Diamoci del tu (e tagliati i capelli)

pope1Suor Bice da Nepi – adiposa e vacillante monaca – prendendolo a ganascini, buffetti e sbaciucchi, chiede a un giovane in immacolato abito pontificale: “Santo Padre carissimo, cosa ti vuoi mangiare per pranzo?… amatriciana, pasta e fagioli, carbonara…”. Al che, il giovane papa di Sorrentino risponde irritato e gelido:

I rapporti amichevoli sono pericolosi, si prestano ad ambiguità, fraintendimenti, conflitti… e terminano sempre in malo modo. I rapporti formali sono limpidi come l’acqua di fonte, hanno regole che sono scolpite nella pietra.

La massima è proferita al 14° minuto della prima puntata: quindi diviene un tratto significativo e deliberato del personaggione, incastonata tra altre sentenze sentenziose(che varrebbe riportare, come spunti conversazione).

Fa bene il giovane papa a trattare con distacco quasi sadico la veneranda suor Bice (che rimane mortificata)? O avrebbe dovuto blandirla come si fa con una buona nonna e accettare le sue viscose avances?

Se l’avesse fatto, non sarebbe stato il personaggio che è: cinico e strumentale, freddo manipolatore, calcolatore machiavellico e spregiudicato e, com’è noto, fumatore incallito. Ma soprattutto irraggiungibile.

Pio XIII/Jude Law, così, tiene tutti a debita distanza con il LEI. Sacrifica la vicinanza in nome della formalità, la confidenza in nome dell’etichetta, la familiarità in nome della convenzione. E così si mette al sicuro da ambiguità, fraintendimenti, conflitti ed esiti infelici, rinunciando e temendo quanto la vicinanza, la confidenza e la familiarità del tu portano con sé.

Però esiste una serie di casi in cui qualcuno vuole dare del tu a un altro. Evidentemente lo fa per entrare in confidenza, familiarità e vicinanza con l’altro: sperando in un esito felice, certamente in un vantaggio. Per sé, ovviamente.

Perché lo fa? A parte il tu che ci si dà tra amici e parenti, perché il medico dà del tu all’ammalato? Perché il commesso di un negozio dà del tu al cliente che vede per la prima volta? Perché il dirigente dà del tu al suo sottoposto? Il caporeparto all’operaio, il colonnello al soldato semplice, la signora alla cameriera etc. etc.?

È fin troppo chiaro il perché. È chiara la linea di demarcazione tra soggetti attivi e soggetti che sono o devono essere in qualche modo passivizzati.

Ma l’aggravante si verifica in una sottocategoria degli pseudo amichevoli, ossia quando il superiore esige/chiede che il subalterno ricambi il “tu”. Lì avviene la vera forma di violenza.

Perché così facendo, chi si trova in una posizione di superiorità gerarchica finge di mettersi sullo stesso piano del suo sottoposto. E dico finge perché si tratta di un “tu” senza reale reciprocità, simula una complanarità tra punti diversi per livello, quindi una finta parità, tutta esteriore, che non corrisponde alla situazione reale.

Una mossa di alta strategia per poter chiedere da superiore – ma in realtà dare un ordine – e sentirsi rispondere da un amico coartato che non può dire di no.

Il gioco ricattatorio dovrebbe essere chiaro.

In sostanza, che sia “lei” o “voi”, ha ragione il giovane papa. O anche Gavino Sanna che racconta, nella sua biografia del ’98,  di aver incontrato con Berlusconi che gli disse: “Caro Sanna, da giovane portavo i capelli lunghi come lei. Poi li ho tagliati e la mia vita è cambiata. Facciamo un patto: se lei se li taglia, ci diamo del tu”. Non ho mai obbedito».

E in effetti, ha ragione Sanna: già solo il fatto di accettare di scambiarsi il “tu” con chi percepiamo superiore o semplicemente distante, è una forma di obbedienza o condiscendenza forzata, di rinuncia a una parte di sè e della propria dignità.

E siamo ben oltre il lambiccarsi sul “lei”e sul “voi”, sul purismo, fascismo e inglesismo (che è pur sempre una forma di dittatura linguistica).

Non è il “tu”, ma il “lei” il nuovo fronte del rispetto per i diritti dei subordinati, dei deboli, di chi vuole mantenere la propria identità.

Parola di don Rodrigo.

don Rodrigo
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