La scuola ai tempi di Whatsapp. Quando la comunicazione diventa esplosiva

La scuola ai tempi di Whatsapp. Quando la comunicazione diventa esplosiva

C’era un tempo in cui la comunicazione era ordinata e facile. Perché era lenta e scandita: uno parlava e l’altro ascoltava, in genere, e poi rispondeva. Nel caso servissero spiegazioni, si chiedeva; qualcuno replicava, ci si liberava dalle incomprensioni e tutto era risolto.

A scuola, tra genitori, alunni e insegnanti era abbastanza semplice. C’erano i ricevimenti e i diari. Si comunicava in modo chiaro e univoco. In casi eccezionali col telefono. Forse senza tempestività. Ma era meglio così, perché si aveva il tempo di far sedimentare le questioni, rimandare i diverbi in modo da giungere al punto senza animosità e dopo una adeguata dose di riflessione e diinformazione.

Oggi non è più possibile. Whatsapp e Telegram non lasciano tempo al tempo. Tutto si consuma velocemente. Nelle stanze virtuali non ci sono filtri né ripensamenti. Il che può essere utile e divertente se si chiacchiera tra amici, ma può diventare dannoso se la comunicazione avviene tra gli attori della scuola.

Tanto dannoso che i presidi di moltissime scuole italiane tentano di limitare, se non impedire, l’uso dei gruppi Whatsapp tra genitori e, peggio che peggio, tra insegnanti e genitori. Non lo avrebbero fatto se non avessero notato che il fenomeno si allarga a macchia d’olio ma senza produrre effetti positivi. Al contrario. Della proverbiale doppia faccia, Whatsapp ne mostra una sola.

Nulla di male se la messaggistica fosse usata a soli fini informativi. Invece, per la sua stessa natura telegrafica, rende concitata e lacunosa la conversazione, spesso impulsiva, quindi incline al malinteso, all’ingiuria e all’innesco delle liti.

Perché è proprio questo che accade.

Ormai è arcinoto il caso di insulti verso un bambino con disabilità cognitive, o quello di una mamma che, irritata da un episodio di pediculosi, voleva conoscere il nome del bambino che aveva scatenato l’epidemia di pidocchi. Esigeva che si rendesse pubblico il nome, “Perché qui qualcuno ha un chiaro problema di igiene e voglio sapere chi è!”.

Oltre alla caccia all’”untore” e agli insulti ai disabili, da Nord a Sud le chat stanno diventando delle incubatrici di conflitti, delle polveriere di ostilità e livori che esplodono in litigi più o meno dirompenti.

Dal genitore che non ha pagato la quota della mensa, al bambino che ha tirato i capelli a una compagna. Piccoli episodi che in altri tempi non sarebbero nemmeno stati notati si arricchiscono di pettegolezzi, malintesi ed equivoci fino a ingigantirsi e non essere più controllabili.

Molti genitori, lamentano i presidi, si presentano a scuola con gli screenshot di Whatsapp o di Facebook alla mano deplorando di essere stati lesi nella dignità o nella reputazione di se stessi o dei propri figli, mescolando pericolosamente gli ambiti, fomentando beghe personali, impicciandosi degli affari intercorsi tra alunni durante l’orario scolastico che sarebbero, per loro natura, di competenza della scuola.

E non solo. I messaggi riguardano anche i compiti domestici di cui sono ormai i genitori a occuparsi, a chiedere informazioni e chiarimenti, sostituendosi ai figli e sottraendo loro la possibilità di comunicare e di esercitarsi nei rapporti interpersonali.

E poi i commenti e apprezzamenti sugli insegnanti e sui loro metodi (discutibili), sui compiti (troppi o troppo pochi), sui voti (dati a casaccio) sui compagni (cattivi). Commenti che consistono, quasi sempre, in critiche acide e scabrose basate su osservazioni frettolose e di seconda mano.

In genere, in ogni scuola, dopo il primo consiglio di classe si forma il gruppo WA dei genitori. E comincia la musica che costringe a ballare presidi e docenti. “Maleducati e prepotenti”. Così si manifestano i genitori – secondo la maggior parte delle osservazioni rilevate – non solo verso il personale scolastico ma anche tra loro stessi.

Ma soprattutto questo sistema di comunicazione introduce un clima che sicuramente non giova agli alunni. Per esempio sono le mamme che – attraverso i messaggi – tentano di organizzare e confezionare la vita scolastica dei figli, di procurare loro i compiti, di ottenere “giustizia”. In altre parole, di accompagnare virtualmente i figli a scuola per proteggerli, difenderli e tutelarli.

Il tutto a svantaggio di quel processo che può avvenire quando i genitori si allontanano e lasciano che i figli se la cavino da soli. E che si chiama crescita.

I presidi stanno vietando le chat dei genitori a scuola. Ma si sa che è una battaglia persa.

Roberto Calogiuri

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