Riso, pianto e isteria nella politica italiana

Già lo disse Arthur Miller: i politici sono grandi attori (ma anche viceversa, stando a Ronald Reagan…). E gli attori, è cosa nota, sono quegli esseri capaci di creare o simulare emozioni e sentimenti diversi da quelli che provano.

Come ridere e piangere, a esempio.

È perciò che, ai tempi di Freud, si diceva che gli attori hanno un temperamento isterico. Oggi, invece, alla parola isteria si preferisce il concetto di disturbo di personalità istrionico, ma la sostanza non cambia.

A questo proposito, attori e politici hanno in comune almeno un tratto fondamentale del loro esistere, che è anche un bisogno nevrotico e nello stesso tempo la chiave del loro successo: ottenere attenzione, approvazione e sostegno dagli altri.

Senza attenzione, approvazione e sostegno non ci sarebbe affermazione né sul palcoscenico del teatro né sul palco della politica.

Per esempio, qui si può vedere la Presidente della Camera che allestisce prontamente un sorriso dopo il suggerimento della portavoce.

Quindi, viene da chiedersi: se un politico è capace di sorridere a comando, perché non potrebbe essere in grado anche di piangere quando la scena lo richieda? Vale a dire: quando lo richieda il bisogno di attenzione, approvazione e sostegno da parte dell’uditorio?

Si tratterebbe di una forma drammatica di captatio benevolentiae. Praticamente un artificio retorico tradotto in teatralità, secondo l’equazione arthurmilleriana tra attore e politico in cerca di consenso.

Naturalmente il pianto è più impegnativo, anche fisicamente. È legato a passioni intense e situazioni che, contrariamente alle eccitazioni sottolineate dal riso, interessano una sfera emotiva profonda e legata al dolore, alla tristezza, al lamento. Per quello rende di più quando lo si produca.

Il pianto è antropologicamente più sostanzioso del riso. Muove sentimenti primitivi e profondi. Non è un caso che ci siano testimonianze antichissime di pianto rituale e, per ragioni storiche e antropologiche, legate a figure femminili.

prefiche1

Prefiche al lavoro

Sono le prefiche, le donne che fin dall’antico Egitto erano pagate per piangere ai funerali e che oggi, nel Salento, si chiamano “chiangimuerti”. E poi ci sono testimonianze recentissime di pianto politico. Ma questo, in tempi moderni, non sembra più riservato alle sole donne.

C’è, per esempio, il pianto – tra i primi – di Elsa Fornero ai tempi della riforma delle pensioni. Poi le lacrime di Fedrica Mogherini dopo gli attentati di Bruxelles, di Maria Elena Boschi dopo la vittoria del No, il pianto di Debora Serracchiani alla seduta del consiglio regionale. O il pianto di Virginia Raggi alla messa di Natale.

fornero ride

Fornero che ride (pareva brutto pubblicare foto di signore che piangono. La rete ne è piena, per chi volesse)

Pianti diversi per storie diverse, ma con una sola motivazione: giustificare il momento troppo pieno di tensioni, contrapposizioni, contrasti accesi, frustrazioni e giudizi caustici senza risparmio.

Quale miglior espediente, per ottenere attenzione, approvazione e sostegno, quando ormai sembrano esauriti, se non quello di scivolare dal profilo della donna forte e determinata al profilo della femme fragile? E così si allunga la catena del pianto.

raggi ride(Vi è, naturalmente, il corrispettivo maschile: sarà sufficiente invertire di segno i termini per far saltare fuori il profilo dell’ homme fragile: Occhetto, Berlusconi, Napolitano, Fassino, Bossi… per rimanere nei confini italici, tentano la mossa del piagnisteo).

Così, forse, allontaneranno coloro che volevano e immaginavano un leader volitivo e robusto, ma si guadagneranno la simpatia di coloro che sognano un leader sensibile e umano, a misura propria. Questione di target.

serracchiani rideLo diceva anche il grande etnologo e antropologo Ernesto de Martino, il massimo studioso del pianto rituale, che l’uomo impara a difendersi con le lacrime e la disperazione quando sente di essere sull’orlo del rischio estremo.

Insomma: fin dai tempi più antichi, un bel pianto liberatorio – ma dev’essere pubblico altrimenti non sortisce alcune effetto –  è quello che ci vuole per allentare le tensioni, sfogare rabbia e delusione, dimostrare la propria umana fragilità di fronte a forze più grandi di noi, rinsaldare i legami e, allo stesso tempo, dare prova di coraggio e di forza nel dichiararsi inermi.

Pratica antica, quella del pianto. Tanto remota e consueta da essere fissata per sempre in una filastrocca arcinota: Maramao perché sei morto altro non è – ancora secondo il dotto parere di de Martino – la testimonianza di quanto profonda sia l’usanza italica di farsi un bel pianto di fronte all’irreparabile.

In politica come nella vita si piange per dimostrare che le cose non sono andate, per colpa del fato avverso, come avremmo voluto.

Articolo pubblicato in Castagnate, Limonateinpolitica, news, novità ed etichettato con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.