L’assenza del padre aguzza l’ingegno (Telemachia)

Durante il viaggio di ritorno da Pilo verso Itaca

[Roberto Calogiuri]

telemaco_bnTra le infinite cose che potevano accadere, non avevo pensato che mio padre potesse ritornare. Non perché mi difettasse la fantasia, o per distrazione, o per un errore strategico. Semplicemente perché avevo smesso di volerlo e, in un breve spazio di tempo, avevo preso a sperare che non tornasse più. Non ricordo di preciso quando sia accaduto. Credo che sia stato un processo lento e costante che mi ha portato, senza che ne fossi consapevole, a non poter immaginare una vita accanto a lui, e tanto meno al di sotto di lui. Quand’ero piccolo, mi sembrava normale soffrire perché lui non c’era. Avevo fatto dell’inquietudine una situazione naturale e non riuscivo a immaginare una condizione diversa.

Fu durante il mio ritorno a Itaca che iniziai a desiderare che Odisseo non tornasse più, e lo desideravo con la piena consapevolezza di quello che volevo e di ciò che avrebbe significato per me. Sentivo che questo desiderio mi avrebbe allontanato da chi credeva ancora nel suo ritorno, ma in quel momento non pensavo alle conseguenze spiacevoli che ciò avrebbe significato per la mia coscienza perché il desiderio che mio padre non tornasse più era il nutrimento della mia crescita.

Che strano destino era il mio: avevo trascorso vent’anni della mia vita di ventenne a sentire la mancanza di mio padre e a tentare di riempirla con qualunque cosa mi capitasse a tiro, avevo brancicato in un’oscurità priva di appigli, mi ero sentito in balia degli eventi, stavo per affogare in un mare di solitudine e angoscia. E poi, non appena avevo intravisto un barlume di certezza su chi ero e che cosa volessi, non appena sentivo crescere in me l’entusiasmo e l’ardore per aver cominciato a vivere e ad agire, non appena avevo avuto il coraggio e la forza di immaginare per me una vita diversa, una vita che non ruotasse attorno al vuoto, dovevo rinunciare a tutto per lasciare il posto a un fantasma che improvvisamente si era materializzato dal nulla.
Quando quel mendicante mi aveva detto che in realtà era Odisseo, mi ero messo a ridere e a piangere contemporaneamente. Quello che diceva, purtroppo, aveva senso. Perché avrebbe dovuto rimanere ancora con me nella capanna di Eumeo? Poteva essere Odisseo. Era Odisseo! Prima ancora che cominciasse a parlare per convincermi della sua identità, mi ero sentito risucchiare verso quel grumo di sentimenti patetici da cui avevo faticato tanto a staccarmi. Credergli avrebbe significato la fine del sogno prima ancora che iniziasse; i miei progetti si sarebbero dissolti come la nebbia notturna al primo raggio di sole. Il ritorno di Odisseo, nella situazione in cui ormai gli avvenimenti mi avevano spinto, significava il mio ritorno all’infanzia. Avrei dovuto guardare i grandi che fanno la guerra, mentre io sarei stato giocare in un angolo? Era molto peggio che se avessi avuto la certezza che sarebbe tornato, e questa era la cosa che mi aveva spaventato più di tutte durante il ritorno da Pilo.

Mi sentivo morire dalla rabbia. Sentivo crescere dentro di me un rancore incontenibile. In fondo, ero pur sempre il figlio di Odisseo, e Odisseo significa “l’uomo dell’odio e della collera”. Credo di aver trovato cosa mi univa a lui in quel momento.
Non nascondo che per un istante mi era venuta voglia di ammazzarlo. Avrei potuto chiamare Mesaulio, fingere un’aggressione, e insieme a lui spacciarlo a colpi di spada. Oppure avrei potuto farlo da me. Gli avrei infilato la lama alla base del collo mentre era intento a sfamarsi. Nessuno avrebbe avuto alcun sospetto. Ricordo che la possibilità di farlo scomparire nel nulla da cui era emerso mi era sembrata l’unica soluzione per non essere inghiottito da quel passato da cui ero faticosamente uscito. Ero stato male senza mio padre ma sentivo che sarei stato molto peggio assieme a lui.

Non fui capace di ucciderlo. Ero troppo sbalordito e frastornato da quella notizia per mettere in atto una qualche reazione. Tuttavia una reazione la ebbi, poco più tardi, dopo essermi riavuto dalla sorpresa, ma fu più sottile di una grossolana uccisione. Finire a colpi di spada il proprio padre, mi sembra ancora oggi un atto quantomeno indelicato.
Ricordo che mentre guardavo quell’estraneo che diceva di essere mio padre non riuscivo a provare per lui nessun affetto. In me si era spento l’interesse che sosteneva le mie giornate quando ero fanciullo. Un estraneo che dice di essere tuo padre – anche se lo è veramente – può suscitare qualunque sentimento tranne l’amicizia. L’amicizia è fatta di vicinanza, di partecipazione, di aiuto, di corrispondenza, di reciprocità. Di ricordi. Niente di tutto questo vi era stato con mio padre. Con mio padre non vi era stato mai assolutamente niente. Un estraneo che vuole convincerti di essere tuo padre, e come se volesse far coincidere la pace con la guerra, il giorno con la notte, il dolce con l’amaro, il cielo con la terra, l’essere con il non essere. Tenta l’impossibile. Non può esistere.
Ricordo che quella mattina parlammo molto. Vi era una domanda che premeva continuamente per uscire ed era “Perché sei tornato?”. Quando ero bambino avevo chiesto a Mente perché mio padre non tornava, e in quel momento, invece, mi chiedevo cosa fosse tornato a fare. L’effetto che il tempo ha sulle passioni umane non smette mai di stupirmi. Tuttavia mi rendevo conto che non era una domanda gentile da fare, proprio in quel momento, a chi era stato assente da casa per tutto quel tempo, anche se era l’unica domanda che sorgeva direttamente dal mio stato d’animo. La mia buona educazione era ancora viva. Quando gli chiesi perché era stato via tanto tempo, Odisseo non ebbe i miei stessi scrupoli nella risposta e fu molto brusco e stringato nel dirmi, tra le altre cose, che lui era un uomo nato per navigare e combattere.

Non andò in cerca di eleganti giri di parole, sebbene fosse risaputa la sua fama di grande oratore, per dirmi che a lui piacevano le belle navi, eleganti e veloci; apprezzava un bello scudo, una spada ben forgiata, un elmo lucente, una lancia ben equilibrata. Lui era nato per fare quelle cose che una persona comune rabbrividisce al solo pensarci. Mi disse che lui non avrebbe saputo sopportare i doveri quotidiani e monotoni di chi deve governare una casa, un popolo, una schiera di servitori e ancelle. Disse che non poteva immaginarsi a correre dietro a pecore e porci, a dover giudicare su un confine o su una vacca morta per incuria, a svegliarsi ogni mattina nello stesso talamo. Disse che a lui piaceva la vita dell’accampamento. Mi disse che da una vita noiosa e ripetitiva, fosse anche quella di un re, non avrebbe saputo trarre nessuna gioia, nemmeno quella di crescere figli splendidi come divinità. Mi disse che non tutti gli uomini sono nati per fare le stesse cose: vi è chi è nato per la casa e chi è nato per la guerra.

In quel momento, quelle, per me, erano le parole di un nemico. Mi sarei immaginato qualunque altra risposta ma non credevo che Odisseo avrebbe avuto il coraggio di disprezzare tutto ciò che, fin da piccolo, Euriclea, Eumeo, Mentore e Penelope mi avevano insegnato a rispettare e amare, tutto ciò che faticosamente avevamo tentato di tenere insieme in attesa del suo ritorno, compresa la nostra dignità. Ora posso immaginare che esistano uomini così e, con un certo sforzo, comprendo perché esistano. Ma nella capanna di Eumeo non era accaduto esattamente, come aveva detto Antenore, che quando parla Odisseo le sue parole cadono come fiocchi di neve in inverno: su di me ebbero l’effetto di macigni. Più lo guardavo e più mi pareva impossibile che avessi davanti a me l’uomo del quale, da piccolo, andavo in cerca di notizie come un assetato cerca una fonte di acqua fresca, e che per me era il più grande eroe acheo. Questo era l’uomo per cui Penelope si struggeva nell’attesa, per cui Itaca si era paralizzata, per cui sua madre Anticlea si era uccisa e suo padre Laerte era diventato quasi pazzo, per cui Mentore, Eumeo e Filezio stravedevano. Per cui io passo le notti insonne temendo di vedere quel guerriero senza volto che mi insegue senza mai raggiungermi.
All’improvviso, tutti i canti di Femio, tutte le grandi imprese, tutte le doti che si raccontavano sul conto di mio padre mi sembrarono invenzioni ispirate dallo stomaco vuoto di qualche aedo. L’uomo perspicace, duttile, intuitivo, intelligente, astuto, diplomatico, coraggioso, capace di pensare mille pensieri, di patire mille patimenti si dissolse davanti ai miei occhi mentre ascoltavo quelle parole crude ma autentiche. Mi risultava più facile vedere in quell’estraneo e nei suoi modi aspri ma genuini, il mentitore accorto, il profittatore freddo e opportunista, l’assassino sleale, il traditore infido di cui molti parlavano. In un istante mi resi conto che da un uomo così non avrei mai potuto aspettarmi quel calore e quella protezione di cui avevo sentito un disperato bisogno e che avevo cercato da Pisistrato. Semmai avrei dovuto temerlo.
Quando rimanemmo soli nella capanna, si commosse; ma era una commozione simile a quella di Menelao, una commozione egoistica, una commiserazione più per se stesso che per i suoi cari. Ma in fin dei conti, mi chiedo come egli potesse considerare me e Penelope i suoi cari. Dopo vent’anni, io, mia madre, Mentore, Aliterse ed Eumeo eravamo tanti sconosciuti. Da lui mi sarei aspettato mille domande su Penelope e su di me, lacrime, emozione, trepidazione per le nostre vite. Se così fosse stato, Odisseo sarebbe stato un altro uomo. Infatti le sue domande furono calcolate e calibrate sulla sua vendetta. Nulla di più.

Dopo aver conosciuto mio padre, l’atteggiamento del popolo di Itaca nel giorno dell’assemblea mi sembrava meno colpevole. Persino i Proci mi sembravano meno colpevoli. Io mi ero persuaso di essere la vittima di un uomo che aveva scelto di avere una famiglia e poi l’aveva abbandonata a se stessa per appagare i suoi piaceri, pur immaginando a cosa andava incontro. Tutto ciò che Mente mi aveva raccontato di Ettore mi sembrava aver perso di valore. Lo stesso Mente mi sembrava un ciarlatano ubriaco. Ricordo che alcuni anziani raccontavano che un oracolo aveva predetto a Odisseo che se fosse partito per Troia non sarebbe tornato. Aveva simulato di essere pazzo, ma non gli era servito. Era stato smascherato da Palamede, diceva Mentore, perché mi amava e non voleva che morissi sotto l’aratro. A me quel gesto appare ancor oggi l’effetto di un istinto animalesco di conservazione. Eppure, se era vero che mio padre aveva scelto Penelope solo perché non aveva potuto avere Elena, allora io ero il frutto del rimedio all’orgoglio ferito di un reuccio spiantato. Non potevo pretendere di essere amato. Quanto a mia madre, avrebbe fatto meglio a trovarsi un amante. E non è detto che in vent’anni non abbia ceduto almeno una volta alla passione erotica o alle profferte di qualche pretendente bello e giovane.

Fu in quell’occasione che concepii il progetto più terribile della mia vita. Mi venne quasi naturale adattarmi a quella novità. Avrei fatto qualunque cosa per non soffocare quanto avevo sentito germogliare dentro di me dopo i lunghissimi anni di sterilità cui l’assenza di mio padre mi aveva costretto. In quel momento non facevo altro se non mettere in pratica quanto mi ero proposto mentre camminavo per raggiungere la capanna di Eumeo. Non stavo facendo altro che architettare una nuova soluzione per una situazione nuova. Non volevo rinunciare a quanto avevo faticosamente conquistato. Non vi avrei rinunciato nemmeno per quello straniero che diceva di essere mio padre, come lui non aveva rinunciato, per me e per mia madre e per la sua casa, a seguire il suo desiderio di avventura e di gloria. Odisseo era stato un padre inesistente venti anni prima, ora tornava con una presenza ingombrante e inopportuna. Mi aveva ferito andandosene via da Itaca, e ora voleva finirmi tornando.

Ero pronto a mentire e a uccidere perché ciò non accadesse.

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