La lavatrice è rivoluzionaria (la stiratrice invece no)

lavatrice-e-boom-economico-400-x-400Se la lavatrice non è stata la madre del femminismo, ci è mancato poco. Ne è almeno una parente stretta. È arcinoto che la lavatrice ha preso il posto della lavandara e, così facendo,  ha affrancato la donna da uno dei lavori femminili più gravosi e penosi e le ha permesso di dedicarsi – tra l’altro – alla rivendicazione di alcuni diritti che fino a quel momento erano rimasti indietro, data la mole di lavoro da svolgere cui la condizione di casalinga la obbligava.

Lavatrice e femminismo hanno fatto un bel po’ di strada insieme. Ce lo dicono le date: la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, di Olympe de Gouges è del 1791. E l’anno dopo Mary Wollstonecraft  scriveva la Rivendicazione dei diritti della donna . il tutto accadeva soltanto cinque anni prima che Nathaniel Briggs brevettasse la prima lavatrice il 28 marzo 1797.

Ma la vera rivoluzione avvenne nel 1928, quando negli USA, con la complicità della diffusione della rete elettrica, furono vendute circa un milione di lavatrici di ultima generazione. Niente più borsite prepatellare – meglio nota come ginocchio della lavandaia, né lombalgie o mani corrose dalla soda caustica contenuta nella lisciva. Ma, soprattutto, molto tempo libero da dedicare ad alte attività.

lavandaia_ginocchioSarà un caso, ma il 1928 è anche l’anno in cui le donne inglesi, per prime, ottennero il diritto di voto. Invece non è un caso che Lavandare, la nota poesia di Giovanni Pascoli (E cadenzato dalla gora viene / lo sciabordare delle lavandare / con tonfi spessi e lunghe cantilene) risalga alla fine dell’800, per la precisione al 1891. Quindi i conti cadono a fagiuolo.

Nonostante la dura crisi del ’29, la macchina per smacchiare i panni si diffuse – non sarebbe il caso di dirlo – a macchia d’olio. Nessuno osa mettere in dubbio l’importanza sociale della lavatrice né le conseguenze che ebbe per l’emancipazione della donna (o, purtroppo, per l’insorgere di alcune difficoltà nella comprensione del malinconico bozzetto pascoliano).

La prova della rilevanza dell’invenzione e della diffusione della lavabiancheria sta nel fattolavatrice_moiola_rit_leggera che una decina di anni fa, nel paesino di Moiola in provincia di Cuneo, il sindaco le ha dedicato un monumento (qui a fianco) su proposta di un professore torinese il quale ha stabilito che “non è stata la pillola, ma la lavatrice ad aver liberato ed emancipato le donne». Priorità discutibile,  ma illuminante per comprendere come possa essere recepita la portata liberatoria e libertaria del più utile tra gli elettrodomestici.

Ma se da una parte la lavatrice ha generato tali prodigi, dall’altra ha spostato in avanti la soluzione di un altro problema di non minore importanza e gravità, l’altra faccia della medaglia: lo stirare e piegare i panni una volta che siano stati lavati, ovvero creando la figura della stiratrice. Non c’è donna – né un sempre maggior numero di uomini – che non si sia cimentato con un ferro da stiro. Che non abbia lottato con camicie, con polsini colli e pinces, la bête noire di chi stira e piega.

E quindi ci risiamo: risolto il problema del lavaggio, lo stirare diventa l’operazione obbligata successiva, che esige tempo, impegna le vertebre lombari e cervicali, e usura la spalla. Per tacere di quanto sia noioso, ripetitivo e deprimente.

La rete è invasa di consigli e trucchi per evitare la stiratura. E anche di controindicazioni: si sostiene e si dimostra quanto sia inutile, dannoso, pericoloso, costoso, inquinante e quanto tempo sottragga alla vita di chi stira: secondo una stima media, 3 ore alla settimana, che equivalgono a 156 ore all’anno le quali potrebbero essere impiegate in modo più utile.

Allora, se la lavatrice ha prodotto tali meravigliose conseguenze storiche, sociali e politiche, cosa ci può aspettare dall’invenzione della Macchina che piega e stira gli abiti? Dal portentoso robot che è capace di svolgere la seconda metà di quell’incombenza incresciosa, ma necessaria per l’igiene e alla cura della persona di cui siamo dipendenti?

10 secondi per piegare una t-shirt.  Da 20 a 30 secondi per stirarla. La macchina risucchia i capi, li piega, effettua uno stiraggio a vapore. Li profuma persino! Va bene per top e calzoni, ma…

C’è un ma. Oltre ad essere disponibile per il 2018 a 800 €, non funziona con capi di abbigliamento troppo grandi o troppo piccoli. Restano fuori maglioni e mutande. E soprattutto le camicie! Per le camicie ancora non è stato inventato alcun marchingegno che superi la precisione della mano in carne e ossa e l’acutezza dell’occhio esperto.

È indubbio che la lavatrice è quel tratto essenziale che tiene insieme due estremi di una linea progressiva che va dalla prima ondata del femminismo alla terza rivoluzione industriale. Ma la macchina che NON stira camicie, mutande e maglioni non è nemmeno lontanamente commensurabile al potenziale rivoluzionario della lavatrice.

Ancora non ci siamo.

Roberto Calogiuri

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