Grazie per aver amato (anche me)

Non è facile fare una breve lista di tutte le occasioni in cui sulla Rete e soprattutto sui social network tutti trovano qualcosa da dire. Ma una cosa è certa: nel ranking delle occasioni perdute per lasciar parlare chi sa farlo meglio di noi, un posto d’eccellenza ce l’hanno sicuramente i post di necrologio per salutare la scomparsa di personaggi importanti.

Da almeno una decina d’anni è in corso una vera emorragia dei personaggi che hanno fatto la storia del Novecento o della cultura contemporanea; ma da quando questa ha allargato i suoi confini nelle regioni del pop e dell’industria dell’intrattenimento inglobando l’agorà del web, possiamo dire che la pratica del cordoglio ha arricchito le sue scontate funzioni sociali con implicazioni emotive e ricadute antropologiche inimmaginabili fino a qualche anno fa. Emotivamente, siamo ormai affaccendati in un superlavoro di pubbliche condoglianze e di condivisioni di memoria collettiva che mette a dura prova la reale sensibilità dei nostri cuori e contribuisce a spersonalizzare le nostre già fragili identità: queste si ostruiscono di miti con cui settimanalmente – talora anche più volte alla settimana – siamo indotti a identificarci, miti in cui siamo costretti a trovare le radici del nostro modo di vedere il mondo e al cui ricordo siamo costretti a riandare ad un passato spesso sgradevolmente distante per rammentare l’incontro con cotanti mentori. Da un punto di vista antropologico, non si può nascondere che molti di questi incontri sono stati spesso onerosi, consistenti nell’acquisto di un libro che ci ha cambiato la vita, un disco che ci ha fatto innamorare, un film che ci ha fatto appassionare per una fede politica, un vestito che ha liberato la nostra sessualità o creato per noi uno specimen di una personalità alternativa, un computer che ci ha fatto finire di smadonnare contro i virus che avevano infettato i nostri pc, e così via.

Gli studiosi di storia delle religioni ci insegnano che la pratica dell’affabulazione mitologica ha una relazione molto stretta con il culto dei morti: per gli antichi greci, ad esempio, la narrazione di una biografia eroica trovava nella morte un elemento non meno significativo delle imprese che avevano reso leggendario un personaggio di nobili origini ed era proprio in corrispondenza sul luogo di culto (talora creduto di sepoltura, ma non sempre) di un eroe che venivano celebrati i riti che avevano la funzione principale di drammatizzare, in forme simboliche, alcuni momenti significativi – ma soprattutto istruttivi – della sua esistenza. Nella Roma antica, dove forse una precoce esperienza della monarchia aveva ammonito tutti sul rischio di una mitopoietica troppo disinvolta, l’appartenenza ad una famiglia influente e un’esistenza spesa nell’interesse della collettività potevano garantire a personaggi veramente degni di essere ricordati il diritto all’elogio funebre: noi forse non lo considereremmo una grande gratificazione perché appartenevano a quel tipo di premi che arrivano solo postumi, ma i Romani erano fatti così e davano il diritto diventare eroe solo a chi aveva chiuso gli occhi per sempre. Per entrare nella leggenda se non c’era il numero chiuso, poco ci mancava: nel palcoscenico degli uomini a cui ispirarsi c’era uno spazio limitato e soprattutto essenziale, limitato ai vincitori dei nemici stranieri: Equi, Volsci, Veienti, Galli, Etruschi, Cartaginesi e nemici della patria in generale.

Non parliamo poi di quello che accadde con l’avvento del Cristianesimo, quando lo spazio della memoria lo segnarono le sepolture nelle chiese e in altri edifici sacri, le teche delle reliquie, e – il va sans dire – le agiografie benedette dall’imprimatur della Santa Romana Cattolica etc.

Con la trovata dell’égalité gli illuminatissimi francesi tentarono, tramite l’ambigua volontà del super-leggendario Napoleone Bonaparte, di istituire sepolture standardizzate, mettendo fine al bicameralismo dell’umanità che si era costituita i semidei da una parte e adoratori di idoli dall’altra – anche e soprattutto obtorto collo: com’è noto, la decisione fece indignare Ugo Foscolo, che nel Carme dei Sepolcri ricordò che era stata la civiltà stessa a fondarsi sul culto e soprattutto sul mito dei morti eccellenti. E quando anche il Tempo aveva avuto ragione dei testimoni materiali della loro esistenza, a rimpiazzare le tombe ci aveva la pensato la Poesia, cui in toni molto seri il grande Ugo aveva dato la funzione di Necrologio Perenne.

Nel secolo che ci ha preceduto, credo che il genio visionario di Andy Wahrol intendesse, a sua insaputa e forse suo malgrado, dar ragione tanto ai francesi quanto ad Ugo Foscolo: non solo riuscì a prevedere che lo sviluppo dei media avrebbe consentito a chiunque di diventare celebri anche per il famoso quarto d’ora, ma che nell’entropia generata dalla superfetazione di notizie (e necrologi) la celebrazione di quelli che un tempo si chiamavano eroi avrebbe conosciuto più o meno la medesima durata. E’ quello che ci mostrano quotidianamente i social network con i post R.I.P.

A che si deve tanta bignamizzazione in tema di Morte e pianto rituale?

Al fatto che vi chiedo un favore. Anche la mia rubrica di miti contiene molti nomi inutili, o almeno dimenticabili senza grandi danni. E anche il mio cuore esausto di richieste e di aspettative (soprattutto mie) non riesce a commuoversi per tutti. Anzi, se devo essere sincera, è assai difficile che si smuova per la perdita di qualcuno: è il destino di quegli stupidi cocciuti che si sentono soli a priori, e pure spesso cercano qualcuno da incolpare per questo – e all’occorrenza non vanno certo in cerca di miti, ma di cristiani comunissimi e spesso largamente incolpevoli.

Però lui risparmiatelo.

Non prendetevi solo un quarto d’ora per piangere quell’uomo straordinario che vedete nella foto qui sotto. Di che cosa ha fatto e scritto, se non avete letto i suoi libri, vi hanno già informato Internet, giornali, radio e tv. La tv forse. Ieri sera aspettavo che se ne parlasse a un notiziario delle venti, quando alle 20.20 mi sono accorta che la notizia del giorno era la probabile candidatura di Enrico Letta alle elezioni alla segreteria del PD del 2017. Ho tirato un vaffa e ho spento tutto.

Vi dico solo questo. Quando ieri (30 agosto)MJS bk_oliversacks26p3.jpg intorno alle 16 ho letto in Internet della sua scomparsa, mi sono messa a piangere, e non ho smesso per mezz’ora. Chissenefrega, direte voi. Ma io ve racconto non come un fatto personale, ma proprio perché vedo nel mio cuore tracce abbondanti ed evidenti di quel cannibalismo di miti misto ad apatia che mi sembra segnare le vite di molte persone di questa epoca. Quella commozione era un fatto quasi assurdo per una persona abituata a piangere solo per se stessa.

Se dovessi parlare di me, vi racconterei dell’estate in cui ho scoperto e ho letto tutto quello che sono riuscita a trovare nelle librerie di T. di questo genio. Ma mi fermo qui, e vi dico solo il motivo per cui, se non vi è capitato ancora di farlo, dovreste leggere almeno alcune delle sue cose. I suoi libri, i suoi articoli sul The New Yorker, o il suo straordinario blog in cui ha tenuto un diario del suo avvicinamento alla morte. Oggi Piergiorgio Odifreddi ha detto giustamente che in queste pagine sono stati superati pensatori come Lucrezio e Marco Aurelio.

Perché nelle parole di questo poeta della diversità emana un senso incontenibile di amore che ti fa desiderare di amare a tua volta. Tutto, tutti. Persino te. I libri non lo fanno quasi mai, lo disse con parole indimenticabili Elio Vittorini nella prefazione ad una rivista grande ed effimera, Il Politecnico: spesso la grande letteratura non riesce andare oltre la dimensione consolatoria. E aggiungerei narcisistica. Chi non conosce almeno una persona che la lettura di molti libri abbia lasciato desolatamente mediocre, scagli la prima pietra. O mediti su quello che ha detto, molto prima di noi, un altro gigante dell’umanità, J.-J. Rousseau: Odio i libri; insegnano soltanto a parlare di quello che non si sa. O ancora: L’abuso di libri uccide la scienza. Credendo di sapere quello che si è letto, ci si crede dispensati dall’apprendere. Troppe letture servono solo a creare ignoranti presuntuosi.

E poi: nelle vicende dei suoi indimenticabili pazienti, non puoi non vedere riflessi di quello che avresti potuto essere o che magari sei diventato. E in tutti questi s’agita la fiamma di quella che Umberto Saba chiamava brama: quella cosa che nella tua vita magari si ferma al desiderio di bellezza e di amore e che nei suoi personaggi, invece, si rivela come genio assoluto. E anche se non sei diventato un genio, ti senti amato anche tu.

R.I.P. Oliver Sacks.

 

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