Mina, Celentano e l’aspirazione all’universale

Le cose diventano sempre più confuse. A cominciare dal premio Nobel assegnato a un cantante che, a quanto pare, non lo vuole ricevere. Il che significa che in tempi confusi come i nostri c’è un po’di confusione tra settori dell’espressione estetica, come – a esempio – tra poesia e musica leggera.

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La pietra dello scandalo

Probabilmente tutto questo avrà anche un significato riposto, ma andiamo oltre.

(Mettiamo tra parentesi che il Nobel dovrebbe essere consegnato a chi si sia distinto nei diversi campi dello scibile, «apportando considerevoli benefici all’umanità» per le loro ricerche, scoperte e invenzioni, per l’opera letteraria, per l’impegno in favore della pace mondiale.)

Se Bob Dylan si dà alla fuga dalla commissione che lo vuole premiare, per una legge di compensazione gravitazionale ci dev’essere qualcun altro, da qualche altra parte, che si approssima – o tenta di farlo – al massimo riconoscimento mondiale.

Fa parte del gioco della vita. È come l’amore: chi fugge insegue e chi l’insegue fugge.

Forse non sarà proprio così ma, a proposito di musica leggera, anche in Italia c’è chi tenta – o ha tentato – il grande salto dal pop all’etica con un binomio che, dopo 18 anni, torna a farsi sentire con un nuovo album.

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Gli aspiranti

Mina e Adriano Celentano. I due cantanti che non hanno uguale nella scena contemporanea e che per popolarità sono i più longevi della canzone italiana. Se si eccettua Gino Paoli con le sue magagne fiscali che ancora non sono finite in musica.

Mina e Adriano cantano insieme. A momenti uscirà la loro ultima fatica (venerdì, 11 dicembre). E non è un caso che cantino insieme.

Infatti hanno alcune caratteristiche in comune che li proiettano oltre l’orbita terrena del pop italiano. Sicuramente da qualche parte verso un empireo.

Tanto per cominciare, entrambi nascondono la loro vera personalità dietro un personaggio; si concedono di rado o per niente alla curiosità dei media, centellinandosi solo in occasioni prestabilite, costruite, in eventi organizzati e predisposti nei minimi dettagli. Appuntamenti discografici o in rete per Mina ed esibizioni teatrali per Adriano.

Entrambi sono famosi per aver proposto due paradigmi vincenti: Mina è un modello impareggiabile di interpretazione canora, Celentano un esempio di ribellismo e trasgressione (più o meno ortodossa, a seconda dei gusti).

Entrambi sono dotati di indubbio carisma: Mina fu definita da Louis Armstrong “La più grande cantante bianca al mondo”, fu accostata alle categorie tipiche dell’arte, a Maria Callas addirittura. Più diveniva famosa e più si sottraeva allo sguardo dell’opinione pubblica.

Invece Adriano è l’apprendista orologiaio che diventa commentatore, in chiave morale, del proprio tempo, anche con ironia; colui che getta le fondamenta dell’impegno preparando il terreno alla canzone di protesta. Crea un modello di canzone italiana esportabile.

Hanno articolato la strategia del loro successo su punti cardinali eccellenti: Mina sul virtuosismo esasperato e sul mistero che aleggia sul suo buen retiro svizzero, Celentano sull’estetica post moderna della dissimulazione e della critica socio-politica. Entrambi hanno una tecnica ottima, resa eccezionale dalla capacità di manovrare i media a loro piacimento e da una padronanza non comune dell’arte interpretativa. Non c’è che dire.

Sarà per questi meriti guadagnati sul campo del mercato discografico che entrambi si sentono investiti da una missione che travalica quella della canzone leggera. Sarà per queste stimmate impresse dallo star system che si sentono portatori di messaggi da comunicare all’umanità. Altrimenti non aspirerebbero entrambi a vestire i panni del guru, del maestro di pensiero, seppure con modi e mezzi diversi.

È ben noto, infatti, che Mina ha scritto fino all’anno scorso articoli di costume, editoriali o rubriche di posta su Vanity Fair, La stampa e Liberal, dove fustiga e blandisce o, semplicemente, polemizza. Lo fa con l’autorità morale che – evidentemente – le deriva dalla sua fama. Non sempre incontrando il favore del pubblico né guadagnando quello status di guida morale che sembrerebbe gradire. Anzi, attirandosi le critiche di alcuni giornalisti opinionisti di lungo corso.

Per Celentano è diverso. Lui ha scelto la soluzione teatrale, con i ben noti sermoni in cui fonde musica e politica, fornisce indicazioni di voto, inviti alla meditazione esistenziale, indicazioni sulla diritta via, spesso tralignando nel saccente paternalistico. Anche lui fondando la sua autorità sulla (naturalmente ben guadagnata) notorietà.

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Il credente a propria insaputa

Se Mina benedice Morandi, maledice l’iPhone o critica gli insegnanti perché al ritorno dalle vacanze estive parlano di mare e non di libri, Celentano – recentemente – ha dato dell’ignorante a Dario Fo perché “non credente”.

Sia chiaro: lo ha fatto dal pulpito del Corriere della Sera in occasione della scomparsa di Fo, quindi in mezzo a tanti complimenti e a tanti colpi al cerchio e alla botte, com’è nel suo stile, sferzando tutti e nessuno ma… Ma con quella vena da sapiente, di chi ha capito tutto, anche più del soggetto in questione che, in fondo in fondo, pensava al Padreterno a propria insaputa.

Che dire tra tanti premi Nobel. Uno se ne va, uno (forse) viene. Tanti, in fondo in fondo, aspirano al titolo, all’immortalità, all’universalità. Che male c’è?

Ma quel premio… ogni anno una lotteria.

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