Ma a Trieste è dolce dormire

la monaca di Monza

Fanno bene a dire i turisti – pochi e quasi sempre occasionali – che Trieste è una città speciale.

Che è un crocevia di culture, che è un incontro di habitat, che è un corridoio che dall’Italia immette in un’altra Europa, quella attraversata dal Danubio tanto caro a Claudio Magris e a tanti oniromani aggrappati all’immaginario delle vecchie province.

Passa un sacco di gente a Trieste, forse anche i triestini che sono noti in tutto il mondo (e anche in tutte le agenzie turistiche) per essere dei grandi amanti dell’outdoor e dei grandi viaggi: la riprova concreta l’avete quando guardate gli esterni delle loro case (e anche parecchi interni) che fanno generalmente abbastanza pietà, a chiara memoria e monito che tra quattro mura il triestino ci sta stretto di brutto e non ha tempo di pensarci più di tanto.

Passa tutto a Trieste, complice anche la bora che ogni tanto spazza via tutto e ricorda ai triestini che niente è per sempre. Passano i popoli, passano, le amministrazioni, passano i negozi (nuove aperture e cessazioni d’attività si succedono ad un ritmo frenetico), passano le idee. Quelle non si fermano mai: avessero un po’ la pazienza di attendere, forse si trasformerebbero ogni tanto in qualche cosa. Anche in qualche cosa, osiamo questo termine, di triestino, e che magari non appartenga al passato – che come dice il termine è proprio passato, e non c’è niente da fare. E invece in questo non–luogo c’è solo spazio per non-cose. No se pol, e se magari è possibile, il triestino ti dice subito che non ne vale la pena. Mica scemo lui!

E così mi fanno molta tenerezza, tra i triestini, gli amici LGBT che all’indomani dell’evento nazionale #Svegliatitalia parlano di trionfo per le piazze di tutta Italia, omettendo l’imbarazzante fatto che i loro concittadini li hanno lasciati non dico soli, ma in compagnia dei soliti fans (età media 47, parecchi insegnanti di cui qualcuno in pensione, molte donne e troppi impantanati nelle belle arti con pochi diversivi) per un totale di stimate 400 presenze: un’isola di idealisti nella sovradimensionata piazza dell’Unità d’Italia, bordeggiata nel lato ovest da una rada schiera di spettatori spiaggiati sulle poltrone in vimini del Caffè degli Specchi. Testimonial la monfalconese Elisa, brava – niente da dire – ma qualche cristo di triestinonelmondo che ci mettesse la faccia avevi voglia a trovarlo.

Temo che non fosse colpa dell’ora post prandiale e della bella giornata che incitava il demone escursionista del triesticolo medio a tenersi lontano dalla città; e temo che sia del tutto fuori luogo prendersela con l’oscurantismo cattolico o piuttosto tardoborghese, che nella cinica Trieste non ha neanche le dimensioni di un fenomeno. Non potendo disporre di un registro delle presenze nelle chiese, basti pensare al fatto che Trieste occupa il penultimo posto nelle 200 diocesi d’Italia per il numero degli studenti avvalentesi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine. 50% contro la media del 70% del Nord, ovvio che al Centro e soprattutto al Sud i numeri salgono. Ti verrebbe da dire che siamo nella Mecca del laicismo: conoscendo i triestini, diresti piuttosto che forse si tratta di semplice apatia. Quella con cui si liquidano i clienti con un volentieri quando la roba che hanno chiesto non si trova.

E quando ti rivedi il giorno prima con foto come queste, mentre nel resto d’Italia ti fanno capire che il buon senso s’è desto, ti chiedi perché questa città si ostina a dormire. Dormire, passare, partire: che come diceva quello, è un po’ morire.

foto da edizione on line de "Il Piccolo", 23 gennaio 2016

foto da “Il Piccolo” ed. on line, 23 gennaio 2016

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