Noi vogliamo l’insegnamento della storia di niente

VOGLIAMO-LA-STORIA-DELLARTE-300x279Uno spettro si aggira da molti mesi per i social. Uno dei tanti, ma ve lo segnalo perché ogni volta che incontro quello mi metto a ridere. Prima di iniziare, mi scuso con lo spettro perché non mi fa paura: io sono diventata una di quelle che non si stupisce più di niente, con il ricavo aggiuntivo dell’Immunità Perenne da ogni Strizza.

Lui è uno di quei post che girano sempre uguali a se stessi di bacheca in bacheca. Nel rosario delle notifiche, ti arriva puntuale ogni tre scrollate di video, specie se tra gli amici hai una quantità esagerata di prof o di genitori di alunni delle scuole medie.

NOI VOGLIAMO L’INSEGNAMENTO DELLA STORIA DELL’ARTE

Messa così, suona come il crac del Settimo Sigillo o l’entrata in scena della Grande Meretrice nei soliti siparietti apocalittici della farsesca scuola italiana, capirete che non mi fa paura. E’ vero invece che mi succede un’altra cosa: mentre rido, mi sale il retrogusto dell’incazzo. Ai miei tempi, era una di quelle materie salvavita che tu facevi con il trasporto delle ore di ginnastica e religione, per dirla tutta. Nel buio in cui si proiettavano le diapositive sulle magie della “V” dei panneggi di Arnolfo di Cambio o sul recupero dell’encausto nella Battaglia di Anghiari, brulicava tutta la vita soffocata dai trimetri di Sofocle e la concinnitas di Cicerone in una tempesta di battute cretine, sfottò alle racchie e pacche che si sperava non doppiassero verso meridione la latitudine delle spalle. Ricordo ancora il panico totale che colse i maturandi dell’estate millenovecentottantacinque quando si videro annunciare che una delle materie affidate ai commissari esterni era Storia dell’Arte: c’era gente che non aveva ancora tolto il cellophane ai libri di prima, oggi sono i Postatori Number One della mano di Dio che purtroppo non manda in porta un gol di Maradona all’Inghilterra, ma cerca il ditino di Adamo bramoso di riascoltare in differita le lezioni di Storia dell’Arte snobbate in giovinezza. Direte che era tutta colpa degli insegnanti, e in effetti neanch’io avevo avuto la fortuna di averne uno brillante in questo campo. Ma chi conosce uno che sia mai andato a settembre per giocarsi l’anno con l’esame in storia dell’arte, alzi la mano che lo mandiamo a Voyager.

Ancora adesso, mentre nelle ore di latinorum importuno i miei studenti chiedendo se di storiadellarte hanno fatto questo o quello, ricevo per tutta risposta degli sguardi allucinati che all’incirca sono sottotitolati così: guardi che ci avevano detto che almeno in quell’ora ci lasciavano in pace. Ne ebbi conferma l’unica volta che sedetti in commissione ad un esame di stato: vicino a un’infiltrata di Storia dell’Arte che rifece per diciassette volte consecutive a diciassette candidati differenti la medesima domanda, i cinque punti della nuova architettura di Le Corbusier. A un certo punto le repliche s’interruppero perché il diciassettesimo candidato ricordò che si trattava di un argomento già trattato in un’ora di lezione e, fortunato, rispose. La lezione era una di quelle di cui aveva già beneficiato Adamo e Mariastella Gelmini non aveva ancora accolto quelle tante tacite richieste di una scuola meno invasiva, sforbiciando per l’appunto le ore di Storia dell’Arte.

E magari sarebbe meglio che le cose cambiassero. Che ci rendessimo conto che il rispetto per la bellezza va coltivato ben prima e ben altrove che non sui scassati banchi di scuola. Che troppi fra gli adulti di oggi si rendono conto dell’intramontabile valore dell’Arte quando possono farne lo sfondo delle foto ricordo delle loro vacanze o quello delle lenzuola Bassetti che li fa dormire sotto il mare di papaveri di Monet. Che la gente si ricordasse che l’ora di Storia dell’Arte esiste già in tutti i licei della Cattivissima Scuola: peccato che l’adolescente medio di tutti i tempi ci presta la stessa attenzione che concederebbe ad una retrospettiva di Jean Vigo mandata in onda il giorno dello sciopero dei giornalisti di Sky Sport. Il che non è un problema della Storia dell’Arte, ma delle reali capacità degli esseri umani di leggere messaggi che sono stati codificati in un’altra lingua per un’umanità che aveva ben altro spirito. Quello che le consentiva di concepire il Tempo come un’entità da vivere, non da inzeppare con caterve di esperienze da accumulare come i punti in un concorso a premi. Quello in cui l’Arte viveva era un mondo in cui le immagini non si potevano scrollare o guardare nella miniatura di un portachiavi.

Bisognerebbe ricordare infatti che troppi fra quelli che furono già beneficiari di tête à tête con la Grande Bellezza le hanno voltato voltato le spalle con tutta la forza che potevano immaginare d’avere. Ma proprio con tutta, come mostra questo ineffabile scatto

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