L’era dello zoticon chic

buongiornoVe li ricordate quei bei tempi, quando nelle cosiddette commedie brillanti due che da cinquanta minuti nel vostro temp du récit – corrispondenti di norma a due settimane buone nel loro temp de l’histoire – si scagliavano certe occhiate da triglia che neanche un barracuda dandosi rigorosamente del Lei, ad un certo punto incominciavano a limonare senza tregua e quando la facevano finita si davano improvvisamente del tu? Non so che impressione facessero a voi, ma a me quelle scene sono sempre sembrate esemplari nel loro potenziale di evocare il mistero gaudioso della comunicazione secundum naturam, in cui il sacrosanctissimo istinto alla sopravvivenza dettava ai due novelli copulandi regole perfette di un’interlocuzione senza sbavature e soprattutto scevra di quella sgradevole menda della personalità rappresentata dall’affettazione.

Che l’amore, o comunque l’interesse verso il prossimo ci renda tutti più predisposti ad una comunicazione efficace, nuda et venusta proprio come i Commentarii di Cesare (mica a caso passato alla storia come un grande stratega), è concetto che l’umanità ha fatto una straordinaria fatica ad accettare: fin dai primi passi in esilio dall’Eden, l’umanità si è raccontata la favola mica sempre bella della funzione liberatrice della cultura e della civiltà dalla morsa brutalizzante della Natura, culminata in età medievale e moderna nel culto della cortesia come cultura di sé nella relazione con gli altri. La cosa ha funzionato con risultati alterni fin che l’umanità ha avuto le tasche definitivamente piene dell’aristocrazia e della sua cultura dell’etichetta, tentando (o fingendo) di ricredersi prima attraverso culto del genio individuale nel Romanticismo,  poi attraverso il timido credito concesso alle teorie dell’intelligenza emotiva, inutilmente raccomandate anche in tutte le precettistiche del public speaking.

Essere se stessi o perlomeno farsi portatori di convenzioni sociali che non oscurino troppo la nostra vera natura è generalmente una cosa che dona alle nostre parole e ai nostri comportamenti bellezza e stile. Che cosa ci si è messo di mezzo nell’accettazione di un principio così elementare e facile da osservare in atto? Forse non è domanda a cui rispondere nei tempi e nei modi ridanciani di un post in un blog satiresco e per giunta semiacido come Limonate.

Ma fermiamoci ai dati di fatto. Nell’epoca in cui poche cose vengono rivendicate e predicate con ossessiva insistenza come la libertà contro tutte le espressioni culturali del passato, nate e fiorite all’insegna dell’ars, della Legge, del “non si deve” e in fondo di ogni genere di prescrizione, siamo subissati ogni giorno da colate melassose di retorica, inutilmente esibita per contenere lo spettro dell’anarchia e dissimulare l’incontenibile volontà di potenza del borghese medio(dotato): proprio lui, ancora confuso fra il mito del self made man e la malcelata speranza di assistere al fallimento del meccanismo di selezione intraspecifica.

Inebriati del legittimo desiderio di diventare – o  essere – qualcuno, quando abbiamo a che fare con gli altri ci facciamo tutti assettatuzzi come quel volpone di ser Ciappeletto di boccaccesca memoria, cercando di camuffare le sgomitate in The Struggle of Life con buffetti di bon ton, di norma intonato alla nostra Vis Samaritana come un velo di cipria passato sulla pelle di un pachiderma.

Volete una prova? La cercavo anch’io, quando per ingannare il tempo che avrei dovuto dedicare agli ultimi adempimenti dell’a.s., come il peggiore dei miei somarelli ho consegnato all’onniscienza di Google la chiave di ricerca Moda Bon Ton: salvo poi rimanere a bocca aperta di fronte alle prove, per il momento solo virtuali, della mia competenza in fatto di fenomeni di costume, competenza tanto più inspiegabile quanto più penso che la mia socialità si svolge prevalentemente in quell’ambiente altamente scostumato che è la scuola pubblica. La Moda Bon Ton esiste sul serio, e come sempre quando si trova la necessità di richiamare gli individui al piacere dell’autocontrollo, significa che si è entrati ufficialmente nell’Era della Villania.  In effetti questi sono i tempi che vedono l’ascesa di un nuovo modello antropologico: lo zoticon chic.

Qualche sospetto che l’ossessione per l’etichetta fosse tornata di moda mi era venuto rompendomi i timpani con le cantilene delle commesse e delle istruttrici di di Zumba che presidiano come vestali l’ingresso della mia palestra di fitness (sanno dare un’intonazione nasale al “ciaoooo” che neanche nei manuali di fonetica sanscrita), assistendo sbigottita alla diffusione di tecniche di implementazione museale come la stiratura dei capelli e la nail art, coltivando un senso di sopraffazione olfattiva nella tempesta organolettica che si scatena ormai in ogni locale pubblico con folate di essenza di Argan, Noce di Macadamia, pepe e zenzero, papaveri e pere, assistendo sconcertata alla partenogenesi di borse di ecopelle ogni giorno intonate a scarpe dalla calzata feroce, rigide e fresche come se non fossero mai state utilizzate per funzioni diverse dalla custodia di una tessera della metro. Per tacere della rassegnata constatazione che un mondo intero riesce a vestirsi comprando da Zara, leccatissimo guardaroba di un Teatro del Mondo piegato all’estetica dell’ufficietto.

Ma fin qua si potrebbe parlare di schietta invidia per la diligenza nella cura del corpo da parte di una nostalgica pepretatrice di sogni pseudorussoviani che vedono splendere la vera humanitas solo in scenari Into The Wild. Ma c’è qualcosa che forse non solo io faccio fatica a reggere. L’ostentazione di cortesia  che sembra essere tornata prepotentemente di moda nei saluti e nei modi di interloquire.

  1. Buongiooooorno! voto 4 se a rivolgertelo è una persona che conosci da una vita e magari malauguratamente. Le peggiori esecuzioni della cantilena del Buongiooooorno!  sono ad opera di quelle che si credono Maria Fuchs nel pretenziosissimo docu-polpettone Dancing with Maria o simulano la lietezza prezzolata di una giovane presenter per una marca di assorbenti esterni. Andava così bene ai tempi in cui di diceva Buongiorno a quelli cui si dava del Lei e Ciao a tutti gli altri, mentre oggi ti rifilano il Buongiooooorno! quelli che sarebbero più simpatici con un Ciao in bocca e ti insultano con il Ciao quelli che non conosci neanche di vista, come i lavoratori interinali nei negozi.
  2. la declinazione apertamente tamarra del Buongiooooorno! è rappresentata nel formule che ostentano affetto. Si prendano ad esempio saluti spiazzanti come Buongiorno Mondo, formula falsamente augurale di un’umanità in totale delirio narcisistico, o la disperata ironia di Buongiorno Bella Donna, rivolto generalmente con falsa complicità all’indirizzo di Milf in avanzato stato di decomposizione.
  3. l’uso scriteriato del Salve! soprattutto quando è uno più giovane a salutare una persona maggiore d’età e crede comunque di essere più educato di quelli che ti sparano senza riguardo il Ciao: è la conferma vocale che il locutore farebbe bene a rispettare le distanze, soprattutto quando il più anziano gode di buona salute.
  4. ma poi c’è The Best of The Best, il trionfo della Villania Cortese, il Calar della Notte nelle stanze del buon senso e del rispetto del prossimo,  nel momento in cui il sorriso di chi te lo rivolge si illumina della stolida certezza di bearsi dei suoni di una raffinata melodia. Sto parlando di quell’assurdità sintattica rappresentata dalle formule Gentilmente e Cortesemente. Voto 3, senza appello. Ricorderei, con la compagnia modesta di una grammatica italiana, che entrambe le formule sono degli avverbi di modo. I quali avverbi di  modo sono al mondo per dire che una determinata azione si compie in una maniera (e non in un’altra).

Perché voi avete mai pensato di chiedere una cosa, che ne so, villanamente?

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