L’amore ai tempi della gonartrosi


gertrude-hamlet-mirrorNon posso più tacere: il più grande difetto che imputo a quelli che io credo da più o meno tempo amici è che non leggono Limonate.

La legione dei miei non-ammiratori si divide in diversi manipoli: ci sono quelli che hanno poco tempo, quelli che non capiscono che i post che firmo sotto pseudonimo sono miei; quelli che hanno un’immagine idealizzata di me ridotta alle sembianze di una signora abbastanza gentile, molto paziente, talora gradevolmente eccentrica e che non hanno intenzione di scoprirne un’altra, magari molto intransigente e assai meno accomodante; quelli che non sono invogliati a leggermi perché trovano i titoli dei miei post troppo astrusi e quelli che pensano che non posso aver nulla da dire perché non scrivo le cose che già pensano sui blog che contano: con questi ultimi mi scuso sentitamente perché come specchio ho sempre pensato di funzionare male, un po’ come quei vetri ossidati che vi restituiscono l’incarnato di uno che odia le creme fotoprotettive (per inciso, alle lettrici di Annamaria Testa e Dan Savage: ricordo che l’esposizione prolungata ai raggi UVA e UVB comporta dei danni irreversibili; se non capite subito l’allusione, prendetela come un volo pindarico, ricordandovi che nella navigazione aerea c’è un decollo e pure un atterraggio: ed io sono atterrata da poco, lo sento dal fragore dei miei applausi). Metto da parte i miei non pochi sedicenti amici che si guadagnano il pane lavorando nelle accademie, che disdegnano le mie limonate perché sospettano che il mio livello di documentazione e aggiornamento non possa andare oltre Wikipedia e siti di dubbia attendibilità scientifica. Non volete leggermi? Pazienza, sappiate che nella mia rubrica i vostri contatti sono già bloccati.

La Monaca si è arrabbiata? Eccome! Inc°ç§?ta alla dio brutto, direi. Amareggiata da tempo per gli effetti di scelte di vita non del tutto brillanti, dal matrimonio alla pietas erga lares ad oltranza, per tacere delle mie scombinate iniziative di sostegno alle famiglie (degli altri: a partire dal mio impegno a scuola), da quaranta giorni la mia Weltanschauung ha la prospettiva focalizzata su un’epigrafe. L’epigrafe, che credo volesse scongiurare di diventare lei stessa epitaffio di un’amicizia, travestendosi da incoraggiamento sub specie militari, è articolata in un tricolon che risuona nelle mie orecchie da sei mesi. L’eco non è ancora svanito perché, come molti sanno, odio i conventi: e figuriamoci le caserme, nelle quali i caporali li vedo lontani un miglio, anche se hanno la french manicure e portano i leggins.

Stai sempre gobba

non ti si può vedere

ricordati che sei un ginnasta

Quando a dirti che non ti si può vedere è una persona che ami, forse non è del tutto senza senso rimanere feriti. Quando a dirti che non ti si può vedere perché vuoi dimenticare di essere una ragazza, perché vuoi vivere senza paraocchi i tuoi ineludibili cinquant’anni, provare rabbia mi sembra abbastanza naturale. Quando capisci che puoi piacere alle persone a patto che tu porti sempre la maschera e il travestimento di una che è pronta scattare, ammutolire di impotenza è la via più facile da prendere: ma è anche la più garbata, e dio sa che cosa sarei stata capace di rispondere se solo avessi appreso da piccola l’arte di farmi strada nella giungla ad unghiate. Ma delle poche cose che ho imparato, è che pazienza fa rima con intelligenza. Dicono in parecchi che io non sono stupida.

Faccio volentieri la parte di Lazzaro, a patto che mi troviate Michelangelo Merisi per scattarmi un'istantanea

Faccio volentieri la parte di Lazzaro, a patto che mi troviate Michelangelo Merisi per scattarmi un’istantanea

È un mese e mezzo che ogni mattina che mi alzo dal letto, ogni passo che cerco di muovere, ogni distanza che mi sembra ancora irraggiungibile, mi fa ricordare che sono stata una ginnasta. Una ginnasta del paleolitico della ritmica, ma allenata con lo stesso principio di Lazzaro, alzati e cammina che mi sembra vada molto di moda anche oggi. Me lo ricorda un ginocchio che ho accettato di straziare per non far vedere che ero diversa da quella che vi piaceva, che ho portato in palestra fasciato o con le docce gessate per far capire che bisognava aver un po’ di pazienza, ma intanto io ci davo sotto con il lavoro ai piccoli attrezzi e un giorno sarei tornata a sorridere in prima fila. Perché mi è sempre piaciuto sentirmi dire che sono brava: mi sembrava un piccolo anticipo sulle parole che avrei voluto più di tutte sentir pronunciare da tutti: ti amerò per sempre. L’avessi sentita ripetere per la seconda volta anche da uno solo.

Che errore grottesco pretendere un’enormità del genere. Tutta colpa mia, della mia crassa ignoranza delle cose del mondo e della mia brutta abitudine di fare le letture sbagliate.

È una vita che faccio la ginnasta, perché così posso farvi giocare a daje addosso ar capro espiatorio, quando vedete che in viaggio sono sempre l’ultima della comitiva, quella che si perde la metà delle spiegazioni perché una gamba proprio non tira e arrivo sempre ultima dappertutto, e figuriamoci gli impicci che combino quando anche voglio tirar fuori e puntare l’obiettivo della mia macchina fotografica: faccio meglio a cambiare fuso orario e raggiungere un altro gruppo.

È un mese e mezzo che vivo attaccata al cellulare perché, non facendomi vedere, posso evitare di deludere i fan del mio avatar: quello che vive scattando in piedi agli ordini, la Visi che fa la spiritosa, l’amica che cammina piano e che puoi prendere in giro perché resta indietro e si deve far ripetere le cose, anche perché è anche un po’ sorda, la compagnia eccentrica a cui puoi raccontare senza ritegno le tue sfighe perché, se non ti capisce, almeno non protesta. O meglio: non trova il coraggio di protestare, perché spera che un giorno tu trovi il tempo di sentire le sue.

È un mese e mezzo che sono stanca di ripetere che non sto facendo finta, ma mi sono proprio rotta. E che non è che sono diventata cattiva: è che adesso sì che voglio delle cose impossibili. Che non mi diciate più di piantarla con le mie lamentele, perché so cosa dico; che non mi chiediate di uscire, di andare in vacanza, di giocare a Thelma e Louise fra spiaggia, ominicchi e apericena, perché vi ho detto e scritto tredici volte che devo stare a riposo ancora per un mese, e se non ve lo ricordate incomincio a farvi presente che se io sono lenta con le gambe, voi siete assai lenti di comprendonio; che non mi chiediate se ho bisogno di una spesa perché, purtroppo per voi, avrei bisogno delle vostre orecchie e del vostro cuore, e so che allora vi sentireste un po’ meno fighi perché, pardon, in questo mese e mezzo mi sono proprio finite le riserve di proprietà transitiva: non ho niente di fico da condividere.

E ancora. Non è che non creda più nell’amore. È che dovrete sapere che quello che cerco è l’Amore ai tempi della gonartrosi.

L’amore ai tempi del colera. Io non sono Gabo, ma voi che vi innamorate di quelli che se la fanno in braghe siete proprio dei fenomeni

Articolo pubblicato in Castagnate, Meditate, news, novità ed etichettato con , , . Contrassegna il permalink.