Fare shopping a Trieste. Vuolsi colà dove si puote (se qualcuno ti vuole)

img_0297-1Lo spirito di una città si può cogliere da tante cose: dalla sua posizione geografica, dalle sue vicende storiche, dalle espressioni della sua cultura, dai volti della gente, dal modo di accogliere i forestieri. O anche da come venite trattati in un negozio in cui cercate una cosa che vi serve.

Se teniamo conto almeno dei primi tre fattori, dovremmo riconoscere che Trieste è una città per lo meno ricca di fascino. Le cose cambiano un po’ se andiamo avanti con la disamina di altre caratteristiche distintive.

Se prendiamo in considerazione il quarto fattore, per un buon 50% della popolazione locale dovremmo dare la parola ai dermatologi perché la percentuale di tanoressici nella città di Italo Svevo è a mio giudizio allarmante: credo che questo sia indice di una certa forma di autismo che rende il triesticolo medio assolutamente indifferente agli stereotipi imperanti nell’estetica occidentale, nella quale sono stranamente temuti rughe e rilassamenti cutanei che possono rendere fascinoso al massimo un capitano di lungo corso o un collega di Walter Bonatti. Quanto al quinto, lascio la parola direttamente ai social-addicted che quotidianamente manifestano la loro autonomia rispetto a quelle che giudicano forme degenerate di conformismo pseudocosmopolita, commentando su diverse testate web gli articoli sulla presenza in città di migranti diversamente colpiti dalla malasorte. Ovviamente in stretto dialetto triestino, la lingua italiana è normalmente considerata povera di sfumature semantiche o meglio connotative. Occorre che passi in rassegna i contenuti?

Parlare delle originali forme di cordialità dei commercianti triestini non è cosa per cui intendo spendere più di tante energie. L’hanno fatto, per limitarci solo ai blogger e agli influencer locali, persone ben più geniali di chi scrive: fra i loro prodotti svetta, insuperato, il corto I segreti della cortesia triestina dei videomaker di Vile&Vampi, un capolavoro che nessun appassionato di scienze sociali e di curiosità triestine può permettersi di perdere.

Quando entri in un negozio a Trieste ti rendi conto, anche senza aver fatto grandi studi di storia moderna, che gli antenati dei triestini non sono di sicuro gli artefici della civiltà della sociabilité: quello straordinario repertorio di competenze sociali che, assieme alla mentalità imprenditoriale e alla tolleranza, ha determinato l’ascesa irresistibile della borghesia. Senza aver fatto grandi studi, lo ripeto, questa è una cosa che si capisce anche solo considerando l’indice di frequenza di espressioni e locuzioni come volentieri e no se pol nella produzione testuale, pubblica e privata, dei residenti alle pendici del Carso.

Quello che però ignoravo fino a ieri mattina è che l’operatore medio nel settore del commercio triesticolo non è solo, di norma, indolente, sgarbato, respingente, talora ignaro delle caratteristiche della merce che dovrebbe vendere (però sa leggere le specifiche tecniche dall’involucro del prodotto assieme a te, se glielo chiedi) e fondamentalmente irritabile, in sommo ossequio a quel forte senso di fierezza e autonomia che contraddistingue tutti i suoi concittadini: può essere pure un insopportabile impiccione.

Ed arrivo al caso mio. Ieri mattina passo da un megastore di un noto centro commerciale per comprarmi una stampante. Ci arrivo claudicando, sorretta da una stampella. Be’, sicuramente in giro c’era chi se la passava peggio di me. Però diciamo che se dovevo prendere l’iniziativa di darmi allo shopping, al massimo mi portavo via un phon.

Ero arrivata lì non perché abbia una particolare simpatia per i megastore, ma perché mi tornava comodo e perché ogni volta che penso di comprare qualcosa su Amazon (o altri negozi on line) mi si stringe lo stomaco alla fantasia delle interminabili file di Tir che intasano le autostrade. Visto che i negozi della mia città hanno in genere l’80% delle cose che potrebbero servirmi, immagino che di Tir ne sono arrivati già diversi vicino a casa mia: se vado fare la spesa direttamente in un negozio, magari riduco la fila sull’A4 di almeno 8 metri. Poi mi dico che, così facendo, non sarò io a mandare in crisi il mercato del lavoro dei camionisti.

Ma ieri mattina esagero. Entro nel negozio, individuo la stampante che fa a caso mio e, visto che mi sta a cuore il futuro de’ gggiovani che lavorano nel settore tecnologico, decido di comprarne una che costa buoni 30 euro di più di quella che mi basterebbe. Quattro cartucce, scanner, fax, stampa fronte-retro e in Wi-Fi, connessione a più dispositivi intelligenti, fascicolatore. Peso del prodotto incluso imballo gr. 8480. Un po’ troppi per portarmi la stampante a casa da sola, almeno allo stato attuale delle cose.

Chiedo dunque se il meganegozio fa servizio di recapito a domicilio. Panico nello stadio.

Il commesso che mi sta servendo ne chiama a raccolta altri tre. Il più avveduto applica elementari principi di proprietà transitiva e si chiede se il servizio esiste per frigo e tv, perché non dovrebbe esserci per una stampante che pesa otto chili e mezzo? e aggiunge: La ga anca de ritirar una vecia? Per i lettori extra moenia: mi si chiede se devo far ritirare una stampante usata. Il dialetto triestino ama l’ellissi, e prevede anche ampie possibilità di risemantizzare vocaboli di uso corrente, scavalcando le obsolete categorie di verbo transitivo e verbo intransitivo (v. exempli gratia la flessibilità dei verbi tornar e ritornar, che dalle nostre parti si usano nel senso di “restituire”). Un altro principio che viene di norma aggirato è quello di rendersi disponibili ad una comunicazione chiara e condivisa parlando in lingua: nell’intrattenere qualsiasi rapporto con il pubblico, nel 90% dei casi il triesticolo parlerà con chiunque, venisse anche dalla Mongolia, in un idioma solo, in dialetto triestino. Se te capissi, bon, altrimenti pazienza.

Mentre aleggia ancora il dubbio ed il quartetto consulta febbrilmente non so quale pagina della loro Carta dei Servizi, chiedo se il recapito a domicilio è a pagamento. Quel no xè un problema risponde il più zelante della compagnia; mentre stoltamente fantastico su una consegna ad un prezzo accessibile, il mio interlocutore si affretta a riportarmi alla realtà chiedendomi se voglio pagare un servizio al costo di noveeuroenovanta per poter avere un rimborso dell’ 80% sul prezzo futuro della stampante nel caso in cui decida di cambiarla fra quattro anni. All’incauto venditore rivolgo lo sguardo di chi gli sta chiedendo se pensa proprio che io sia una fessa, avendo io la certezza assoluta che tra quattro anni la mia stampante sarà fuori listino, ma al contempo rispondo abbastanza gentilmente no, grazie.

E allora lo scenario cambia d’emblée. E triesticolo furore inizia ad animare la favella del commerciante astuto, e dire che si tratta di quello zelante.

Scusi, ma lei no la ga qualchedun che pol vignir a ritirar la stampante?

 (S O N O  T E S T U A L I  P A R O L E)

No so (ecco sì: non sai), un amico, un’ amica, qualchedun

Avete capito come vanno le cose da queste parti. Laddove, in qualsiasi altra parte del mondo, per acquistare un servizio – se disponibile, il va sans dire – bastano contanti, assegni, carte di debito o di credito o al massimo una carta d’identità in aggiunta, qui bisogna anche dimostrare di avere degli amici che di sabato pomeriggio non hanno niente di meglio da fare che andare in un cesso di centro commerciale a ritirare le tue stampanti.

Mentre il mio spirito guerrier entro mi rugge che quel qualchedun vorrei essere io e, nello specifico, nell’atto di calargli con forza una stampellata ai testicoli, mi chiedo se in questa città piagnona, sempre rivolta a rimpiangere un grande passato che in gran parte esiste solo nella sua fantasia accidiosa, la gente è normale. Soprattutto quando scopro alla cassa che il favore (sì, proprio favore: quello che in qualsiasi rivendita oltre il Timavo si chiama servizio, ma qui è proprio un favore) tanto richiesto costa nientemeno che 35 € e che può essere concesso previo una breve attesa di otto giorni.

Per farla breve. Siccome Amazon mi sta sull’anima, compro la stampante e casso l’ipotesi della consegna a domicilio. E la prossima volta vado a farmi trattare male da un’altra parte.

L’anima del commercio. I triesticoli ce l’hanno in tasca, ma sovente sono troppo pigri persino per frugarla. E se devi comprarti una stampante e stai ancora zoppicando, vuolti colà dove si puote. Se qualcuno ti vuole, of course.

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