I.V.G. (interruzione volontaria di gioventù)

unknownQuando si diventa veramente grandi? Penso che ognuno scelga il suo fatidico mai più in base a quella che in gergo aziendale si chiama vision: ovvero a come vuole o avrebbe voluto vedersi realizzato nel proprio futuro. Almeno così credo io, al netto della cause di forza maggiore che causano uscite drammatiche dall’età dell’innocenza: la perdita prematura di un genitore, una guerra, la necessità di lasciare la propria terra, i propri affetti, i propri sogni di felicità.

Diventare grandi è realizzare che siamo nati per vivere (anche) da soli. Finché siamo o ci crediamo giovani siamo sempre all’appassionata ricerca di rinnovare quello stato di protezione che è nella nostra esperienza di bambini. Si diventa grandi quando ci si incomincia dire che ci toccherà farne a meno, prima che le responsabilità genitoriali o professionali ci mettano di fronte al fatto che in questa circostanza, talora ingrata, ci spetta anche prenderci cura degli altri. Il che, nel primo caso, è predisposto da madre natura per essere bellissima cosa, il secondo, come si sa, dipende.

Talora i riti di passaggio sono sottoposti ad un processo di idealizzazione. Nella comoda dimensione della memoria molti sono capaci di darne una dimensione addirittura eroica, la maggior parte si limita a ricordarli con nostalgia come momenti irripetuti del piacere di essere grandi (nel prosieguo sappiamo che questo piacere si attenua con la crescente sensazione di essere vecchi), qualcuno non sa bene ancora cosa dire. Io mi metto fra quelli.

Quando divenni davvero grande? Dovrei provare una certa vergogna a dirlo, perché quando ciò accadde avevo messo alle spalle da molti anni le esperienze non traumatiche che di consuetudine si ascrivono all’ingresso nell’età adulta, e ciò non aveva prodotto quasi nessun cambiamento nel mio carattere. Ero persino sposata da non pochi anni, ancorché senza figli. Ma avevo scelto di frequentare un ambiente che aveva su di me un forte potere regressivo, e per giunta vivevo questa condizione in assenza di una reale indipendenza economica. Ebbene, a trentaquattro anni ero ancora un’insegnante precaria.

E’ vero che le cure parentali sono previste nel mansionario ideale dell’insegnante: ma la forte dequalificazione sociale ed economica che prova ogni prof che non viva anestetizzato in un delirio d’onnipotenza fa sì che la sensazione di essere messi ogni giorno alla prova diventi l’ombra di Banqo che rende sottilmente sgradevoli anche i momenti più entusiasmanti dell’attività didattica. Insomma, per chi non abbia la vocazione del musorotto o seri problemi a far proprio il principio di realtà, a scuola gli esami non finiscono mai, e questo in fondo può favorire la sensazione di non essere mai completamente cresciuti.

Diversi – ma non diversamente preoccupanti – sono i casi degli insegnanti che s’illudono di sedere a fianco dei loro discepoli, in un simposio assolutamente fittizio, in cui la trasmissione del sapere avviene, nelle loro fantasie, in celesti corrispondenze di casti ma amorosi sensi: sono gli emuli del professor Keating, uomini senza tempo, per lo più senza famiglia e soprattutto senza tempo libero che non ritengano utile condividere con i loro pupilli. Nella loro idea di magistero c’è spazio per greco e ginnastica, calcoli e calcio, ragionar d’amore e bevute alla salute, together forever, dentro e fuori la scuola.

Ma neanche a scuola si rimane giovani per sempre, grazieaddio. Per tutti scatta, prima o poi, la molla del principium individuationis, quello che ti rende finalmente consapevole che tu e quelle centrali atomiche di ormoni a cui pretendi d’insegnare qualcosa state in due mondi diversi. Per tua disgrazia e fortuna. Per me avvenne quando accettai di fare l’accompagnatore nel mio primo viaggio d’istruzione da insegnante.

Prima, avevo detto di no in molte occasioni, anche per uscite di un giorno. Non mi preoccupavano affatto le responsabilità, di cui avevo fatto simile esperienza nella mia ormai lunga esperienza di allenatrice di ginnastica. E’ che non volevo mettermi a confronto con un ricordo spiacevole, il fatto che da studente non ero mai riuscita a divertirmi un granché nelle gite scolastiche. Mi spiaceva l’idea di scoprire che mi ero persa qualcosa e nella mia mente prendevo sempre tempo per riservarmi altre occasioni di recuperare il tempo perduto.

Ma un anno mi capitò un incarico fino agli esami di maturità, c’era in ballo un viaggio d’istruzione a Barcellona di sei giorni appiccicati a delle vacanze di Pasqua sesquipedali e, caso deprecabile, alla classe in cui insegnavo mancava un accompagnatore, se non lo si trovava la gitona saltava e con essa una spettacolare vacanza didattica di quattordici giorni. Dissi molti no che alla fine divennero sì.

E sventurata partii, dopo essermi fatta giurare da due colleghi non lontani dalla pensione che io non avrei dovuto occuparmi di alcun aspetto dell’organizzazione, ci avevano pensato loro nei minimi dettagli. In due facevano almeno 15 visite a Barcellona con tanto di ripetute frequentazioni dei migliori ristorantini dietro a Port Vell. Magnifico.

Io allora coabitavo da sei anni con un fierissimo avversatore del capitalismo che vedeva la sua espressione più stolida e volgare nel turismo di nicchia e di massa, i. e. non mi muovevo da T. da sei anni; inoltre avevo appena iniziato un lunghissimo percorso di psicoterapia in cui erano già partiti numerosi ammonimenti a cambiare un modus vivendi che non mi rendeva felice. Dissi “cambiamo”, almeno per sei giorni, che vuoi che succeda.

E dunque

1° giorno

Partenza da p.zza O. prevista per le 6.30, ritrovo alle 6.15 o almeno così avevo capito, io arrivo alle 6.14 e ca#*o sono già tutti seduti in pullman. Mentre mi arriva ai timpani Stavamo per telefonarti e io subito penso dannazione questi son dei maledetti precisini del cactus e io in che mondo vivo, ecco che intercetto una conversazione: la pensionanda numerouno, responsabile del viaggio, che rivolgendosi all’autista: Ce le ha sì le carte, se no gliele do io, è l’ottava volta che vado a Barcellona si sente rispondere nella vera lingua di Italo Svevo

Go sì una carta, comunque in Spagna no xe problemi perche co’ parlemo triestin i ne capissi.

Brivido.

Venti minuti di conversazione, lettura dei titoli del giornale, pennica, risveglio dalle parti di Sirmione del Garda, prima sosta in autogrill. Caffè, chiacchiere e convenevoli, rientro puntualissimi in pullman al termine di quindici minuti spaccati. Prima di avviare i motori, una quasimaturanda carina e ninina di soppiatto infila nel lettore VHS la prima di un’interminabile serie di commedie rosa aventi per comune denominatore la presenza di Hugh Grant. Ricordatevi questa mossa, è come la pistola nella teoria del racconto di Cechov: prima o poi sparerà.

Risolini e oohooòò, qualcuno si rimette a dormire e poi si sveglia, Hugh imperversa in una serie che a me sembra interminabile di finte gaffes e battute galanti, occhiate da triglia velate di nobile malinconia e sorrisini reticenti falsi come Giuda, il tutto nella più estenuante preterizione di qualsiasi riferimento all’obiettivo strategico numero uno: una camera da letto con materasso ad acqua e preferibilmente insonorizzata in cui mettere fine ad ogni inutile conversazione.

Intorno alle 17.30, diversamente spiaggiati sui sedili del pullman, contempliamo da qualche ora paesaggi della Costa Azzurra di struggente bellezza. È l’ora in cui la nostra proffe capa dice all’autista Arriviamo sì per le diciannove in albergo perché se no non ci danno la cena? al che la risposta è pacata e velata di triestinissima noncuranza, No credo proprio, manca ‘ncora 200 kilometri. Alle 19.30, lontani dall’albergo e dalla cena, il telefono della proffe capa viene impegnato in roaming esagerato dall’unica persona seduta in pullman capace di sostenere una conversazione in francese al telefono, una ragazza albanese di una bellezza assoluta, parlante correntemente lingue quattro ma umiliata da un profilo scolastico assolutamente mediocre. Davanti a me se ne sta seduto il terzo accompagnatore, pure lui come me e la capa chiuso in un vergognoso silenzio da monoglotta, attivo nel difendere la sua qualifica di filosofo esprimendo un livello di collaborazione professionale Delta Zero.

Arrivo in albergo, giallo di una camera mancante di un letto e lenzuola per tutti gli occupanti la stessa, risoluzione del giallo da parte della scrivente che si avventura in una conversazione in un francese assolutamente creativo, malamente sostenuta da parche reminiscenze di alcuni corsi frequentati all’Alliance di T. ed abbondante faccia di tolla. Cena di livello alberghiero abbietto e poi a nanna

2° giorno

Nel secondo giorno inizia la faticosa mossa di avvicinamento de la Cataluña. Il viaggio è interminabile, nel pomeriggio sosta di un’ora e mezzo nel bellissimo sito archeologico di Tarragona. Il sito è bello, il museo ricco, i Fenici sono grandi e i Romani pure, ma sono le quattro del pomeriggio e mancano 80 km a Barcellona e con i ritmi che si tengono prevedo un arrivo in albergo a notte fatta. No, l’albergo non è a Barcellona. No? Diciamo e io e il filosofo che, quanto me, non aveva la minima idea di dove si stesse andando; no, si va a Lloret de Mar, che è vicino. Vicino una cifra, comodi 75 km da fare sulle veloci reti autostradali catalane. Guardo disperata se sul cellulare c’è qualche messaggio di conforto del mio profeta della decrescita. Eh, hai voglia, ciao.

Cinco de la tarde o poco più tardi, si parte per Lloret. Be’, almeno è vicino. Lucia, scusa, perché siamo così lontani da Barcellona? Perché questa settimana non si trovavano alberghi, strano, Pasqua è la prossima settimana, risponde la capa, mah.

Arriviamo a Lloret, tranquillo dormitorio diurno di amanti della vita notturna, una conurbazione di ecomostri, discoteche dalle proporzioni colossali e una spiaggia decisamente triste.

Ma soprattutto. Transenne che circondano l’intero centro abitato di Lloret e periferia. Transenne dappertutto. Centro chiuso per il Rally de Cataluña. Io penso a pronunciare la prima bestemmia della mia vita, ma poi mi ricordo che il limite alla libertà nell’insegnamento sta nel buon costume e che ogni incarico nello Stato va svolto con dignità e onore. L’autista incomincia a porsi quesiti vernacolari su dove parcheggiare il pullman.

Si arriva esausti in albergo dopo dieci ore di seduta in pullman e sani 500m a piedi trascinando valige e sommessamente porconando, tutti meno Lucia che trascina il trolley balzellando come un boy scout. Inizio a chiedermi il senso di queste prime 48 h di pellegrinaggio, ma una volta in camera non penso ad altro che farmi una doccia e andare a mangiare.

Ore 19, ritrovo in atrio. Io sto per proporre di anticipare l’orario della cena. Non faccio in tempo a parlare che la capa ci dice che non si mangia in albergo. Inutile dire che dei quaranta studenti convocati per le 19 in atrio ce ne sono sì o no cinque, filosofo non pervenuto. Gli altri arrivano ad intervalli entro i trentacinque minuti accademici. Fine dell’idillio asburgico, eppure il mio psico mi stava suggerendo da due mesi l’idea che nessuno è perfetto.

Alle 19.40 si monta di nuovo in pullman. Dove andiamo, chiedo a Lucia. Ah, bellissimo, vedrai. Andiamo in un castello vicino a Barcellona (Barcellona è a 75 km di distanza, lo ricordo). Lì organizzano una vera cena medievale.

Ed ecco che arriva il momento tanto temuto: l’inizio della mia récherche, il passato che riaffiora alla memoria. Dietro di me, quaranta post adolescenti prostrati come se avessero bevuto un cocktail al bromuro, mutismo e rassegnazione, ogni tanto qualcuno chiede quando siamo arrivati, non è a loro che penso. Penso a me. Penso a come vedevo i professori da studente. Esattamente come i miei compagni che passavano le notti a fare scorribande da una camera all’altra. Esattamente come dei deficienti, maledetta l’ora che son partita.

Arrivo al castello. Accoglienza da parte di una coppia di lavoratori interinali travestiti rispettivamente da Cino Tortorella e Cristina d’Avena che ci fanno le riverenze e tentano di metterci sul capo delle corone di carta con su scritto Heineken. Affamati ed offesi, ci dirigiamo verso la sala da pranzo.

La sala da pranzo è un finto arengo medievale i cui spalti sono costituiti da file di panche e tavoli, divisi in settori per diversi colori, non troppo diversi da quelli che si trovano all’ Oktoberfest. I commensali, centinaia, appartengono a due sole categorie: studenti delle superiori, provenienti da ogni parte d’Italia, e i loro docenti accompagnatori. Mentre sto raggiungendo i nostri posti, scambio un saluto con due coetanei disperati che vengono da Torino. Quando mi siedo, uno dei bromurizzati crede di fare lo spiritoso dicendomi Prof, ha rimorchiato. Seconda tentazione d’infrangere il codice disciplinare della P.A.

Squillo di trombe, entrano nell’arengo cavalli e cavalieri, ognuno ha sull’elmo un pennacchio colorato che corrisponde al colore di uno dei settori degli spalti. Il maestro delle cerimonie urla al microfono il nome del cavaliere, il colore della casata e il nome della scuola. Al grido AZUL ESCUELA DANTE ALIGHIERI DE T. i nostri quaranta rispondono con urla e applausi. Al ROJO segue la dizione di un istituto professionale di Moncalieri: si leva un’onda inumana di ottanta studenti, tutti maschissimi, che tirano fuori dalla gola all’unisono un urlo spaventoso

JU-VE JU-VE JU-VE

Cena a base di zuppa Knorr e patate bollite, medievali. Uno che ha sei col filosofo chiede se la presenza della patata è regolamentare. Capisco che di storia sono preparati bene.

Alle ore ventiquattro, trasferimento in una sala stile mensa aziendale. Spettacolo di flamenco e balli di gruppo. Le ragazze invitano me e Lucia a ballare, col filosofo non ci provano neanche, io declino con cortesia e orrore. Ritorno in albergo non ricordo a che ora.

3° giorno

Del terzo giorno ho ricordi vaghi e imprecisi. Ricordo che era sabato, ricordo che abbiamo buttato via la mattina a Lloret perché la gente non riusciva a schiodarsi dal letto e che siamo arrivati a Barcellona nel pomeriggio. Mica in centro: l’abbiamo vista dall’alto, mi sa che c’entrava qualcosa il complesso olimpico di Barcelona 1992. Ricordo un pomeriggio di sole marzolino, una bella passeggiata, un paio di foto di gruppo in cui sono venuta malissimo e io che dico Ma non dovevamo andare alla fondazione Mirò? Arriviamo alla fondazione alle 18.45: il Museo chiude alle 19. Come chiude alle diciannove e questa volta a parlare sono i ragazzi. Incomincia a serpeggiare il malumore, e serpeggia che sembra un’ anaconda.

4° giorno

Tralasciamo che si parte con la classica mezz’ora di ritardo, tralasciamo che l’autista sbaglia l’uscita dell’autostrada una prima volta, tralasciamo che lo fa una seconda: ad arriviamo al punto in cui egli crede di essere arrivato a destinazione, parcheggiando in tal Carrera de Sardenya, una strada con un di quei nomi che vengono appiccicate ad altre 800 altre strade in altrettante 800 città spagnole. Il nostro psicopompo ha in effetti qualche dubbio, perché prima di arrivarci non ha percorso la grande Avenida Diagonal: ma non lo sfiora neanche l’idea di essere arrivata nella Carrera de Sardenya di un’altra cittadina, molto più piccola e ancora distante da Barcellona. Questa idea sfiora noi prof, che ben vediamo che nei dintorni non c’è la Sagrada Familia dove abbiamo appuntamento alle 11 con la guida locale Antonio. Niente navigatori, niente carte, vedo un parcheggio dei taxi, caccio in un’auto Lucia che è stata otto volte a Barcellona e ordino a lei e al tassista di farci da guida per la Sagrada Familia dove tra trenta minuti ci aspetta Antonio. Parte il taxi a tutta birra, seminando il nostro pullman che non si è ancora messo in moto. Telefono a Lucia che mi dice che il tassista non ci sente, Penelope telefona ad Antonio con il numero passato da Lucia e lui carino ci dice Sì ma fate presto che alle due ho un’altra scuola.

Arrivo all’Avenida Diagonal. Ma l’Avenida Diagonal è transennata, il centro di Barcellona chiuso al traffico, dappertutto ci sono cartelli e striscioni della Maratona de Barcelona. Passa una fiumana di podisti, l’autista piagnucola E ‘deso cossa fazemo. Risolto il mistero delle notti a Lloret. Alunni e filosofo sghignazzano amari, io dico qualche parolaccia, nessuno lo riferirà alla D.S.

Non so come alle 12.30 arriviamo all’appuntamento con Antonio. Mezz’ora se ne va via in pipì al bar vicino, e come prendersela a questo punto. Nell’ora restante vediamo da fuori il lato sud della Sagrada, facciamo una corsa a gradoni per un pezzo del Parco Güell, ringraziamo Antonio che ci concede ancora un quarto d’ora perché l’altra scuola è in ritardo.

Alle 14. 15 staffetta con Juan. Juan è un signore tintochiomato sui sessanta, pancetta, stempiatura pronunciata, Rayban da aviatore lenti brune e camicia scura santoiddio. Modi cordiali da superinfinocchiatore di scolaresche all’estero: in due minuti ci fa salire sul pullman, prende in mano in microfono, dice in italiano la strada all’autista che lo ringrazia beato e ci racconta la storia delle case di Gaudì che vediamo comodamente seduti sui sedili del nostro pullman, davanti alla Pedrera fa rallentare così ci dice due cosette sulla casetta. Io mi chiedo se tornerò a T. incensurata.

Giro sprint nel Barrio Gotico, e poi a cena presto perché i ragazzi sono stanchi, sostiene Juan. Presto significa che siamo in un ristorante alle sei e mezza di un pomeriggio di domenica.

[omissis]

5° giorno

Copito de Nieve

Copito de Nieve

Arrivando a Barcellona, l’autista sbaglia uscita, ovvio. Ritardo galattico sulla visita prenotata al Museo Picasso, un museopicassodellamin#*+ che contiene quattro croste realizzate dal grande maestro in fasi assai oscure del suo lungo percorso creativo. Avviandoci verso qualche posto dove mangiare, Lucia propone di salvare la gita con una visita allo zoo di Barcellona e a Copito de Nieve, il gorilla albino che ha appena compiuto trentasei anni. Io commento Fantastico, è un mio coetaneo, il filosofo si mette a sghignazzare e dal silenzio delle due classi gitanti si evince che l’idea di andare a salutare Copito è morta lì. Visita di rimpiazzo a sedicente museo degli artisti de la Cataluña, correttamente definibile con il fortunato latinismo c e s s o.

Nel primo pomeriggio, lasciamo per sempre Barcellona in un coro di mugugni. Sosta a Figueras che vale l’intero martirio patito fino ad ora: casa e Fondazione Dalì. Mi riconforto un poco, e con me gli studenti che hanno deciso di visitare il museo pagando il biglietto che non era stato preventivato fra i costi del viaggio.

Si riparte. Tutti si sistemano sui posti a sedere, mettono gli zainetti negli scaffali, si mettono a chiacchierare o ad ascoltar musica. Scatta la solita quasimaturanda carina e ninina che rifornisce il lettore VHS di una prima proiezione, Il Gladiatore. Muore Russel Crowe, partono i titoli di coda, arriva da Lucia un’altra quasimaturanda carina e ninina mostrandole la copertina di un VHS e chiedendole se si può vedere. Lucia annuisce, a me la richiesta sembra strana, ma taccio perché sono la più giovane.

Riprendo il giornale della settimana prima, guardo il cellulare desolatamente privo di messaggi, do un’occhiata fuori dalla finestra, chiudo gli occhi. Ma li riapro subito, perché dal televisore ai miei timpani si cala la voce di uno che ringhia

Io quello str+*#o l’avrei già mandato a ca*+@e se non fosse che mi succhia il ca@#o come un’ aspirapolvere

Scatto in piedi e sto già per strillare SIETE IMPAZZITI SPEGNETE SUBITO QUELLA ROBA quando mi accorgo che i due miei colleghi ben più anziani non hanno battuto ciglio e continuano a farsi i fatti propri. Il dialogo va avanti con battute di tono pari o similare, il film racconta una storia simile a quella delle Liasons Dangereux con l’aggiunta di un pacco di volgarità gratuite che Choderlos de Laclos non si sarebbe mai sognato, io chiedo ai miei compagni di prigionia se va bene che noi guardiamo insieme ai ragazzi quella roba. Mi arriva una pacca della spalla e Lucia che mi dice Si vede che non hai figli. Grazie per avermelo ricordato, vorrei dirle, ma non dico niente. E il filosofo che rincara

Se tu pensi che il tuo mestiere sia quello di riuscire ad educare le persone, scordatelo.

Mi accascio sulla sedia dove sono rimasta seduta per quattro giorni per un totale di trentacinque ore e dove passerò altre dieci del giorno dopo. Mi viene un mal di schiena epocale, telefono a costi esagerati a una mia amica che mi dice ridendo a crepapelle Non raccontarmi tutto che ci vediamo dopodomani all’aperitivo. Bella solidarietà.

Passarono una notte e dieci ore di viaggio, e poi si tornò a casa a pregustare la fine imminente della scuola nelle vacanze di Pasqua. Ricordo che il giorno dopo andai dallo psico e gli dissi per la prima volta che non ci saremmo visti più: mi sorrise con la cortesia di chi sapeva che stava per concludere un grande affare, certo del mio ritorno a Canossa. Al termine di quella peripezia, m’illudevo di aver capito molte cose.

Tornata in classe, provai a chiedere ai ragazzi come fosse venuto loro in mente non già di guardare quel film, che erano grandi per guardarne ben altri, ma di vederlo insieme ai loro professori. Se non si sentivano in imbarazzo, se non vedevano la nostra presenza come invadente in un momento di divertimento come quello.

Ma prof, abbiamo visto lo stesso film in gita in Toscana l’anno scorso.

Chissà se avevano tutti i torti, mi sono chiesta allora. E se lo scandalo vero non fosse la pochezza di chi li aveva trascinati in pullman a per 2800 km per non vedere quasi nulla, a parte l’incompetenza grottesca di una scuola in gita.

E comunque, pensai. Diventare grandi ha dei forti effetti collaterali. Come quello di autorizzare gli altri a vedere i tuoi errori come ridicoli. O di farti riconsiderare l’uso, forse incongruo, dell’aspirapolvere come metafora.

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