Erdogan e la sua Troia. Oggi come ieri (l’inganno paga sempre)

troia_istanbul_ritVerso la fine del XIII secolo a.C., a circa 350 chilometri da Istanbul (un’oretta di aereo oppure circa cinque di automobile), si scatenò una delle guerre più famose di tutta la storia antica.

Come la maggior parte dei conflitti, anche questo fu pianificato e compiuto per una questione di risorse, per un senso di ingiustizia e sopraffazione. La città che si volle distruggere era Troia (ovvero Ilio). E non fu per la questione delle corna che Elena pose sulla testa del marito Manelao con la complicità di Paride e l’aiuto di qualche divinità. La storia è più prosaica e ripetitiva.

Sorta sullo stretto dei Dardanelli (una volta chiamato Ellesponto dai Greci), Troia controllava tutto il traffico che proveniva dal Mar Nero. Come oggi accade a Istanbul che sorge sul Bosforo (altro nome significativo e di origine greca).

Per questo motivo gli Achei, i greci di allora, decisero di muovere un attacco alla ricca e potente città che dominava incontrastata per una cinquantina di chilometri sulle coste della Frigia e faceva il buono e cattivo tempo nell’economia dell’epoca. Se lo poteva permettere perché esercitava un rigido controllo sulla via degli stretti che – attraverso il Mar di Marmara (già Propontide) – conducono al Mar Nero (una volta chiamato Ponto Eusino) e collegano il mar Egeo con l’Asia.

La stessa cosa accade oggi per Istanbul, ma – dato l’enorme sviluppo della comunicazione e dei traffici di merci e uomini – bisognerebbe dire tutta la Turchia, ovvero l’Anatolia (come la chiamavano i Greci) o Asia Minore.

A quell’epoca, Troia era in grado di controllare il traffico di merci che, data la conformazione del terreno greco (montuoso, arido e infecondo), erano di importanza vitale per la Grecia e il Mediterraneo centro occidentale: grano per sfamare  una popolazione in crescita, rame e stagno per ricavarne il bronzo per costruire armi e armature con cui combattere, e poi ambra.

Oggi, dalla Turchia, transitano risorse altrettanto vitali non solo per la Grecia, ma per tutta l’Europa. La Turchia è uno snodo fondamentale per il transito di merci tra l’Asia centrale e il resto del mondo. Non più rame e stagno, ma ci passano ancora il grano e i cereali russi. In più, dal Bosforo transita il 3% della produzione mondiale di petrolio e derivati. E poi ci passa il gas russo, ossia buona parte del combustibile che alimenta l’Europa.

Da Troia a Istanbul non è cambiato nulla. Da lì transitano sempre merci di interesse vitale. Semmai il progresso ha aumentato l’importanza strategica – eccezionale già nei tempi antichi – di questa parte del mondo.Cavallo_di_troia

È comprensibile che gli Achei abbiano voluto distruggere il pesante giogo troiano, il monopolio sul traffico e l’imposizione di tasse troppo alte su generi necessari. È comprensibile che abbiano tentato di impadronirsi delle rotte marittime che portavano grano e metalli dal Ponto Eusino. Per loro era così importante da interrompere le lotte interne e risolvere le discordie per unirsi agli ordini del re di Micene e muovere guerra ai Troiani. L’obiettivo era distruggere la loro egemonia sui traffici marittimi e, di conseguenza, il ricatto esercitato sulle proprie comunità. E non se ne andarono finché non perfezionarono la strage. Ci impiegarono, dice il mito, dieci anni e doivettero ringraziare Ulisse e il suo stratagemma del cavallo.

Ai tempi nostri le cose non sono tanto diverse.

Allora, come oggi, si tratta ancora di uno scontro tra due culture: quella occidentale e quella orientale. Allora la civiltà troiana fu distrutta da quella micenea, anche se questa rimase tanto indebolita dallo scontro che dovette arrendersi ai Dori.

Oggi, la civiltà orientale è interpretata da Recep Tayyip Erdogan il quale ha reagito prima che una qualche offensiva  potesse prendere corpo e minacciare il suo primato presidenziale e il ruolo, che la Turchia riveste, di controllore e regolatore dei traffici e dei flussi con l’Oriente. Traffici che si complicano con la questione dell’Isis.

Arrivato a un punto critico, Erdogan non poteva più recitare troppi ruoli nel teatro vicino orientale senza perdere credibilità politica e religiosa.

Nella riedizione dello scontro tra Europa e Asia, Erdogan recita troppe parti e troppo distanti: la parte di chi aspira a entrare nell’Unione Europea ma la ricatta e ottiene denaro per tamponare le frontiere e tenere lontani i migranti. Strizza l’occhio al Califfato acquistandone il petrolio di contrabbando, fornisce mezzi e vie di comunicazione per il transito delle armi ma si presenta come fedele membro della Nato e custode della pace mondiale.  Si propone come democratico ma, ossessionato dalla questione curda, cancella le immunità politiche approvate dal parlamento di Ankara e permette agli jihadisti di transitare verso la Siria. Tende una mano a Putin dopo aver sparato sui suoi caccia.

erdoganPrima che qualcun altro immaginasse un’ondata di navi e di Mirmidoni per espugnare una nuova Troia, Erdogan ha battuto tutti sul tempo. Prima che la situazione precipitasse svelando un gioco pericoloso,  prima che Bruxelles fosse costretta ad aprire gli occhi su quanto stava accadendo veramente in Turchia, Erdogan- colui che molti osservatori mondiali hanno definito “il machiavellico principe di Istanbul” ha un colpo di genio.

Prima che i suoi giri di valzer attirino troppa attenzione, è lui che si inventa una Troia col suo Cavallo, un manipoli di nemici dissimulatori presenti con la frode all’interno del suo stato, dentro i sui gangli vitali: esercito, informazione, istruzione, giustizia.

Questo gli permette ancora una volta di essere lui il regista e di assegnare le parti della sua recita. Da aggressore diventa aggredito. E il gioco è fatto.

Se un trucco ha funzionato una volta, perchè non replicarlo?

Il resto è cosa nota.

Salam aleikum

Roberto Calogiuri

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