Lacrime a buon mercato per borghesi medio alti (con Mia madre di Nanni Moretti)

moretti0Con Mia madre anche questa volta Nanni Moretti ha colto nel segno. Con il suo solito intuito ha annusato l’aria e ha captato una verità eterna: la mamma è sempre la mamma. La mamma è un caposaldo di ogni società, epoca o religione. A rappresentare la mamma non si può sbagliare. Tutti ce l’hanno e tutti si possono facilmente identificare.
Ma la morte della mamma è qualcosa di radicale, primordiale e assoluto: è un fatto che coinvolge e sconvolge nel profondo. Ma è un fatto privato. E Moretti porta sulla scena la morte della madre (la sua) pretendendo di farne un modello universale.

O, forse, non universale ma più modestamente rivolto al suo pubblico personale, quello affezionato, che lo apprezza e sa a cosa va incontro.

E infatti quello che si vede in questo film è la morte secondo Nanni Moretti: quindi una morte scolastica e ingessata come la sua recitazione, linda come la sua coscienza, educata e senza drammi da quel bravo ragazzo che è, senza sensi di colpa, senza dubbi. Una morte perbene.

La morte perbene di una madre perfetta. E quindi con tutti i suoi corollari perbene: l’armoniosa intesa tra fratelli (Moretti e Margherita Buy), l’accordo idilliaco tra coniugi, il rapporto filiale con la giusta dose di dolce contrasto, la soavità dell’anziana insegnante (Giulia Lazzarini) che – anche con la maschera a ossigeno – dà l’ultima lezione di latino alla nipotina, gli ex alunni che ricordano una donna meravigliosa che sa scivolare nella morte in maniera indolore, i dialoghi lisci e puliti, il dolore educato e compassato.

turturroChi cerca il dramma non lo trova. Trova una lunga serie di quadretti da salotto buono, ma non ci sono sensi di colpa laceranti, rimpianti senza fine e rimorsi di coscienza. Questa è una fiaba mielosa e irreale, dove le corsie di ospedale sono sgombre e spaziose, le infermiere sono deliziose hostess, i medici sono tanto caldi e disponibili che non vale la pena cambiare clinica.

Magari fosse questa la morte.

A parte la narrazione spesso confusa e slegata e i simbolismi di cui non sempre si intuisce il senso – giustificati (in parte) dalla presenza di qualche sogno montato con faciloneria psicologica – c’è qualcosa che può far riflettere: la scomposizione della famiglia, il disfacimento della memoria, qualche notazione metacinematografica, la difficoltà dei rapporti personali, la scuola, l’eredità culturale, i ragazzi che crescono eccetera eccetera.

Per questo motivo le platee sono divise tra “morettiani” e neutrali: chi piange fiumi di lacrime e chi rimane indifferente o, tuttalpiù, ride per qualche battuta azzeccata. Tra chi inneggia al capolavoro e chi pensa di aver assistito a un vuoto esercizio di stile.

Ognuno ha i propri nodi emotivi. Se coincidono con le nevrosi di Nanni Moretti – e la sua maniera di esibirle – si piange e si ride. Altrimenti no. O addirittura ci si arrabbia un po’ per la retorica della buona famiglia della buona borghesia conformista, per il dramma dell’esistenza ridotto a didascalia in cui tutto scorre come in una telenovela.

La recitazione è in tono con l’atmosfera convenzionale e artificiosa del film. A parte, naturalmente, John Turturro che svetta per autorità e disinvoltura.

Roberto Calogiuri

[pubblicato su www.ilfriuliveneziagiulia.it]

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