Liberté, Égalité, Mbappé

Cari amici limonicini

dato che ho moltissimi difetti ma sono purtroppo immune al delirio di onnipotenza, non mi chiedo troppo spesso se qualcuno di voi si sia chiesto che fine abbia fatto la monaca di Monza –  e scusate il poliptoto chiedo/chiesto ma quando ce vo’ ce vo’: d’altra parte non saprei proprio in che altra maniera esprimere il concetto.

Perché sono sparita? Un po’ perché iniziavo a soffrire di una vera e propria forma di agorafobia virtuale: viviamo tempi in cui tutti hanno qualcosa da far sapere al mondo e la monacaquipresente smaniava tanti anni fa dalla voglia di farlo quando questa fregola ce l’avevano in pochissimi; poi s’è parecchio stufata di ritrovarsi sui social come spesso accade in quei laboratori di psicoterapia di gruppo che sono le riunioni di lavoro: lei che tiene la mano alzata attendendo il momento di parlare o alla smaniosa ricerca di un’intesa con qualsivoglia interlocutore, purché di buon senso, e poi il sopraggiungere di un senso di fiacchezza per tutte quelle voci che ti parlano sopra, una sciame di post livorosi e di appelli apocalittici, di petizioni di principio e di franche bufalazze che passano davanti. E siccome la sempremonacaquipresente non soffre di delirio di onnipotenza, ma un attimino permalosa lo è, mi sono detta: aspetta che mi faccio desiderare. Salvo poi farmi passare – grazieaddio – anche quella voglia, e dopo di quella, anche la voglia di dire qualcosa. È una grande fatica quella di dire qualcosa di intelligente (o perlomeno interessante) a scadenza programmata: a forza di parlare e di sentenziare mi sentivo aggredita da una sindrome di disidratazione cognitiva e pure culturale, e quando è sopraggiunto l’autunno dello scorso anno ho sentito un incontenibile bisogno di guardare il mondo, pensare e realizzare prospettive in maniera non artificiosa e soprattutto non a comando. Anzi, è meglio che vi dica la verità: con un congestione allo stomaco di richieste e aspettative su cosi sfiziose da dire, mi è venuta voglia di farmi una vita all’insegna dell’Alka Seltzer e di non dire proprio più niente, Beninteso, il sociomio don Rodrigo continuava a trattarmi assai bene, ma io per spremere limonate non avevo più la forza. In verità scarseggiavano anche i limoni: oppure arrivavano dopo spese sfiancanti e io pure li dimenticavo in dispensa inutilmente distratta da affacendamenti vani e perniciosi (leggasi scuola, che ora penso essere l’istituzione più anacronistica del pianeta, ma questo ve lo spiego in una prossima limonata).

Ma non tiriamola tanto per le lunghe, e veniamo al dunque. Anzi, prima del dunque, mettiamo in ballo un antefatto. L’antefatto nasce quando, evirati i rapporti virtuali, mi sono trovata faccia a faccia con quelli cosiddetti reali: collezionando sia per la stagione fall – winter ‘17 che per la sping-summer ’18 una serie di malintesi derivati dal fatto che la social comunicazione ha definitivamente cambiato e inselvatichito i riferimenti morali di tutti, compresa la qui scrivente, e dal fatto che in quanto intelligenza sociale non mi sono mai distinta come un prodigio.

La soprascritta apocalisse si preparava quando, una sera di queste recenti, mi chiama la mia amica P*, che già da da qualche mese mi dice che non mi fa bene fare la parte di quella che crede di avere il mondo contro di sé. Ai sensi del recente regolamento UE 2016/679, applicato in Italia a partire dal 25 maggio scorso, non vi posso dire chi è la mia amica P* e donde le derivi la smisurata saggezza che apprezzerete nelle prossime righe. Vi basti sapere che è una femminazza di classe A +++, un’amica di massima efficienza energetica. Funzione prevalentemente in fascia 3 (ore serali e notturne) via Whatsappaudio e lavora solo con il rinnovabile: pazienza, intelligenza, fiducia, curiosità che derivano tutte, come per la maggior parte di noi mortali, dalla degradazione dei frutti della vita in m. Ma dal letame fa nascere i fior, come dice all’incirca il sommo genovese poeta.

E dunque una di queste sere mi dice:

“Monaca, fai come i giornali d’estate. Alleggerisci.”

Prenderla alla lettera non è stato facile. Ma quando mi sono resa conto che a forza di tenere la bocca chiusa mi era venuto il mal gola (e questo, ancorché un forse pernicioso dato sensibile, è vero) ho realizzato che era meglio virare dall’esistenziale al minimale. Almeno fino alla ritorno dalle ferie.

E quindi ho deciso di buttarmi su un antico amore: quello per la storia. E pensare alla finale dei mondiali di calcio come l’ultimo episodio della campagna napoleonica in Russia. Dove i Bleus non hanno mia perso.

Io lo sapevo che avrebbero vinto, anche se mi sentivo vagamente in colpa a non tifare per i cugini croati. Che nel caso mio, cugini lo son pure sul serio: il che spiega, ancor meglio dell’inveterata fede mia juventina, perché sperassi nel trionfo dei ragazzi di Didier Deschamps. E se non lo capite, andate a leggervi un po’ di Sigmund Freud.

In conclusione di questa excusatio non petita, vi saluto con questa che è meno che una riflessione: è una banalità così sconvolgente che potrebbe essere messa in meme. Me ne astengo solo per motivi estetici.

Vogliamoci bene tutti, perché la vita è breve e questi non sono tempi che ci consentono il lusso di rovinarci da vita con i risentimenti. E perché da soli non si va da nessuna parte. Ce l’hanno mostrato molto bene i francesi nella finale dei campionati del mondo di calcio: personalmente, penso pure che abbiano grandi margini di miglioramento.

In verità, questo è quello che i discendenti di Marianne fanno pensare al mondo più o meno da cinquecento anni a questa parte: più o meno da quando Caterina de’ Medici segnalò pubblicamente di essersi stufata dell’Italia andandosi a cercare un marito in Francia. Non che lì siano sempre state rose e fiori. Ma su questo non v’ho certo da informare io.

Torniamo a Francia – Croazia, incredibile match vinto non certo dalla squadra migliore, ma dalla più capace di cogliere le buone occasioni. Come quella di accettare di farsi dire da mezzo mondo che Russia 2018 è stata vinta dall’Africa.

Tutto è iniziato con una storia fatta di sfruttamento più che volontà di potenza, e di spaventosi errori ed orrori. Sfruttamento di uomini, di terre, di lavoro, di speranze. Ma quando si è chiuso il capitolo del colonialismo politico, la lezione che ne ha tratto la parte migliore dell’Oltralpe è stata formidabile. Almeno nei dintorni dei locali comitati olimpici, tutti sanno che la fraternité con quelli che abbiamo chiamato con Conrad Cuori di Tenebra porta solo ad astera. E che l’uomo bianco, abbia pure le gambe e la testa di Antoine Griezmann, autentico Napoleone della serata moscovita a partire dalla statura e dalle azioni imperiose, si esprime meglio se il suo vocabolario non si chiude mai alla diversità. Così deve essere anche nella vita, immagino.

Abbandonare anche solo per due ore il peso della politica, tornare all’epica – anzi alla favola – del duello, illudersi che un mondo migliore sia possibile  quando al 36′ del secondo tempo scende in campo Fekir che sembra un Fratello Mussulmano in tacchetti forse non è un segno confortante della salute di questo mondo, e forse neanche della mia. Ma prima di me l’aveva detto a chiare lettere l’autore dell’unico libro che conosco quasi a memoria, ed uno dei pochi che ho letto sul serio

Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può che appartenere alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo.

E allora finché dell’uomo parla l’unica parte che non mente, quella dei muscoli e della loro prodigiosa catena cinetica, #Give Peace a Chance ☮.

E quindi allons con lo slogan  dell’estate. O, pardon, con quello che sarà il mio slogan dell’estate

lo slogan della Monaca per l'estate 2018

lo slogan della Monaca per l’estate 2018

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