Ma il Natale no

Ci siamo. Mancano 27 giorni esatti alla festa più faticosa dell’anno, e per quanto mi riguarda, la più detestata dopo il mio compleanno: il Santo Natale. A ricordarmelo ieri è stata un’improvvida sortita in un negozio di abbigliamento, reso inquietante da enormi cartelloni neri inneggianti al Black Friday, che nella mia ignoranza ho subito erroneamente collegato ad una vendita fallimentare: ignorando anche che stavo per essere molestata da una commessa, giovane e neanche tanto carina, con la proposta di acquisto di una card che mi avrebbe consentito di approfittare di favolosi saldi nell’apocalittico periodo natalizio. Festa della rinascita e della chiusura delle scuole (e di poche altre cose positive, che non è proprio un caso che in questo momento non mi vengano in mente), dalle grate del mio convento lancio nel mare magnum del web questo messaggio nella bottiglia, nella speranza che vi entri abbastanza acqua per annacquare il mio tossico spirito antinatalizio. E se avete intenzione di bere tutte le mie sparate, prosit!

CINQUE MOTIVI PER ABOLIRE IL NATALEnoNatale-130x150

  1. La vendita promozionale di pandori e panettoni nei supermercati: non che non mi piacciano, ma chiederei un po’ di requie all’ininterrotto esercizio di virtù che ognuno di noi è immancabilmente chiamato a fare nei giorni feriali. La mia vita, come quella di molti, è un continuo dir di no: no nervi, no alcol, no domeniche libere perché ho sempre qualche compito da correggere o più lezioni da preparare, no divano quando hai finito perché un po’ di attività fisica in palestra ti tiene lontano dalla depressione e dall’adipe, no dolci in dispensa e no formaggio in frigo. Almeno datemi una mano, per favore.
  2. La ricerca di regali per gente che ha tutto, almeno quella che conosco io. Non posso sommergere la gente con ettolitri di bagnoschiuma Christmas Edition o sciarpe, guanti, caldi calzettoni, calzerotti o pantofole, visto che sono gli stessi regali che si vede rifilare da tutti gli altri cercatori di presenti natalizi sulla faccia della terra.
  3. La tempesta di messaggi, video e foto di auguri: in questo senso l’avvento di Whatsapp è stata un’autentica piaga. Come l’invasione delle cavallette in Egitto, soprattutto per quelli come la Monaca che pensano ancora che ad un messaggio si debba sempre rispondere. Per tacere dei picchi di glicemia semantica scatenati da un esercito di renne ballerine e Teddy Bears incanutiti su colline di pacchetti regalo che superano anche quelli contenuti nel Mont Blanc del Cenone di San Silvestro.
  4. La frequentazione dei parenti al pranzo di Natale: non so i vostri, ma i miei devono riporre una fiducia eccessiva nei benefici del sacramento della confessione o di un Super Ego troppo condiscendente. Io li trovo decisamente più interessanti nelle feste non comandate, quando un consumo più moderato di alcolici e una minore insofferenza nei confronti della durata interminabile del pranzo di Natale li colloca su posizioni più moderate rispetto a tematiche come: la presenza degli immigrati in Italia, i limiti del dialogo interculturale, gli interventi del governo per uscire dalla crisi, le pari opportunità und so weiter. Sono quei momenti in cui ti penti di non esserti fatta amica di Gesù Bambino, o di non esserti presentata al pranzo con amico capace di imitare John Rambo braccato nel bosco di Hope.
  5. Le trovate geniali di presidi come Marco Parma: certo, tutto il mondo non è Rozzano e la categoria professionale (non solo quella dei presidi: quella della gente che lavora a scuola in generale) non è di quelle che brilla per alte percentuali di buon senso, ma se ne viene fuori un altro avvertitemi che compro il primo presepe della mia vita e lo regalo a lui.
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