Scuola contro impresa. Lo spacciatore di merendine

Il fatto è ormai arcinoto.

Uno studente della provincia di Torino è sorpreso a vendere merendine all’interno della propria scuola. L’attività non passa inosservata perché il giovane ha allargato il giro degli affari, la cerchia dei suoi clienti si è ampliata, tanto da farsi notare da alcuni insegnanti che segnalano il fatto al preside.

Le testimonianze raccontano di un diciassettenne che acquista quotidianamente merendine approfittando degli sconti o delle migliori offerte praticati dai supermercati. Così massimizza i profitti ed ha anche l’accortezza di assecondare i gusti dei compagni accettando ordinazioni. Ogni mattina arriva a scuola con due zaini pieni e rivende il tutto ai suoi clienti, praticando un prezzo inferiore a quello del bar interno.

I suoi compagni (invidiosi, a detta del protagonista) hanno immaginato un giro di affari di decine di migliaia di euro in cui era implicato anche il genitore. Invece lui e il padre assicurano che, al massimo, racimolava 200 euro a settimana.

Ma la questione non riguarda quanti soldi ha fatto l’alunno smerciando merendine. Lui, per la verità, da bravo figliolo, ha rivelato in un’intervista di aver aiutato il nonno a comprare le medicine, con quei soldi.

Il problema sorge quando il medesimo episodio suscita due reazioni opposte, decisamente antitetiche. E per questo innesca una polemica molto significativa perché investe la missione etica e il ruolo che la scuola statale ha (o si vuole che abbia) entro la nostra società.

Infatti, com’era prevedibile, il ragazzo è stato sospeso per quindici giorni. Il consiglio di classe voleva che la pena fosse inasprita perché in questo caso giocava l’aggravante della recidiva: infatti, il giovanotto aveva commesso la stessa mancanza l’anno precedente, ma la sospensione comminata non lo aveva fatto desistere dalla sua vocazione.

Tuttavia, dopo l’intervista delle Iene e una serie di offerte di lavoro, arriva – clamorosa – l’assegnazione di una borsa di studio da parte della Fondazione Luigi Einaudi di Roma (sembra di 300 euro).

Da una parte, il preside Stefano Fava sostiene che “Questo è un problema di legalità. La scuola, insieme ai saperi, alle conoscenze, alle abilità, deve anche insegnare a questi ragazzi a essere cittadini e dunque a rispettare le leggi”.

Dall’altra, il presidente FLE Giuseppe Benedetto rintuzza “La sua storia ci ha colpito molto e mi sembra che la sua sia stata una scelta d’impresa applicata. Magari non avrà letto Luigi Einaudi o Friedrich von Hayek, ma la sua attività non credo sia da punire”.

E quindi: è un pericoloso precedente o un modello da emulare?

Comunque la si guardi, la questione consiste – perlomeno – in omessa fatturazione e concorrenza sleale. Solo che per l’istituzione scolastica è un male da sanzionare e una pratica da scoraggiare. E per la fondazione intitolata a Luigi Einaudi  è un merito da premiare e incentivare.

Da una parte c’è la scuola che indica le coordinate di cittadinanza consapevole, responsabile, solidale e partecipativa, disegna un profilo umano improntato ai diritti e doveri costituzionali. Al proposito non sono da sottovalutare gli effetti collaterali del caso, immaginabili da chi conosce le dinamiche dei gruppi di adolescenti, ma non da chi non si fa carico di questi risvolti: i compagni di scuola lamentano che in questo modo è premiato chi infrange le regole e protestano. E poi la conseguente coda di insulti reciproci, minacce di morte e la spaccatura della scuola tra sostenitori e detrattori.

Dalla parte opposta, una fondazione la cui mission – dice il sito della FLE – “Promuove il liberalismo per elaborare risposte originali alla complessità dei problemi contemporanei legati alla globalizzazione e alla rapida evoluzione tecnologica, al fine di favorire le Libertà individuali e la prosperità economica.” ed evidentemente non si preoccupa delle conseguenze ambientali della decisione.

È strano questo modo di far entrare l’imprenditoria nelle scuole. Irrituale se si pensa ai problemi che sta procurando l’alternanza scuola lavoro. Ma qui non si tratta di alternanza, bensì di concomitanza: il merito che si attribuisce al lavoro nero e all’evasione fiscale, alla concorrenza sleale e al rischio di smerciare generi alimentari sottocosto e quindi dalla genuinità discutibile (anche se nessuno ha lamentato malori) fa sorgere un dubbio.

Il dubbio che questo riconoscimento al “valore imprenditoriale” riveli quanto da anni si sta tentando di affermare, ossia una svalutazione del sistema scolastico e dei suoi contenuti da parte di un sistema economico liberista, concorrenziale e deregolato, che bada soltanto al profitto del singolo e non al beneficio della comunità. Una svalutazione dell’educazione formale (quella fornita dalla scuola) a vantaggio dell’educazione informale e non formale (quella fornita dal gruppo dei pari o dal mondo del lavoro).

Sorprende che di questo disegno faccia parte una fondazione registrata tra le Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale: una ONLUS, per l’appunto.

Questa è la tendenza che i dispositivi di legge compresi nei trattati europei prevedono per i sistemi scolastici in previsione delle sfide poste dalle crisi economiche, dal ristagno dei commerci e dalla riduzione dei consumi. Guadagnare prima di tutto.

In effetti Luigi Einaudi era a favore della autorealizzazione, della creatività individuale, della meritocrazia. La scuola, invece, è il luogo della compartecipazione, della condivisione, della solidarietà.

Non è un caso che la legge 107/2015, meglio nota come Buona Scuola, prevede al comma 7 lettera d lo “sviluppo dell’autoimprenditorialità” e solo in subordine, alla lettera e, la “conoscenza e il rispetto della legalità”.

Il famoso teorico liberista Milton Friedman diceva, negli anni ’50 del secolo scorso, che “le scuole saranno più efficienti se saranno sottoposte alle leggi del mercato capitalistico”. Ma qui si fa di più: si incentiva la pratica imprenditoriale dentro la scuola, anche se illegale, perché si ritiene la scuola insufficiente a formare l’individuo del futuro.

Un futuro in bilico tra legalità e furbizia.

Roberto Calogiuri

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