Oltre la vita, la morte e Dio. Insomma: Ikea

Nel terzo anniversario della strage al largo di Lampedusa del 3 ottobre 2013, una associazione tra idee lontane (ma solo nel tempo) mi ricorda una cucina targata Ikea che scoppia, sventra una palazzina e provoca due morti. Poi una cassettiera Ikea che cade e schiaccia alcuni bambini. Poi alcuni teneri orsacchiotti su altrettante bare bianche. La morte e l’Ikea, penso. Ma perché? ci si potrebbe chiedere. E perché Lampedusa?

C’è un perché.

Una cucina che scoppia fa pensare. Ma può essere una coincidenza.  Ogni tanto le cucine scoppiano.  È accaduto a Trieste. E adesso gli eredi chiedono, principalmente agli svedesi, l’integrale risarcimento del danno. Il pm ha chiesto la condanna degli installatori e il tribunale deve decidere di chi è la responsabilità. Lo farà verso metà novembre.

Dietro a questi disastri c’è sempre il sospetto che il basso costo nasconda bassa qualità. D’altro canto, dicevano gli antichi, “Chi più spende, meno spende” e, come si sa, Ikea è famosa per i prezzi bassi. Bassissimi. Quindi…

A cominciare dai cibi: nel 2013 Ikea dovette ritirare dal mercato le sue torte alle mandorle perchè farcite con batteri fecali, e le polpette  perchè contenevano carne di cavallo non tracciabile.

Per gli oggetti, il prezzo abbordabile (in rapporto all’aspetto) è la principale attrazione di Ikea. Bisogna vedere se rappresenta un autentico vantaggio. Perché, a guardare le cose con occhio esperto, molte volte la spesa modica comporta una modica qualità, scarso pregio dei materiali e delle finiture, scarsa robustezza e resistenza. Questo spiega perché non convenga riparare un prodotto Ikea: costerebbe più di quanto è stato pagato. Piuttosto conviene gettarlo nelle immondizie e comprarne un altro.

E questa è la ragione per cui nei bottini delle immondizie (o accanto) si trovino oggetti dall’inconfondibile design svedese e dal relativo impronunciabile nome. Il che fa di un negozio Ikea un enorme, ciclopico, colossale ammasso – seppure molto ordinato – di potenziale spazzatura.

E quando non sia l’acquirente a sbarazzarsene, è Ikea stessa che ritira i propri oggetti dal mercato. Perché se la cucina di Trieste può essere un caso isolato, i sei bambini statunitensi uccisi dalla cassettiera “Malm” non lo sono.cass_malm

Così Ikea ha ritirato dal mercato Usa 39 milioni di pezzi. La cassettiera killer, se non ancorata al muro da viti e tasselli, cade. Cade, schiaccia e uccide in Usa. Allora la Cina si è preoccupata e ha chiesto – ma ottenuto molto faticosamente – il ritiro di un milione e mezzo di cassettiere.

Ikea non voleva ritirarle perché, si sono giustificati, non erano giunte segnalazioni di bambini cinesi schiacciati. Quindi, in assenza di morti accertate, giudicarono sufficiente fornire a domicilio un kit per l’ancoraggio a parete. Niente morte, niente ritiro.

Ma Pechino non si arrese. Giudicò “arrogante” la replica di Ikea che, vedendo messa a repentaglio la propria inestimabile e miliardaria brand reputation  in un mercato vasto come quello cinese, accolse il reclamo e ritirò gli articoli.

È quanto meno molto originale la dichiarazione di subordinare il ritiro di un mobile dal mercato alla morte accertata di un bambino. La lezione, però, non deve essere servita perché Ikea ha poi lanciato sul mercato il cancelletto “Patrull”, altro aggeggio che metteva a rischio la sicurezza dei bimbi per un difetto di chiusura. Infatti ha dovuto ritirarlo nello scorso giugno. Quindi rimane da stabilire chi e come faccia i collaudi di merce che andrà a una clientela tanto delicata.ritira patrull

D’altra parte, che Ikea abbia un occhio di riguardo verso i più piccoli è un fatto accertato.

Anzi: tristemente accertato da un fatto accaduto nel 2013. Perché non si capisce se dietro a quest’episodio ci sia più cinismo da marketing multinazionale o compiacenza giornalistica.

Il fatto è questo: il 6 ottobre del 2013, un noto quotidiano nazionale pubblicava un articolo sul funerale di 111 migranti rimasti intrappolati nell’affondamento di un peschereccio al largo di Lampedusa.

111 corpi senza nome, tra cui quattro bambini. Quattro bambini senza identità civile né religiosa. Senza parenti o genitori che li piangano. In un anonimo hangar. Quattro, tra le tante, vite stroncate in cerca di salvezza di cui rimangono soltanto quattro semplici, impersonali numeri: 14, 15, 92 e 93 a contrassegnare quattro giovani che non ci sono più.

orso_ikAnzi no. Un numero e un gadget! E questo gadget è un orsacchiotto. E quest’orsacchiotto è un pupazzo Ikea! Perché Ikea pensa ai bimbi. Quattro bare ma con quattro orsetti Ikea.

Lo scandalo ha più facce e suscita più interrogativi: chi ha portato fino a Lampedusa,  messo in quell’hangar, su quelle bare bianche, un pupazzo dell’Ikea. Chi ha dato il permesso e perché? E perché il redattore dell’articolo cita il fatto tra le prime righe del servizio dandogli un’evidenza stonata? E Ikea, tanto portata al risparmio, avrà avuto una buona pubblicità a buon mercato?

Ma non basta. Non solo l’anonimato nella morte, ma anche la differenza di religione è vinta da qualcosa di più universale, immortale, sovra religioso: IKEA. Perché, si legge nel titolo, “Gli orsacchiotti Ikea su quattro bare bianche nell’hangar dove si pregano Dio e Allah”. E più sotto, addirittura si osa aggiungere “un rito privo di simboli”.orsacchiottiikeasubare

E invece ecco il nuovo simbolo universale che consola nella vita e nella morte, unisce cristiani e musulmani. È Fabler Björn, il peluche sorridente, con un gran cuore in evidenza, “che sa ascoltare, coccolare e consolare”. Ma soprattutto, e per fortuna, dice il sito svedese, “ha superato accurati test di sicurezza”. Sembra un divertente motto di spirito.

Ikea ha deciso che quei quattro bimbi avrebbero gradito il loro marchio. E non ci si può opporre al potere Ikea, al suo fondatore Ingvar Kamprad, uno tra gli uomini più ricchi del mondo. Non lo possono fare il destino e gli dei, figuriamoci i morti.

Roberto Calogiuri

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