I cinque tipi di persone che non posso soffrire (in rete e altrove)

gattini_32 (1)Com’è che sono finita su Facebook? Ricordo come se fosse oggi il pomeriggio in cui ho ricevuto il primo invito a diventare amica di faccia: veniva da una persona carina e gentile, tutt’ora morigerata utente di fb, più giovane di me direi di una decina d’anni. Ricordo chiaramente che quell’invito mi portò alla mia prima visione del profilo di un social network e che questo mi fece un’impressione di una tristezza fino ad allora provata molto raramente: una persona più desiderosa di attenzioni di quanto non mi aspettassi mi fissava da un primo piano molto ben riuscito e questo mi diede la sensazione che il mondo stesse cambiando, e con esso forse la solitudine che avevo conosciuto come compagna di tutta la vita. Avevo poco più di quarant’anni, e per qualche misterioso motivo, che non so ricondurre a cause che non siano strettamente biologiche, vivevo nell’attesa e anzi nella certezza che quella solitudine sarebbe un giorno finita, e questo paradossalmente coincideva con i giorni in cui stava finendo il mio matrimonio.

Per tutta la vita ero vissuta in uno stato di competizione: essere qualcosa per qualcuno era per me qualcosa dovuto a chi ci aveva messo come minimo una grande fatica, quale che fosse la causa.  Quello spazio ufficiale e personale al tempo stesso, quel farsi personaggio di una persona gradevole, ma ai miei occhi senza alcun talento o merito personale, mi metteva a disagio. Quella ragazza mi si proponeva con il segno del riconoscimento pubblico, una foto in uno spazio privato ma in predicato di ampliarsi, e io mi chiedevo il perché. Mi chiedevo perché dovesse mostrarmi quante persone volevano frequentare il suo profilo. Mi facevo un sacco di domande stupide, perché qualche mese dopo a quella porta avrei bussato anch’io.

Cosa sto cercando di dirvi? Che se non fossi rimasta sola molto probabilmente nel Libro delle Facce non ci sarei entrata mai, e non è un caso che quando posso condividere il mio tempo con gli altri non provo nessun interesse ad andare a vedere se qualcuno ha letto un mio post, un mio articolo, o ha visto una mia foto. Sul serio, neppure quando sto con la mia famiglia – che è la compagnia più impegnativa fra quelle che ho l’obbligo di frequentare, nemmeno quando sono al collegio docenti, eppure io odio quella sensazione di impotenza che si può provare in un’assemblea in cui molte persone parlano, anche con calore, e pochissime si ascoltano. Il mio privato non è pubblico perché non ho niente del mio privato di cui sia particolarmente orgogliosa e felice da far vedere; le uniche cose che mi piace condividere sono quelle che non sono mai riuscita a far entrare in nessuna delle mie vite private, ovvero le mie idee o più semplicemente le mie impressioni sulla vita a cui spesso non partecipo, che è quella pubblica. E quindi se non fossi entrata nel libro delle facce, so che sto per dire una cosa che a una criptointellettuale non si addice, sarebbe stato un gran peccato.

Prima di stare su fb ho avuto due famiglie, la mia di origine e quella con mio marito, e in entrambe non posso dire di aver mai goduto di una serena libertà di parola: al contrario, mi è sempre sembrato che i miei discorsi avessero delle virtù performative non particolarmente gratificanti, ovvero quelle di far incazzare la gente o in alternativa di indurle alla fuga nel mutismo. Tutt’al più, in contesti pubblici, notavo che alcune mie espressioni personali venivano scambiate per indizi di eccentricità, anche se dubito che qualcuno mi abbia mai preso sul serio. Nella mia vita prima della frequentazione dell’agorà virtuale ero letteralmente assediata da persone che mi cercavano per quello che non volevo essere: una persona gentile, paziente (e fin qua andava bene, perché non mi dispiace esserlo neanche oggi), capace di far ridere con motti di spirito ma soprattutto con titaniche capacità di prestare i sensi dell’udito alle vite degli altri. Avevo una vita sociale molto intensa, ma in realtà sfuggivo sempre al confronto con chiunque: non era sempre colpa mia, perché se c’è una cosa che non ho ancora capito a cinquant’anni è come si faccia a prendere la parola senza prima aver alzato la mano. Le conversazioni che avevo con gli altri erano per lo più conversazioni in manette.

In questo senso credo che stare su Facebook sia e sia stata per me una bella opportunità, a dispetto di quello che credono in molti: scripta manent, e io personalmente, a dispetto della mia apparenza ad una classe professionale in cui il disprezzo per i social dovrebbe essere un obbligo, devo abbastanza a questo spazio virtuale per l’agio che mi è stato concesso per sperimentare una delle cose che ho sempre più amato della cultura, ovvero la dialettica. Scripta manent, come dicevo sopra, ed io ho una modesta formazione filologica: per cui se pensi di poter alzare la voce per ché hai stracapito io non ti lascio farla franca, se vuoi parlare con me devi misurarti su quello che ho detto nella realtà, e non nella tua immaginazione. Per inciso, questa scoperta mi ha chiarito in maniera assolutamente definitiva il  motivo per cui ho sempre detestato le religioni e in generale gli ambienti confessionali (come, ad es. a suo tempo, i movimenti giovanili dei partiti politici): amo la disciplina, ma non c’è cosa che detesti di più del fideismo soprattutto da condividere in una dimensione collettiva. Se pensate di non avermi mai visto in corteo ve lo confermo io, ricordate bene: preghiere e slogan suonano nella mia bocca con la grazia delle bestemmie, ed io ci tengo ad essere una persona molto a modo.

Sono diventata una di quelle persone che preferiscono la vita virtuale a quella reale? So che anche questo in teoria si addice poco ad una prof, ma anche in questo caso replico che non è proprio del tutto colpa mia: voi avete fidanzati, mogli, figli o parenti anziani, oppure un lavoro più serio del mio nel senso che potete permettervi una desidiosa occupatio mentre le scuole chiuse costringono me alla pubblica inattività, e io che diavolo ci posso fare, parlo con chi ha tempo per farlo e frequento chi non ha impedimenti per frequentare me, sarà un mio diritto. Mi dispiace che per ragioni di convenienza, o piuttosto viltà ho ammesso alla mia presenza virtuale anche persone che non hanno quella che si dice una grande inclinazione dialettica, o che hanno i profili pieni di post misogini o di meme volgari sulla sanità di belle #tetteculicosce: ecco, se qualcuno di voi si riconosce in questo profilo di interlocutore, trovate la spiegazione del perché con voi il mio desiderio di interloquire si raffreddi alquanto. Non vi filerò mai. Farei volentieri la stessa cosa con quelli che spedirebbero i migranti su un altro pianeta o quelli che credono che non esiste altro verbo di quello urlato dai M5S, ma è un bel po’ che ho deciso di combattere seriamente l’ eremitismo.

Allora pur di parlare con qualcuno presto ascolto proprio a tutti? Sbagliato, ho anch’io le mie idiosincrasie. Sarebbe più corretto parlare di allergie, ma anche se oggi sono veramente di cattivo umore cercherò di moderare i toni.

  1. Gli amici degli animali, quelli che vedono nelle creature mute le uniche degne destinatarie della loro preziosa umanità, che grazie al cielo non potrà raggiungere mai persone meschine come me. I postatori (o più spesso: le postatrici) ossessivo – compulsivi di video di cuccioli di animali, di annunci di cucciolate in attesa di persone di cuore, di post con cani mutilati e gatti torturati. Li trovo insopportabili anche nella vita cosiddetta reale, e mi vergogno fino in fondo all’anima se mi è capitato di frequentarli per stupide ragioni di convenienza sociale.
  2. Quelli che scrivono solo in dialetto. Nel caso di specie, il triestino non è propriamente la lingua della grande filosofia, e si presta per lo più a ragionamenti di stampo brutalmente mercantilistico, quale che sia l’oggetto trattato. Agnostica ostinata, non sarei altrettanto convinta dell’inesistenza del demonio che, secondo me, parla in dialetto triestino, ed io non sono mai stata attratta dall’immaginario satanico.
  3. Quelle che postano le foto delle ginnaste che si disossano fra le sedie d’ufficio: non ho intenzione di giustificarmi, quando avranno l’artrosi come me (e anche più di me) forse capirete.
  4. Quelli postano i meme con le frasi di Socrate o che citano Proust in epigrafe alle foto degli aperitivi. Anche qui non ho voglia di dire niente altro se non che questo ha a che fare con il mio (dis)piacere, come dice una volta per tutte Anthony Quinn nell’immortale ruolo di ‘Awda Abū Tayy in Lawrence d’Arabia. La cultura è di tutti, ci mancherebbe, anche se a questo proposito mi corre l’obbligo di ricordarvi che Socrate non ha lasciato niente di scritto e che, nel caso vi passi per la testa di associare quel sociopatico di Proust con un pomeriggio in città in stile Sex and the City, be’ con la sua anima dopo ve la vedete voi.
  5. Quelli che spiano i profili degli altri e soprattutto dei loro amici con gli pseudonimi o i cosiddetti profili specchio, anime prave. Magari sono solo creature molto timide ed io sono molto più cattiva di quanto tenti di apparire, ma che ci volete fare: nessuno nasce perfetto e a me quelli che sono ossessionati dall’idea di essere traditi stanno sulle palle come nessuno.  E spero che questo piacere sia reciproco, cosicché avete anche l’occasione per capire un’altra cosa: studenti e parenti, compresi quelli degli altri, non sono miei amici, e ce ne facciamo tutti una ragione prima di affrontare serenamente anche questo ferragosto.
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