Del carcere e della scuola. Perchè l’insegnante è tra gli esseri umani più odiati

scuola_fordCarceri, ospedali e scuole hanno qualcosa in comune. Forse è per questo che l’insegnante accusa le conseguenze di un’identificazione che ha solo scomodità e nessun vantaggio.

Le istituzioni di cui sopra in comune hanno almeno un aspetto fondamentale: in ognuno di questi luoghi si entra malvolentieri e si è contenti quando si esce. Con gradazioni di intensità variabile e con sfumature di sentimento variamente distribuite.

Questo, ovviamente, per le persone sane di mente, per quelle che non accusano disturbi della personalità, nevrosi o manie sadomasochiste.

Però c’è la possibilità che il luogo di lavoro coincida con uno dei tre siti sopraccitati. Quindi risulta necessario frequentarlo per rilevanti fini di sostentamento.Per i fortunati che vanno a lavorare felici, ciò non rappresenta un problema. La questione, invece, si complica e si implica quando sgorga naturale il confronto tra secondini, medici e insegnanti e, di conseguenza, tra detenuti, malati e studenti.

In ogni caso non esiste persona che non percepisca un brividino leggero, un confuso sentimento di trepidazione quando passa davanti a uno di questi edifici. L’inquietudine può diventare pena, apprensione, preoccupazione o crescere in angoscia claustrofobica nei casi gravi. Può suscitare paure inconsce ma , in genere, risveglia reminescenze spiacevoli.

Carcere ospedale e scuola hanno in comune – o avevano – per lo più di essere ospitati in edifici tristi, cadenti e malinconici. Ville primi del ‘900 o austeri palazzi ministeriali di fine ‘800 nel peggiore dei casi, con scantinati umidi o sotterranei malsani, soffitte ingombre di anticaglie, porte e muri sbucciati dalle tinte indefinibili, palchetti scricchiolanti, finestre malandate che lasciano trafilare pioggia e vento e termosifoni arrugginiti. Per non parlare dei servizi igienici.

corridoio_carcereCarcere-ospedale-scuola sono legati saldamente da una climax discendente, per intensità di affanno, dolore, angoscia, apprensione. È innegabile che ci sia un legame. Ma l’ordine sulla scala dell’intensità è soggettivo: c’è chi va a scuola come se entrasse in ospedale o in una prigione. Ma certamente, nell’ordine, chiunque preferirebbe andare a scuola piuttosto che in ospedale o in carcere. La scuola rimane, in ogni caso, il luogo di detenzione e di coercizione più leggero e meno sgradevole dei tre.

corridoio_scuolaCarcere-ospedale-scuola è anche una climax ascendente per numero di frequentatori: pochi in carcere, molti in ospedale, TUTTI – bene o male – a scuola da quando l’educazione scolastica è obbligatoria (e quindi una varietà di costrizione).

Quindi c’è un rapporto di proporzionalità inversa tra intensità dell’afflizione e ampiezza della popolazione sottoposta alla struttura che determina l’afflizione medesima.

Questo fa della scuola l’istituzione più sperimentata e quindi l’argomento su cui chiunque può dire qualcosa per esperienza diretta e indiretta: meglio del calcio che, com’è noto, non è praticato dalla totalità della popolazione né in pari quantità per entrambe i sessi. A rendere la scuola un argomento di conversazione appetitoso c’è che – nella maggior parte dei casi – è un’esperienza traumatica per qualche aspetto. E quindi gli aneddoti si sprecano, riempirebbero più pagine della Bibbia.

E questo fa degli insegnanti la categoria più ampiamente criticata e maledetta (inclusa quella percentuale insignificante di insegnanti riconosciuti come utili alla crescita cognitiva o etica) Anche perché gli insegnanti hanno un controllo sull’utenza limitato nel tempo e nello spazio e quindi una limitata capacità deterrente: per esempio chiunque sa che, una volta uscito da scuola, non ci tornerà più. Potrà spernacchiare gli insegnanti quanto vuole. Invece in carcere e in ospedale ci si può sempre tornare.

rondolino_botteainsegnantiIn sostanza: i secondini hanno in mano la tua libertà. I medici la tua salute. I professori la tua cultura (che, da quando è nata l’intelligenza digitale, non coincide più né tanto con la scuola né col tuo futuro). Libertà e salute non si negoziano. La cultura sì, perché è vaga, incostante, volubile, rarefatta Tutto è cultura. E anche niente. I classici sono bistrattati e non dicono più granché. E se lo dicono, diventa qualcosa di grottesco. Quindi un insegnante vale tutto o anche niente, a seconda di chi lo guarda e lo soppesa. Questo è il motivo per cui spesso su di un insegnante si può dire tutto il bene possibile, ma anche tutto il male. (Talvolta il male glielo si fa, sottoforma di legnate…)

Tutt’al più un insegnante può lasciare un retrogusto sgradevole, quando non sia odio puro, ma niente in confronto alla privazione della libertà o della salute.

A parlare di educazione le cose non cambiano, anzi: peggiorano. Non c’è genitore che non sia certo di sapere sul proprio figlio molto di più di quanto ne sa un insegnante. Non c’è genitore che non sia convinto che le qualità del proprio figlio non siano comprese e valorizzate dagli insegnanti. Non c’è essere umano che non si creda un educatore e quindi esperto di educazione e didattica. Di conseguenza, quello dell’insegnante non è più considerato un sapere specialistico (come quello del medico) o un potere di controllo sulla condotta (come quello della guardia carceraria). Chiunque si sente autorizzato a mettere in discussione qualsivoglia decisione didattica o educativa. Compresi i controlli e le sanzioni sulla condotta.

Ma la cosa che veramente fa la differenza è lo sciopero. I secondini non possono scioperare. Se scioperano i medici causano un sacco di inconvenienti e di fastidi. Gli insegnanti delle scuole medie (assieme ai casellanti dell’autostrada, se non sostituiti da robot) sono gli unici che quando scioperano fanno un favore all’utenza perché gli studenti, quel giorno, tornano a casa, o se la spassano in giro per città o guardano un film o navigano in rete.

Se poi si aggiunge che gli insegnanti non solo non hanno alcun potere contrattuale ma non guadagnano nemmeno quel tanto che gli garantisca un gradino medio nella scala del censo, si capiscono molte cose.
La principale è: perché la gente ce l’ha con gli insegnanti e con la scuola.
Perché?

Primo: perché la scuola è l’istituzione in assoluto più frequentata in età giovanile, vale a dire nel momento formativo dell’individuo, quando ciò che accade si imprime in modo indelebile nella psiche per tutta la vita e origina una discreta varietà di incubi ricorrenti ( a esempio la maturità).

Secondo: è claustrofobica. Rispetto al bisogno di libertà ricorda il carcere e l’ospedale. Ne è un simulacro depotenziato ma efficace nell’esprimere, più nel male che nel bene, il senso di reclusione. Si deve stare fermi e seduti per 5-6 ore.

Terzo: perché a pretendere di comandare c’è della gente (gli insegnanti) che ci ricatta non con la storia della libertà o della salute, ma vantando un’autorità che in effetti non ha. Ma ce ne si accorge da adulti, quando ormai è troppo tardi.

Quarto: di conseguenza quando si cresce, ci si domanda come sia accaduto che un gruppo di adulti si siano permessi di trattarci come individui in stato di minorità (appunto: detenuti o malati).

Quinto: per la durata degli studi, alunni e genitori si sono sentiti sotto ricatto costante dall’istituzione e hanno accumulato insofferenza, acredine, fastidio pronto a fuoriuscire alla minima occasione.

Sesto: la scuola evoca troppo il potere giudiziario.Soprattutto per i consigli di classe di fine anno (ovvero gli scrutini) che sono dei piccoli tribunali in cui si commettono quasi sempre piccole o grandi ingiustizie.

Settimo: per questi motivi ci dogliamo e cerchiamo di ottenere vendetta. Almeno a parole.

Chi esce da scuola giura che non ci metterà più piede, come in carcere. O spera di non tornarci più, come in ospedale. (Senza mettere nel conto gli incubi dell’esame di maturità…)

Roberto Calogiuri

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