti, fra arte e classifiche di vendita, quando tra i contendenti il Nobel si fanno i nomi di scrittori come Irvine Welsh e Haruki Murakami? Bravi fin che si vuole, ma pronti a svelare l’equivoco fra grandezza e popolarità che investe la loro fortunata produzione letteraria quando si lasciano andare a dichiarazioni come queste

Schermata 2016-10-23 alle 20.07.59Il Nobel a Dylan è forse un evento rivoluzionario, non privo però di retroscena addirittura reazionari. Rivoluzionario, perché lascia a bocca asciutta un’umanità non coltissima che crede che la letteratura sia sempre stata quella dei libri e più precisamente quella della lettura silenziosa di testi in prosa: anche se diversi Nobel sono stati riconosciuti a grandi poeti, merita ricordare che lo stereotipo della letteratura come biblioteca di romanzi nasce con l’Illuminismo e con l’affermazione della borghesia, che trova nella narrativa in prosa lo strumento più efficace per autocelebrarsi. In termini cronologici, la letteratura dei narratori in prosa è roba dell’altro ieri.

Il Nobel a Dylan è però anche un ritorno al passato: nella storia della letteratura, l’idea di una cultura narrativa in prosa, come piace a Murakami o Don De Lillo, è una parentesi che la prepotente affermazione sul mercato della poesia accompagnata dalla musica sta incontestabilmente chiudendo. Senza dimenticare che la musica c’entra moltissimo con la poesia, e soprattutto ci è entrata alle origini dell’arte della parola: basta sfogliare un manuale di storia della letteratura greca antica e informarsi sulle origini della lirica, solo per limitarci ad un esempio. Piaccia o non piaccia, autori come Bob Dylan nella letteratura ci stanno di diritto, e pure comodi.

E comunque corrono brutti tempi per la letteratura e soprattutto per il premio Nobel. Vi dirò di più, il mio sospetto è che se Bob Dylan non va a ritirare il Nobel non succede proprio niente, perché dietro la proclamazione di un’eccellenza mondiale in un campo abbandonato da molti c’è caos e confusione. Confusione su cosa sia arte, cosa sia letteratura, cosa sia la bellezza. L’estetica di oggi, che non può non coinvolgere anche la letteratura, è l’estetica del consumismo, per cui tutto deve piacere affinché tutto venga desiderato e consumato. Altrimenti come faremmo a dirci fan e voraci lettori di libri diversissimi, da Danubio a Trainspotting?

Ma soprattutto. Voi avete veramente voglia di vedere come va a finire con Bob Dylan dopo un endorsement come questo?

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