Troia non sarebbe stata conquistata…

…se nella pancia del cavallo avessero cambiato idea!

[Roberto Calogiuri]

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La notte calava sulla città. Il fiore dei guerrieri achei tratteneva il fiato e allungava le orecchie a ogni più piccolo rumore. Attendevano che l’ultimo troiano andasse a dormire. Soltanto allora sarebbero usciti in silenzio dalla pancia del cavallo per aprire le porte della città ai compagni d’armi. Avrebbero fatto strage di uomini. Avrebbero preso donne e bambini per farli schiavi. Finalmente, dopo tanto tribolare, avrebbero conquistato Troia.
Il cielo era senza luna e il buio sarebbe stato il più fido alleato. Sempre che non fossero soffocati prima! Perché nella pancia del cavallo non sarebbe entrato più nemmeno un capello. Da un giorno intero stavano pigiati e calcati gli uni sugli altri, attorcigliati in un groviglio di membra e di armi tra la puzza di sudore e scoregge. Sopportavano con anuo eroico quel tormento soltanto perché la vittoria era a portata di mano. Questione di attimi e, presto, avrebbero iniziato la missione risolutiva, l’impresa che li avrebbe consacrati alla fama e alla gloria per i secoli a venire.
La gloria!
Ma, all’improvviso, le maestose porte del tempio della dea Atena si apersero lentamente. Due ombre lunghe si disegnarono contro il chiarore delle lanterne e delle torce e scivolarono in silenzio sul tappeto di luce gettato verso la piazza. La notte era inoltrata, eppure molto grande era la curiosità di vedere da vicino quel prodigio. In città si diceva che i soldati della Grecia, stanchi della guerra, avessero donato alla dea quell’enorme cavallo di legno per propiziarsi un felice ritorno in patria.
– È veramente grandissimo! – disse la divina Elena, la più bella tra le donne, accarezzando il garretto del gigantesco cavallo di legno.
– Strani questi Achei! – continuò torcendo la bocca all’ingiù e inarcando le so-pracciglia in una smorfia dubbiosa. E qualche ruga si disegnò attorno alle bellissime labbra e qualche altra ruga increspò la fronte. – Per dieci anni rimangono qui, sotto le mura di Troia, a uccidere e a farsi uccidere. E poi, misteriosamente, se ne vanno.
– Già! – disse Deifobo – Ma dieci anni fa non c’erano queste rughe! – pensò esaminando il viso di Elena la bella, la donna che aveva attirato sotto le mura di Troia i più grandi re achei assieme ai loro eserciti comandati dal marito cornuto. E rimase a guardarla mentre osservava affascinata il cavallo di legno e gli girava attorno.
– A questo cavallo manca un particolare… Ce ne hanno messo di tempo per capire che Troia è inespugnabile… che Elena è imprendibile. Si sono arresi e se ne sono andati…- disse.
Ma in quelle parole c’era una nota di malinconia, di rimpianto, di delusione. E anche una punta di rabbia. Non poteva credere che tutti avessero rinunciato a conquistare la bella Elena, figlia di Zeus e di Leda. Forse non rappresentava più una preda invidiabile per i migliori re del mondo? Il tempo l’aveva resa meno desiderabile?
In quel momento, all’interno del cavallo, i più nobili tra gli eroi achei trattenevano a stento l’ardore dei loro corpi gagliardi e l’impeto dei loro animi guerrieri. Non era ancora il momento. Tutti quegli uomini, con gli occhi incollati alle fessure delle assi, osservavano muti e sorpresi la donna per la quale, da dieci anni, combattevano senza tregua lontani da casa, e solo gli dei sapevano per quanto tempo ancora si sarebbero trattenuti su quel lido. E non la trovavano così bella e desiderabile come una volta. Quasi non ricordavano più il perché di quella lunga guerra e stare chiusi lì dentro cominciava a sembrargli un po’ assurdo… non fosse stato pe la gloria… E ognuno di essi, pigiato nell’oscurità, improvvisamente fu attanagliato dal terrore di essere scoperto e arso vivo in quella prigione di legno o, peggio, di essere gettato giù da un dirupo assieme al cavallo. Bella fine dopo tanto battagliare! Fine in-gloriosa che nessuno avrebbe cantato.
– Dieci anni… – ricordò Elena a voce alta come se leggesse nel pensiero dei guerrieri Achei – Ne sono accadute di cose… ne è passato di tempo – E volle ricordare con nostalgia gli uomini della sua vita, i mariti che aveva avuto: Teseo che aveva ucciso il Minotauro, il ricco e rispettabile Menelao, Paride coraggioso solo a parole, Achille audace ma collerico… e ora Deifobo, quel ragazzino imberbe che le era stato dato da Priamo per trattenerla a Troia, troppo giovane… troppo. – Gli uomini passano… le donne restano…
Sospirò.
Ma i guerrieri, che la ascoltavano con molta attenzione, la udirono, e le sue parole resero quell’attesa ancora più gravosa e quella posizione ancora più scomoda e opprimente. Allora un’inquietudine indefinita, un sottile dubbio serpeggiò in quel groviglio di eroi ammucchiati nel ventre del cavallo, e non sapevano ancora il perché. Il furbo Odisseo e il prode Neottolemo si guardarono e alzarono il mento per dire: ma dove vuole arrivare? Qualcuno sbuffò e si contorse cercando una posizione più confortevole, ma non fece altro che renderla più insopportabile a tutti gli altri.
Deifobo guardava Elena senza desiderio e pensava che quella donna aveva i fianchi troppo larghi, e si imbellettava un po’ troppo per suoi gusti. E che se non fosse stato per ordine del vecchio padre non l’avrebbe mai sposata…
– … le donne che restano… – ripetè sommessamente Elena proprio sotto la pancia del cavallo, proprio sotto gli occhi del prode Odisseo. – Quanto avrei voluto rimanere a casa anch’io… come le mogli di quei prodi guerrieri… Ma se ci penso muoio dal ridere! Loro qua a combattere tra disagi, scomodità. E la morte. Quelle invece a casa propria, a godersi la vita, finalmente… senza i mariti tra i piedi, libere dai lacci del matrimonio, dalla schiavitù del solito talamo, libere… finalmente!
Elena levò una risata sonora e argentina.
A quelle parole, la pancia del cavallo fu scossa da un nuovo fremito, un nuovo turbamento percorse il groppo di membra e di corpi. Qualche collo si allungò e qualche occhio si sgranò. Quel dubbio, lentamente, si faceva sempre più acuto. L’incertezza divenne sospetto. E il sospetto divenne immagine. E l’immagine fu quella del disonore. Qualcuno per la sorpresa sferrò qualche calcio e qualcun altro se lo prese.
– …sono tanti dieci anni… anche per una donna docile e remissiva… ma dieci anni! Deifobo! – sbottò all’improvviso – rispondi: secondo te, una donna può aspettare il marito per dieci anni? Può resistere dieci anni senza un uomo?
Deifobo fece di no con la testa per assecondarla. In realtà pensava ad altro.
– Io non aspetterei. Ha ragione Clitemnestra che ha ceduto alla corte di un bel giovanotto: perché, mentre suo marito Agamennone era tutto preso dall’assedio di Troia, Egisto gli espugnava la casa e la moglie. Bel guadagno! Ma Penelope… quella sì… la buona e saggia Penelope, che ha più di cinquanta pretendenti che le offrono quelle premure e quelle attenzioni che suo marito, il grande Odisseo, tributa invece ai suoi soldati… mi piace pensare che in questo momento qualche nobile giovane e bello sconquassi il talamo di Odisseo, il più furbo dei Greci! Che furbo quell’Odisseo. Che accorto! E che scaltri, attenti e avveduti i grandi capi achei: per assalire Troia hanno lasciato sguarniti i popri letti… Ha ha ha! Che spasso!
In quel momento il cavallo scricchiolò paurosamente.
– Hanno fatto bene a tornarsene a casa – disse Elena guardando in alto, ignara del contenuto del cavallo ma preoccupata per la sua fragilità. – Deifobo, la notte sta per finire… andiamo a dormire mio bel giovane… non vorrei che questo cavallo ci crollasse addosso… Non vorrei che Cassandra avesse ragione e nel suo ventre si nascondessero i soldati achei! – Così disse la bella Elena mentre scompariva assieme al marito nelle ombre della notte.
Nel ventre del cavallo uno spasimo aveva sconvolto la divina stirpe degli uomini eroi. Nel più assoluto silenzio gambe, braccia, mani e piedi, cuori e coscienze si agitavano come pezzi di carne in una pentola che bolle sul fuoco vivo!
– Uomini! Achei! Eroi! – disse Odisseo con gli occhi stralunati in un sussurro di rabbia soffocata – Il desiderio di gloria ci ha accecato fino a oggi. Dobbiamo riconoscere che c’è del vero nelle parole di Elena. C’è anche uno solo tra noi che osi dubitarne?
Come risposta ottenne un coro di “No!” strozzati dall’ira.
– E allora… Epeo! Dove sei, cane di un focese! Tu hai ci hai chiusi qui dentro. Tu ci farai uscire. E fa’ presto! Uomini, coraggio ché tra un po’ albeggia. Il sole di domani deve vederci in viaggio per la Grecia. Si torna a casa! E in fretta…

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