Edipo non fu quel furbo che si crede!

Edipo non fu quel furbo che si crede!

[Roberto Calogiuri]

Edipo-e-la-sfinge-Ingres-1808Fu un giorno tristissimo quando a Tebe giunse la Sfinge. Fu un dio a mandarvela. Giunse dalla lontana Etiopia e, da quel giorno funesto, essa iniziò a terrorizzare i cittadini innocenti.
Da quel giorno, ogni giorno, si dispone appollaiata sulla sommità di una colonna, proprio nella piazza principale della città. Da lì incombe terribile e paurosa perché il suo essere è contro natura e il suo corpo è quello del leone famelico e sanguinario, e sulle spalle ha le ali dell’aquila rapida e implacabile, e la sua coda termina nel serpente strangolatore e mortifero. Ma ancora più terribile e sinistra appare, perché il suo volto è quello ammaliatore di una fanciulla incantevole.
E dal culmine della sua colonna sovrasta i cittadini e così rimane a osservarli. Li scruta immobile e sembra che dorma. Ma improvvise scattano le sue ali, e si distende con tutto il corpo, e con gli artigli ghermisce ogni bel giovane che passa nelle vicinanze, e lo avvolge con le sue spire e lo rapisce in alto verso il cielo. Si trastulla con il malcapitato e lo illude che sarà salvo se risolverà l’indovinello che nessuno sa risolvere. Perché non esiste un uomo che sia abbastanza saggio e il poveretto trapassa al regno dei morti soffocato e poi dilaniato.
È invincibile la Sfinge: nessun eroe osa sfidarla. Ma in fondo al suo cuore malvagio, anch’essa ha una paura. Una paura lontana. Era stato detto che un giorno un tebano, un uomo di stirpe reale, ucciderà il re e scioglierà l’enigma. E il premio della vittoria sarà il trono di Tebe la mano della regina. E allora la Sfinge volerà in alto, oltre le nubi, e da lì si precipiterà sulla terra e si sfracellerà al suolo, porrà fine ai propri giorni funesti come un tempo lontano fecero le Sirene per la disperazione impotente, quando nulla poté il loro canto sul divino Odisseo. Allora Tebe sarà liberata dalla soggezione dell’orribile mostro, mostro orribile soltanto a dirsi.
Così era stato detto. E l’eroe che verrà sarà un uomo dai piedi gonfi e la Sfinge nulla potrà contro di lui, perché egli è lo strumento del destino, del Fato onnipotente al cui volere anche il sommo Zeus deve piegarsi. Al cospetto dell’uomo dai piedi gonfi la Sfinge riconoscerà la vanità del suo orgoglio e la miseria del suo essere.
Ma la Sfinge gongola perché fino a quel momento è libera di imperversare. E semina panico, lutto e dolore in ogni casa, in ogni famiglia. Così è ogni giorno che gli dei mandano sulla terra. Nessuno può fermarla perché è incontenibile e inarrestabile. Nessuno conosce il momento in cui l’eroe promesso dal destino verrà a liberare gli uomini dalla terribile Sfinge. Cupa e profonda è l’angoscia di tutti, a Tebe.
Ma un giorno accade un fatto insolito. Uno straniero – così si racconta – arrivato da Corinto, ha una lite con il re Laio all’incrocio con la strada che sale a Delfi lungo la vallata. Quindi, costui si dirige a Tebe ed è accolto dalla regina Giocasta. Giunge nella piazza e la Sfinge, vigile, dall’alto della sua colonna nota lo straniero. Lo nota prima distrattamente, con gli occhi semichiusi. Poi, come fa con tutti gli stranieri, guarda in basso, verso i suoi piedi, per sapere se – come voleva il Fato -fosse giunta l’ora della sua fine.
E così fu.
Nello scontro con il re Laio, questi gli era salito con la ruota del carro sui piedi che erano divenuti gonfi. Al solo vederli, la fanciulla dal corpo di leone emette un terrificante ruggito di disperazione e rabbia. È giunta la fine. Lo straniero avrebbe risolto l’enigma e la Sfinge si sarebbe uccisa. Così era stato detto. Nondimeno il mostro lo avvolge nelle sue spire e lo rapisce verso l’alto, per terrorizzarlo, per lasciarlo senza fiato. Poi lo depone sul monte Ficeo e lo interroga con voce dolce, più dolce del miele dell’Imetto.
– Come ti chiami, straniero, e da dove vieni?
– Vengo da Delfi e mi chiamo Edipo, che vuol dire quello dai piedi gonfi.
– Questo lo vedo. Ma possiedi anche un intelletto fino?
– Non lo so… Perché?
– Perché io ora ti propongo un enigma… è la mia missione. E tu dovrai dimostrare di essere più scaltro di me. Se ce la farai, otterrai un premio.
– E se non ce la farò?
– Di cosa ti preoccupi? Non vuoi rischiare? Non sei pronto a misurarti con me?
– Non mi piace questa faccenda! Non la capisco. E poi…perché dovrei misurarmi con te? Tu sei un mostro alato, orribile a vedersi, e io un uomo. La lotta non è pari…
– Ma noi non confrontiamo la forza fisica. Confrontiamo l’intelligenza…
– In questo caso… mi hai convinto. Parla. Ti ascolto.
– Bene: c’è sulla terra un animale che può avere quattro, due o anche tre gambe ed è sempre chiamato con lo stesso nome. È il solo tra gli esseri viventi che si muovono in terra, in cielo e in mare, che muti natura. Quando egli cammina appoggiato a un maggior numero di piedi, la velocità delle sue estremità è minore.
Così parla la Sfinge e il suo cuore si arresta. Edipo rimane in silenzio. Un silen-zio infinito mentre la creatura orribile trattiene il respiro perché già contempla la propria fine. Già vede spalancarsi l’eterno abisso del Tartaro.
– Che animale è? Chiese il mostro.
– È difficile… non saprei…
– Coraggio… e anche troppo facile…
– Mah…un orso zoppo? – Accenna Edipo timidamente.
– Sbagliato! – Sibila la Sfinge a colui che non può sbagliare. A stento si trattiene: vorrebbe ma non può ghermire l’uomo del destino. Egli deve trionfare anche se non ne è capace. Un eroe senza coraggio e senza virtù. Che contrasto!
– Allora ascolta – riprende il mostro prodigioso – Voglio aiutarti e lo faccio contro il mio interesse. Vediamo se risolvi questo enigma. È più semplice: quali sono i due fratelli di cui l’uno genera l’altro e il secondo genera a sua volta il primo?
– Non ne ho la più pallida idea… – Risponde Edipo sereno.
– Ti voglio aiutare: sono un maschio e una femmina…
– Non lo so!
– Quando uno declina l’altra sorge…
– Non so rispondere!
– … e quando quella a sua volta declina, risorge il primo! Non puoi non saperlo.
– Non mi viene in mente proprio niente…
– Sforzati un po’… ragiona… accade due volte al giorno…
Edipo scuote la testa con lo sguardo verso terra.
– Vuoi uomini… non sapete mai nulla. E cosa si può pretendere da esseri cos’ ignoranti e superficiali da non comprendere nemmeno la massima scolpita sul tempio di Apollo a Delfi!
– E cosa dice questa massima?
– Dice Conosci te stesso.
– Infatti non capisco: che bisogno c’è, addirittura, di scolpire una frase così banale…
– Per gli dei dell’Olimpo! Se il Fato che tutto governa non mi avesse vincolato con le catene più forti che esistano, ti avrei già squartato, fatto a pezzettini e seminato ai quattro venti. Ma ti rendi conto di quello che dici? Ti rendi conto che non risolvendo l’enigma che ti propongo non diventerai re di Tebe? Non potrai nemmeno sposare la regina Giocasta?
– Pazienza… Tebe non mi piace. E non mi piace neanche la regina. Ma l’hai vista che vecchia? Sembra mia mamma!
Con un ruggito agghiacciante la Sfinge si lanciò volando in aria e poi tornò vicino a Edipo con la bocca schiumante e il petto che ansimava dalla rabbia. A stento seppe dominarsi.
– Quale sarebbe la soluzione degli enigmi?- Chiese Edipo pacifico.
E la sfinge:
– L’uomo è la soluzione del primo. Il giorno e la notte del secondo.- E tacque pensierosa.
– E cosa vuol dire conosci te stesso? – Chiese Edipo.
– Umano ignorante e profano. Vuol dire sappi riconoscere i limiti della tua umana debolezza!
E mentre parla la sua coda strisciante e infida si avvicina al collo di Edipo, lo af-ferra, lo stringe, lo soffoca. E dopo averlo serrato tra gli artigli lo porta via con sé. Per sempre. E da quel giorno nessuno vide più la Sfinge né Edipo.

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