Schitarrata uno: Kate Bush, Moving

Di che cosa è fatta la solitudine? Di quello che conosciamo tutti: di silenzio, senso di abbandono, di inerzia, di confusione, e forse non occorre aggiungere altro. Ma forse una cosa sì: che comunque ci si ritrovi, è pur sempre il frutto di una o più scelte. Possono essere errori o anche fughe, molto spesso però è il rifugio che ci si offre quando qualcosa o qualcuno di importante per noi è diventato una minaccia troppo grande per la nostra volontà. Spesso, sentiamola la solitudine come un’ingiustizia o addirittura come una punizione rimediata per non aver saputo compiacere abbastanza a quelli che, nella maggior parte, vogliono essere i carcerieri della nostra volontà. Come a dire, di noi stessi, per quel che siamo.

Come si dà un senso ad una sensazione così ambigua e così inafferrabile, soffocata com’è spesso nel groviglio di delusioni, rabbia, timori e angosce e tutto quello che le persone che si sentono sole riescono a metterci per occultare le radici della volontà, nel (falso) timore di farsi travolgere da sensi di colpa ancora maggiori di quelli che sentono confusamente riaffiorare alla propria coscienza?

I casi sono molteplici: se avete un ego di ferro che è il vostro migliore amico dalla nascita, vi mettete sdraiati su un lettino rigorosamente messo in cima ad una turris eburnea, dopo aver pregato quel coglione dell’Alessandro Magno di turno di togliersi dal sole; se, nonostante tutto, avete energie da sprecare per mettervi al di sopra dei vostri sentimenti, potete ubriacarvi di lavoro o di mondanità coatta; se avete abbastanza soldi, potete mettervi nelle mani di qualche psicoterapeuta o di qualche Maestro Di, l’offerta di questi tempi non è delle più scarse; se vi credete immortali oppure proprio il contrario, potete darvi alle droghe o all’alcol, con le relative controindicazioni che sono inutilmente note. Oppure, in attesa di qualche illuminazione e magari di in un risorgimento delle vostre finanze (che, checché se ne dica, aiuta sempre ed assai concretamente a smammare il demone dell’inadeguatezza, se non proprio della solitudine), potete provare con la musica. Ho tirato fuori la soluzione più semplice, lo so. Ma io sono una creatura dannatamente semplice, odio le complicazioni e soprattutto le perversioni, che a ben vedere offrono grande materia per le belle arti. Con il tempo – anche se a costo di non poche noie – ho imparato a compiacermi di questa mia semplicità, se non addirittura ad amarla.

Insomma, avete capito: io sono una fautrice della musicoterapia, alla maniera mia – s’intende – e per tutta la mia vita ho cercato di combinare la mia passione abbastanza smodata per la musica con l’esercizio del corpo, che mi è sempre sembrato un insostituibile modo per non sentirsi in balia degli altri e dare un senso alla propria unicità – anche come accettabile premessa della solitudine. Su quanto avessi bisogno di curarmi con la musica un indizio veramente chiaro è dato dalle statistiche della mia Libreria di iTunes: le quali parlano inequivocabilmente di un arsenale di 17 giorni di musica, al netto delle cinque casse piene di cd che ancora oggi, ad otto anni dall’inizio della mia vita solitaria, attendono di trovare posto in una libreria vera e propria. Sono i testimoni di un bisogno di veder rispecchiati sentimenti ed emozioni in forme di bellezza, nella lotta pluridecennale che ho sostenuto per dare loro dignità e diritto di esistere. E sono stati i compagni più belli di una peripezia difficile come quella di tutti gli altri, meno difficile di moltissime, ancorché non proprio vissuta all’insegna di una fortuna sfacciata.

Nemmeno quando si hanno molti amici si può evitare di sceglierne alcuni – o anche solo uno – al ruolo di migliori o intimi. E così ho fatto io, proprio come si fa con le persone: non scegliendo necessariamente i più bravi o i più belli, ma quelli a cui mi riusciva più facile parlare e soprattutto farmi ascoltare. Non dimenticando quelli che riescono a dire e a farmi vedere quello che prima di mettermi all’ascolto mi sembrava confuso – o letterariamente invisibile.

Schitarrata uno: Kate Bush, Moving

bush_kickinsideLPJAP_frVoglio presentarvene alcuni, ed è per questo che inauguro Schitarrate. Sapete che nelle amicizie capita di perdersi e di trovarsi dopo molti anni: così è accaduto tra me e le canzoni di The Kick Inside, l’album di esordio di Kate Bush, che per anni ho ascoltato con molta cautela, come se dovessi mettermi al riparo dei molti giudizi severissimi sulla sua incerta dimensione artistica, che venivano soprattutto da molte frequentazioni che sembravano saperne molto di più di me in fatto di musica. Se non conoscete le sue atmosfere sempre sospese fra innocenza e sensualità intensa, fra estasi onirica e passione, in cui una voce forse troppo prodigiosa rischia di condannare gli ascoltatori più distratti ad un’impressione di stucchevolezza, capirete al primo ascolto che si tratta di una di quelle interpreti che o si ama o si disprezza. Nelle biografie e nelle recensioni, che trovate a quintalate anche on line, vedrete spesso ricordati scenari gotici o fiabeschi come ambientazione ricorrente delle sue storie in musica: non posso dire che sono quelli che mi hanno attratto di più, o che fanno l’essenza di questo disco che a me piace moltissimo.

Piuttosto si tratta dell’evocazione del desiderio di bellezza che si manifesta quando liberiamo il nostro corpo accordandolo con suo bisogno di muoversi, sentire e capire le cose e lo accendiamo di emozioni attraverso l’esperienza dei sensi: il che non si fa banalmente solo con il sesso, come pensa l’annoiata civiltà contemporanea (anche se all’innocenza della ricerca del piacere nel corpo libero da preoccupazioni morali è dedicata una delle canzoni più belle dell’intero disco, Feel it), ma anche con la danza e il movimento in sé, che è quanto di meglio ci mette in sintonia con la vivace vita della natura. Così mostra la splendida overture dell’album, l’incantevole Moving. L’aneddotica ricorda che è dedicata al maestro e mentore Lindsay Kemp che agli esordi affilò alla giovanissima e poliedrica Kate le armi per mettere in scena la sua musica già fortemente teatrale: le sue movenze sono la potenza della bellezza che danno la vita (with your beauty’s pontency you give me life) attraverso la dura disciplina del movimento (my open arms ache), suscitando un desiderio di coinvolgimento fisico che si colloca in una dimensione che potremmo definire extra-sessuale. Ma tutto, suoni e parole, invita anche noi della razza che rimane a terra al risveglio della nostra anima (the lily in my soul) che possiamo sentire dentro di noi solo se abbandoniamo la pensosa sterilità della nostra vita sedentaria e liberiamo il nostro spirito dalla fluida vitalità del movimento.

Moving stranger
Does it really matter
As long as you’re not afraid to feel?
Touch me, hold me
How my open arms ache
Try to fall for me

How I’m moved
How you move me
With your beauty’s potency
You give me life
Please don’t let me go
You crush the lily in my soul, soul, soul

Moving liquid
Yes, you are just as water
You flow around all that comes in your way
Don’t think it over
It always takes you over
And sets your spirit dancing

How I’m moved
How you move me
With your beauty’s potency
You give me life
Please don’t let me go

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