Il punto sulla scuola. Trasformazione o deriva?

Il punto sulla scuola. Trasformazione o deriva?

 Nei momenti critici, vale la legge dello scaricabarile. E nessuno fa eccezioni.

Alla fine di settembre, il premier Matteo Renzi disse: “Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Se fossimo stati più bravi a gestire questa vicenda sarei stato più contento”. Si riferiva al disastro della mobilità dei docenti, dei “deportati” per i sostenitori o “capre” per gli oppositori (qui l’articolo), provocato dagli algoritmi del Miur retto dalla ministra Giannini.

Ma l’osservazione del premier potrebbe adattarsi, oltre che agli algoritmi impazziti, anche alle contestazioni e le polemiche per bonus docenti, premi al posto della carriera (qui l’articolo), valutazione, formazione, alternanza scuola lavoro, insegnanti potenziati, supplentite non “guarita”. E poi per l’inizio d’anno stentato e faticoso e per i contratti fermi da anni. Insomma, per una riforma che non può decollare.

A meno di un mese dal referendum costituzionale, la ministra dell’Istruzione propone una riforma dell’esame di maturità (qui l’articolo) ed estende a 100 istituti superiori la sperimentazione del liceo breve (quello in 4 anni anziché 5).

Renzi – dunque – non poteva evitare, a pochi giorni dal referendum costituzionale in cui “si gioca la faccia”, di ventilare un’ipotesi di cambiamento della legge 107/2015 definita dal governo “La buona scuola” (qui l’articolo) (come ha fatto, del resto, con la legge elettorale).

Evidentemente non si può nascondere che tanto “buona” questa scuola non è, constatata la quantità di imprevisti incontrati e l’ondata di proteste suscitata ancor prima che fosse emanata.

Da qui la critica alla ministra Giannini di cui dovrebbe essere le responsabilità di una legge, vale la pena ricordarlo, formata da un solo articolo e 207 commi, e di cui devono essere varati ancora molti decreti attuativi.

Nel frattempo si mettono le toppe ai buchi. Come, per esempio, tentare di abbreviare i tempi dell’istruzione superiore oppure alleggerire l’esame di stato. La riforma dovrebbe riguardare anche l’eliminazione delle bocciature alle elementari e una riduzione di quelle alle medie inferiori. Se non è stato detto, tra poco si pronuncerà la formula magica che tutto accomoda e giustifica (o dovrebbe), ossia “è l’Europa che lo vuole”.

Eppure in mezzo a questi cambiamenti di rotta, fughe in avanti e marce indietro, viene da chiedersi verso dove stia andando la scuola italiana. E perché.

Questo andamento tortuoso e tormentato deriva dal fatto che la legge 107/2015 – frettolosa e superficiale nella forma e nella sostanza –  non può prevedere i dettagli di una realtà complessa e articolata come quella della scuola. Moltissimi aspetti – anche fondamentali – sono lasciati alla soluzione dei singoli istituti in forza della legge sull’autonomia, con l’effetto di avere una quantità sproporzionata di interpretazioni dello stesso comma e soluzioni distanti anche entro lo stesso territorio, quando non nel medesimo quartiere.

Ma la direzione principale, ancora una volta, è quella che deriva dalle linee politiche europee cui l’Italia deve sottostare. Dal 1987 sono state varate le leggi di delegazione europea in forza delle quali l’Italia accoglie, nel proprio ordinamento interno, le norme giuridiche prodotte dall’Unione Europea automaticamente, senza passare dall’approvazione popolare.

Se si considerano le linee principali della legge 107 e gli ultimi aggiustamenti appena esposti, emergono i soliti principi dettati dai protocolli europei da Maastricht a Lisbona: ossia la prevalenza delle competenze sulle conoscenze da cui discende una serie di effetti pericolosi per la libertà di insegnamento e dell’apprendimento, come: l’introduzione di concetti e strategie aziendalisti nell’istruzione (efficacia ed efficienza), l’ introduzione nella didattica di automatismi digitali assorbiti già in famiglia, riduzione delle retribuzioni per il personale scolastico, l’abitudine – per gli studenti – a un lavoro declassato e non retribuito sottoforma di tirocinio, l’abitudine a una educazione “informale” e “non formale”, la dequalificazione dell’ambiente scolastico, non solo quello materiale. È di poche ore fa la notizia che assistere a un’intervista pubblica del premier a Pescara può produrre credito formativo.

Nonostante tutto, forse non è abbastanza noto che ormai le scuole si muovono per ottenere la certificazione di qualità ISO 9001:2000 sulla base di efficacia ed efficienza (ossia raggiungimento degli obiettivi in relazione alla minore spesa possibile) per la certificazione di qualità del sistema di gestione.

Il meccanismo principale attraverso il quale avviene tutto ciò e inarrestabile (perché divenuto obbligatorio col decreto “semplificazioni” del governo Monti): è l’Invalsi con i suoi test.

Del sistema Invalsi abbiamo già detto (qui l’articolo). È un sistema che diviene sempre più incalzante e sempre più scoperto negli intenti di svalutare la scuola come luogo di conoscenza e attitudine critica, di deprimere e dequalificare la presenza dei docenti a semplici “prestatori di servizi educativi”.

Il tutto avviene non solo riducendo l’esame di stato e il curriculum quinquennale, ma tentando di abituare alunni e famiglie a una pratica nozionistica e acritica del sapere trasmesso a scuola.

La prova è nella ventilata applicazione al quarto anno di liceo del test Invalsi, quindi nell’ultimo anno del “liceo breve”, come sigillo conclusivo degli studi superiori.

Quello che si vorrà dagli studenti della nuova maturità sarà quanto è riportato in un rapporto OCSE-PISA* del 2009 e recepito da Invalsi: “ Com’è ormai diffusamente noto, l’obiettivo non è quindi quello di valutare l’acquisizione dei contenuti curriculari” ma di indirizzare “i curriculi scolastici dei differenti paesi sempre più orientati sulla capacità degli studenti di utilizzare e non soltanto possedere conoscenze”.

La legge 107 ha autorizzato una spesa di 8 milioni di euro all’anno, tra 2016 e 2019, per favorire la rilevazione di questo tipo di apprendimento verso il quale, al momento, si muove la scuola italiana. Una scuola in cui gli insegnanti furono già considerati dall’Ocse nel 1996 come una “classe residuale” (qui l’articolo)

Roberto Calogiuri

*OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) è l’agenzia transnazionale che ispira l’Invalsi e promuove indagini comparative sull’apprendimento degli studenti dei paesi membri dell’UE. PISA sta per Programma per la valutazione internazionale dell’allievo (Programme for International Student Assessment)

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