Il Giudizio UniversAlex

8 agosto 2012. Non furono pochissimi quelli che si associarono – per un’unica volta- alle parole dell’allora presidente del CONI Gianni Petrucci nel commentare la vicenda di Alex Schwazer, positivo ai controlli antidoping effettuati prima delle Olimpiadi di Londra 2012 :“La pressione sugli sportivi è molto alta. L’allenamento è un sacrificio. Sotto l’aspetto umano non posso che provare sentimenti di pietà e tenerezza per Alex Schwazer”.

Tutti ricordano anche che la pietà e la tenerezza nascevano anche dal modo in cui Alex aveva reso, a caldissimo, la sua ammissione di colpevolezza: una conferenza stampa in cui l’atleta altoatesino dichiarò di aver subito grandi pressioni soprattutto da se stesso e di aver agito in totale autonomia, scagionando allenatori, federazioni e sponsor. E scoppiando in lacrime dopo aver detto che vivere dopandosi all’insaputa di tutti era diventato un incubo, e che il giorno in cui la commissione antidoping aveva notificato la sua positività all’Epo era giunto come una liberazione. Coprendosi il volto aveva detto che era “Molto dispiaciuto e contento che fosse finito finalmente tutto. Non vedevo l’ora di poter incominciare a vivere una nuova vita, normale”. Il che mascherava a fatica la valanga di insulti che Alex aveva già ricevuto sulla sua pagina Facebook e nei commenti agli articoli che lo riguardavano in rete, coronati dalla sarcastica dedica dello schermidore Occhiuzzi vincitore di un oro proprio nell’Olimpiade cui Alex aveva dovuto rinunciare: “La medaglia […] d’oro la voglio dedicare ad Alex Schwazer per ricordargli la bellezza della competizione, il sapore del sudore, la sensazione dell’adrenalina che ti scorre nelle vene ed in ultimo, ma cosa più importante di tutte, la gioia di una vittoria pulita”.

Anche se i giornali non lo dicevano esplicitamente, prevaleva però un’atmosfera di generale compassione generale per l’ex olimpionico, già punito da una vita di sacrifici in una disciplina infame (50 km di marcia) e dal successivo naufragio della love story con Carolina Kostner, la campionessa di pattinaggio che si era assunto l’ingrato onere di occultare il doping del fidanzato. Erano piaciute la contrita sincerità, il gesto di restituire l’arma ai Carabinieri per cui era tesserato in Italia (come a dire di rinunciare sua sponte all’indennità che gli veniva corrisposta dall’Arma per allenarsi), le pubbliche scuse a tutte persone che avevano lavorato con lui per i suoi successi (in primis, mamma e fidanzata) e da ultimo, la docilità (forse anche remunerata) con cui si era immolato a diversi servizi giornalistici, da Vanity Fair alle Invasioni Barbariche.

Nella sua seconda vita, Schwazer ha replicato con successo la parte del pentito, con vette di autentico sadomasochismo nel descrivere la sua vita post-sportiva: “Mi sono iscritto all’università… Ho dato 9 esami, ma me ne sono andato. In un primo momento è stato bello […]. Uno studente in mezzo agli altri. Anonimo. Poi è stato scioccante: non ci capivo niente, anche perché gli unici strumenti di conoscenza sono le mie gambe. Marci per vent’anni, alla fine conosci bene solo la strada. Lontana da quella sei un marziano” per tacere del ricordo di una  pubblica gogna subita in un nuovo esperimento scolastico: “A Salisburgo, corso di scienze motorie. Molto meglio. Ho dato sei esami. […] Alla prima lezione il professore apre con una panoramica sul doping: nella prima foto c’è Lance Armstrong, nella seconda io. L’anonimato era finito”.

Nell’accogliere il mea culpa del marciatore condannato ad una dura squalifica, il popolo dei poltronisti si beava per la conferma della vecchia verità che nessuno è perfetto e che anche i semidei devono aliquando calcare qualche orma nel fango per ascendere all’Olimpo: per fortuna, perché in questi tempi di competitività sfrenata la constatazione che l’eccellenza si conquista solo con il talento e una dedizione inumana al sacrificio getterebbe nella depressione più profonda tutti quelli che attendono senza alcun motivo il proprio quarto d’ora di celebrità. Un po’ di fuffa da parte dei grandi riappiana quelle sperequazioni che Madre Natura ha spesso voluto enormi ed inaccettabili.

Ma come aveva già annunciato Sado-Alex, era inevitabile il ritorno “Mi mancavano le mie soddisfazioni fisiche: la sofferenza, il recupero. Sono un animale da sport”. Ritorno che si fa in una Canossa dove non manca neanche un supplente di Gregorio VII (all’occasione don Ciotti, coordinatore di Libera che accoglie il suo ritorno all’atletica nella cornice di Rebibbia) e ci sono tutti gli angeli del Purgatorio deputati a dargli la remissione dei peccati, capofila il profeta della lotta al doping nell’atletica, Sandro Donati. Hic incipit Vita Nova, ma è difficile che in questa Alex si mostri come l’angelo caduto dal cielo che ha commosso mezzo mondo nel biennio post-olimpico.

Nessuno, neanche le aspiranti zie che sognavano di coccolare il tirolese pentito a suon di Kinder Pinguì (da lui stesso drammaticamente reclamizzato nella sua vita precedente) aveva mai creduto alla fiaba del campione condannato a vincere, il cui Super Ego aveva costretto a farsi di epo turco nella spietata solitudine della sua cameretta; e tutti s’immaginavano quel che c’era da immaginare, che qualcuno o più di qualcuno gli avesse fatto capire che una briscola come un oro olimpico era un patrimonio che andava amministrato, se non si voleva che il frutto di cotanti sacrifici cadesse nell’oblio.

E allora non capiamo perché ancora adesso l’anello mancante non salti fuori, una buona volta. Alex ha chiesto lo sconto di pena per la sua squalifica, non senza deplorare la solitudine in cui si è consumato il suo dramma. “Loro [sono diversi tecnici e dirigenti della FIDAL] sapevano in tempo quasi reale della mia frequentazione con il dottor Ferrari – aggiunge l’altoatesino -. Io sono stato squalificato giustamente per la frequentazione di un medico inibito e secondo me chi sapeva dovrebbe avere un procedimento”.

Ma fino ad adesso, di ingenuo e assai compromettente c’è solo la trafila di mail fra lui e il guru dell’eritropoietina. E “loro” se sapevano hanno acconsentito, e pare null’altro. Non ci torna proprio questa storia in cui un intero apparato di dirigenti che dai suoi successi hanno solo da guadagnare assistono distanti e impotenti al rabbioso connubio tra il doping e un atleta che, come i tanti spremuti dallo sport-system, dichiara che dopo la vittoria olimpica odiava l’idea di sottoporsi ad allenamenti massacranti. Chi il mondo dello sport lo conosce, sa che la malizia che vi circola riceve gli impulsi più generosi da gente che cerca il successo con il corpo degli altri.

E allora Alex, non sappiamo cosa aspetti. Tu scagioni tutti, meno te stesso, e ancora ci affliggi con questa storia che sei stato giustamente punito, giustamente e sacrosantamente come un Pinguì sacrificale mentre si tace sullo scandalo del doping alle maratonine della sagra del prosciutto che sono la verissima piaga di quello che dovrebbe essere il vero sport – quello amatoriale; mentre si tace che uno sport umano, in cui si vince quando si può e si fanno vincere gli altri quando non se ne può più, non è più possibile. Che venga l’ora del Giudizio Universalex in questo mondo che di sportivo sa assai poco, lo vediamo improbabile.

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