Made in Bangladesh. Conviene?

D’accordo! Erano figli di papà, sette rampolli di famiglie bene, forse belli e anche bene educati, universitari che frequentavano scuole private, vestiti alla maniera occidentale, con lo zainetto sulle spalle. Dico i sette che hanno torturato, trucidato senza pietà 20 esseri umani tra cui 9 italiani all’Holey Artisan Bakery di Dacca, il primo luglio.

terroristi7 fanatici hanno trucidato 20 esseri umani. Perchè? (ammesso che ci sia).

20 esseri umani che in comune avevano qualcosa che li differenziava dal semplice turista che cerca ristoro in un bar. Erano tutti onesti lavoratori, avevano famiglia, gusti, hobby. Dei 9 italiani, 7 di loro avevano in comune il fatto di occuparsi del settore tessile in una terra che è famosa per le attività produttive in questo campo dell’economia.

made_bangladesh_scuraOra, basta guardare l’etichetta dei capi di vestiario che abbiamo addosso o nell’armadio per scoprire quello che è confortato dalle statistiche. Che si abiti a Roma, Londra, Parigi o New York, ci troveremo la scritta MADE IN BANGLADESH, (oltre che in Cina, Sri Lanka, Cambogia e in una lunga serie di paesi asiatici o del terzo mondo). Per di più anche molti manufatti prodotti all’estero, per effetto della delocalizzazione e riesportazione, portano l’etichetta made in Italy. Ma chi li produce viene, sempre e comunque, pagato pochi euro al giorno. Si può scendere fino a 2 euro al giorno!

Non si può ignorare il fatto che, ogniqualvolta acquistiamo un capo di vestiario per pochi euro – ma più spesso sono molti, moltissimi -, dietro non può non esserci sfruttamento del lavoro minorile e non, orari massacranti, riduzione drastica dei diritti e condizioni di vita che in occidente hanno già provocato svariate rivoluzioni nel corso della storia.

Ma nel  Bangla Desh il tempo e la storia dei diritti dei lavoratori sono fermi.

Scrive un dispaccio di AdnKronos: “ Nel periodo gennaio-febbraio 2016 , ammontava a 274 mln il valore delle importazioni dal Bangladesh all’Italia. Oltre 271 mln di questi, quasi il 99%, è rappresentato da prodotti tessili, articoli di abbigliamento e articoli di pelle. Per altro, secondo gli ultimi dati disponibili dell’agenzia Ice, in crescita del 13% rispetto allo stesso bimestre del 2015. Non è un caso, infatti, che più della metà degli italiani morti nell’assalto terroristico di ieri sera a Dacca, in Bangladesh, lavorasse nel tessile. La Lombardia è una delle regioni dove pesa di più, in termini di ricchezza prodotta, l’interscambio commerciale con il Bangladesh, rappresentando circa il 15% del totale nazionale. Secondo gli ultimi dati disponibili della Camera di commercio di Milano, nella prima parte del 2015 gli scambi valevano 132 milioni di euro, di cui 80 di import e 52 di export, un valore in crescita del 94% rispetto a 5 anni fa, 64 milioni di euro in più. Le importazioni, che riguardano per il 97,3% prodotti tessili, hanno vissuto un boom lo scorso anno e sono salite del 30% con punte del +496% a Cremona e del +264% a Pavia.”

Questi sono i fatti e i dati.

E quindi viene da chiedersi: ma i 7 viziati rampolli della Dacca bene, erano veramente jihadisti?  Perché hanno deciso di prendersela proprio con gli avventori di un preciso locale nella parte ricca della città, nel quartiere diplomatico, dove sapevano di trovare un determinato tipo di persone?

Impossibile giustificare qualunque tipo di eccidio. Sempre. La morte, la prevaricazione e la violenza rimangono sempre le peggiori piaghe di tutte le latitudini. Questo è pacifico.

Però rimane un fatto duro e crudo: che la prevaricazione e la violenza fanno parte anche di quel mondo dove il lavoro di un essere umano non vale quasi niente.

Secondo la Banca mondiale, nel 2010 il Bangladesh è stato il paese in cui gli operai guadagnavano di meno al mondo. Lo stipendio medio di un operaio bangladese equivale a circa 2 euro al giorno. Il Bangladesh, per numero di fabbriche tessili, nel mondo è secondo solo alla Cina. E si potrebbe continuare con tristi record e primati negativi, tra cui le morti nei posti di lavoro sovraffollatie privi delle necessarie misure di sicurezza.Bangladesch_S-640x360

Quanto serve ricordare è che, già nel 2012, le 5.000 aziende tessili poresenti sul territorio bangladese avevano il potere di influenzare le forze politiche locali con i loro generosi finanziamenti e, quindi, di godere del favore del governo. Governo che, guarda caso, ha sempre adottato una linea dura contro le rivendicazioni sindacali dei lavoratori locali e ha esercitato un controllo opprimente sulla classe operaia mediante le sue forze di polizia, impedendo e reprimendo ogni forma di protesta e di rivendicazione dei diritti umani e del lavoro.

Questo va detto per quanti cadono nel facile e comodo pretesto che questi lavoratori, se non guadagnassero 2 euro al giorno, morirebbero di fame e considerano le multinazionali altrettanti benefattori.

Sarà un ammonimento prosaico, ma quando compriamo una polo, un paio di scarpe, un abito, o un manufatto in genere, che siano di un grande marchio oppure no, che costino 2 o 2.000 euro, dobbiamo tenere presente che dall’altra parte del mondo – molto probabilmente – stiamo facendo del male a qualcuno. E questo qualcuno potrebbe non tollerarlo più.

Nel dubbio, non compriamolo. Un acquisto consapevole può aiutare ad allentare la tensione.

Roberto Calogiuri

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