L’ animale che consegna la prole ai carabinieri? L’uomo

Chi sbaglia paga.

Grande ed esemplare precetto educativo, anche se l’educazione (intesa come invito morale e materiale alla correttezza sociale e civile) sembra qualcosa che non va più tanto di moda. Piuttosto è qualcosa che viene percepito come una forma di costrizione. Specie nei luoghi dove l’educazione dovrebbe essere l’idea-guida, come le scuole.

(Un esempio è Storie della buonanotte per bambine ribelli. Ma il discorso seguirebbe altre interessanti diramazioni. Sarà ripreso…)

Invece la cronaca nera, più prosaica e amara delle fiabe, parla di omicidi e stupri compiuti da figli che sono denunciati da genitori, o di genitori che invitano i figli ad autodenunciarsi.

Genitori, questi, in controtendenza rispetto al paese di bamboccioni (Padoa-Schioppa, 2007) e al parentado iperprotettivo cui siamo abituati anche nella vita quotidiana.

Mi riferisco ai genitori che denunciano ai carabinieri il figlio diciottenne che ha travolto e ucciso un ciclista in provincia di Venezia ed è scappato senza prestare soccorso, ben sapendo che sarebbe stato incriminato per omicidio stradale.

E poi c’è il padre dei due minorenni che, in branco con altri due, hanno commesso due stupri a Rimini: è merito delle sue pressioni, dicono i giornali, se i due fratelli si sono costituiti.

insegnanti-denunciatiGenitori esemplari. Genitori che sacrificano i figli alla giustizia: l’esatto contrario di quei genitori che adattano il concetto di giustizia ai loro figli, come nel caso qui a fianco, datato ma esemplare. (E ce ne sarebbero molti altri: le cronache scolastiche sono piene di insegnanti denunciati per un rimprovero, un cambio di banco, il sequestro di un cellulare etc. etc… qui un inventario).

Nel primo caso, semplice e lineare, i due genitori hanno qualche sospetto sul rientro del giovane alle 6.30 della mattina. Escono di casa, fanno la strada a ritroso, vedono la scena cruenta, capiscono tutto e avvisano i carabinieri che arrivano in caso e lo prelevano.

Un po’ più complicato il secondo caso: un padre agli arresti domiciliari, di origine marocchina e senza permesso di soggiorno, in una posizione – diciamo così – già di per sé scomoda.

Parte della sua dichiarazione – riportata dalla stampa – parla chiaro: “Gli errori li ho fatti anch’io. Mi sono ubriacato, ho rubato, ho fatto risse. Quindi, primo, con la transessuale hanno rischiato, perché potevano essere rintracciati dal protettore. Ma poi hanno rischiato anche per la violenza alla donna polacca. Perché, lo dico chiaro, se qualcuno violenta una delle mie donne, mia moglie o mia madre o mia figlia, io lo ammazzo. E poi gliel’ho detto: cosa pensavate, che le persone che avete picchiato e stuprato fossero ricche, che ci facevate i soldi?

Di fronte a genitori come questi viene da chiedersi: ma perché denunciano i propri figli? Perché consegnano alla giustizia (impersonale, fredda e imparziale) le persone a loro più care, il sangue del loro sangue palpitante, col rischio di allontanarle e saperle distanti dalle loro cure, rinchiusi chissà dove e in mano di chissà quali estranei?

Immaginiamo la coppia veneta: possono aver consegnato il figlio diciottenne ai bici-incidente-845x522carabinieri per almeno due motivi: a) profondo senso morale della giustizia e orrore per il delitto; b) antipatia e insofferenza verso una persona che non si comporta secondo i criteri auspicati. Per esempio, le indagini hanno confermato che il giovane era sotto gli effetti di alcol e stupefacenti e tornava a casa alle sei e mezza della mattina; c) volontà di prendere le distanze dal comportamento criminoso di un figlio che getterebbe discredito – è intuibile – sui genitori.

E immaginiamo il papà dei due fratelli di Rimini. Anche qui almeno due motivi potrebbero essere comuni: a) profondo senso morale della giustizia e orrore per il delitto; b) antipatia e insofferenza verso una persona che non si comporta secondo i criteri auspicati. Per esempio il padre confessa di non essere uno stinco di santo, ma forse i figli lo superavano.

Poi se ne può aggiungere un altro: c) volontà di prendere le distanze da un comportamento antisociale che inasprirebbe l’immagine già confusa di un immigrato senza permesso di soggiorno e agli arresti in un momento economico e politico già troppo delicato.

E allora: dignità morale, senso di “culpa in educando”, opportunismo o uso strumentale della giustizia per fini privati?

Chi denuncerebbe il proprio figlio se già dentro di sé, almeno un pochino, non gli fosse almeno antipatico? Ci sono molte denunce di genitori verso figli da cui sono maltrattati e picchiati.

Non sapremo mai, perfettamente, perché lo hanno fatto.

Ma poco importa. La sostanza non cambia.

Il dato certo è che, stando agli avvenimenti e alle dichiarazioni, hanno avuto il coraggio di affidare i figli alla giustizia, senza volerli difenderli a spada tratta e incondizionatamente e ciecamente contro tutte le evidenze. Lo hanno fatto anche contro la  moderna tendenza del lassismo e della tolleranza e gli istinti di sopravvivenza della specie e cura della prole. L’animale che consegna la prole ai carabinieri è l’uomo!

 Tralasciando l’età, le circostanze più o meno attenuanti, le situazioni contingenti e la provenienza (tralasciamo – anche se meriterebbe qualche parola – la legge del taglione accennata dal padre dei due), rimane un fatto: i genitori che consegnano i figli che hanno sbagliato alle forze dell’ordine sono il segno (sparuto) di una civiltà che si vorrebbe ordinata e regolata da leggi che salvaguardano la comunità prima della famiglia, la legge prima dell’istinto paterno o materno.

Ma stenta ad esserlo. Anche se certi genitori così rimangono il segno di un tipo di educazione sanzionatoria che nelle scuole è finita da un pezzo.

Roberto Calogiuri

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