Il coraggio del tatuaggio (invece di scrivere o parlare)

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Isobel Varley, la donna più tatuata del mondo

Tatuaggio sì, tatuaggio no.

Ci sono i pro e tanti contro. È doloroso, costa caro, c’è il rischio di buscarsi orribili malattie (aids, epatiti virali A, B etc.), si può diventare allergici alle sostanze contenute negli inchiostri, per toglierlo c’è bisogno di un intervento chirurgico ancora più costoso e doloroso, in molti luoghi di lavoro non vogliono maestranze tatuate (che sono guardate con sospetto). Eppoi  se lo facevano marinai e galeotti, note categorie di gente poco affidabile.

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Daniel Agger, il calciatore più tatuato

Spesso il tatuaggio è (era) assimilato alla marginalità, al disadattamento, alla sociopatia e a tutto ciò che non è trantran quotidiano ordinato, conformato e conformista. È sufficiente guardare i tatuati in letteratura (ma non solo quelli di “Educazione siberiana”) o gli attori, o i calciatori o i cantanti.

Adesso non è più così. Chi si fa tatuare può essere un normalissimo (ma lo sarà sempre e fino in fondo?) impiegato o stimatissimo professionista o irreprensibile tutore dell’ordine.

Fatto sta che si chi si tatua vuole dimostrare qualcosa. Cosa, di preciso, è difficile dirlo. Perché ognuno ha dentro di sé qualcosa che vuole mostrare fuori di sé, e non sempre ne ha il coraggio o la capacità. Se lo fa, lo fa con un disegno, un simbolo, una frase che parla al posto suo. Sempre che chi gli sta vicino abbia la voglia e la capacità di interpretare.

È anche per questa ragione che molti aborrono il tatuaggio. E i motivi di questa avversione sono tanto vari quanto quelli dell’attrazione.  C’è chi ritiene il tatuaggio una pratica primitiva e selvaggia (circa come la caccia o la corrida). Chi pensa che – sotto l’illusione di rendere diversi – in realtà restituisca esseri omologati come fanno tutte le mode del mondo e tutte le religioni.

La religione ebraica, infatti, è contro i tatuaggi (Levitico 19,28), quella cattolica li sconsiglia indirettamente (1Corinzi, 6, 19-20), quella musulmana li vieta esplicitamente (Al Bukhari e Muslim concordano). In sostanza le tre grandi religioni monoteiste decretano la condanna del tatuaggio perché è una pratica che altera – senza ragione – il corpo umano che è perfetta opera di un dio.

Allora il divieto di tatuarsi posto dalla religione rende il tatuaggio una pratica ancora più trasgressiva. E la trasgressione che passa dal proprio corpo, che si esibisce assieme a porzioni di nudità, rende ancora più forte il messaggio che si vuole dare.

Insomma, se ne può discutere. L’argomento è interessante nel momento in cui il corpo umano esalta la sua fisicità e diventa il luogo in cui si intersecano la trasgressione e il segno. E il segno, si sa, è una brutta bestia. Tra referente, significato, significante, da Platone a Umberto Eco, c’è il rischio di non uscirne più.

Allora ho deciso di ricorrere a uno scrittore. Un grande scrittore scomparso all’inizio di quest’anno, Michel Tournier.

Tournier – nel suo libro Gaspare, Melchiorre e Baldasarre – scrive del tatuaggio:

Ho potuto osservare il fiorire di questa vocazione fra i compagni del re Gaspare che mettono in bella mostra gioielli e monili, e soprattutto quei gioielli e quei monili incarnati che sono i tatuaggi e le scarificazioni. Ne ho parlato con Gaspare che mi ha sorpreso trasferendo la questione in ambito morale con una semplice frase:“Ne tengo conto quando scelgo i miei uomini.” Mi ha detto. “Un tatuato non mi ha mai tradito.” Strana metafora che identifica tatuaggio e fedeltà! Che cos’è un tatuaggio? È un amuleto permanente, un gioiello vivo che non si può togliere perché si è fatto consustanziale al corpo. È il corpo fattosi gioiello, che partecipa dell’inalterabile giovinezza del gioiello. Mi hanno fatto vedere, sul lato interno delle cosce di una bambina, certe cicatrici leggere in forma di losanga damata: sono “griglie” destinate a proteggere la sua verginità. Il tatuaggio è di guarda sulla soglia del suo sesso. Un corpo tatuato: più puro e più preservato di un corpo non tatuato. Quanto all’anima del tatuato, essa partecipa dell’indelebilità del tatuaggio e la traduce nel suo linguaggio proprio per trasformarlo in virtù di fedeltà. Se un tatuato non tradisce è perché il suo corpo glielo vieta. Appartiene indefettibilmente all’impero dei segni, sigilli e segnali. La sua pelle è logos. Lo scriba e l’oratore possiedono un corpo bianco e vergine come una foglia immacolata. Dalla mano e dalla bocca proiettano dei segni – scrittura e parola – nello spazio e nel tempo. Ma il tatuato non parla, non scrive: è scrittura e parola. E tanto più se è negro.

E adesso fatevi un tatuaggio, se avete coraggio.

Vs. aff.mo Roberto Calogiuri

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