Scuola e libero mercato. L’open day e la Costituzione vanno d’accordo?

Poiché la letteratura in merito è molto scarsa, risulta impossibile stabilire chi sia l’inventore dell’open day, a chi si debba l’idea luminosa di dedicare una giornata nella quale enti pubblici o privati, fabbriche o istituzioni aprono le porte ai visitatori, che siano semplici curiosi o parte interessata a ottenere informazioni di prima mano su quanto vorrà o dovrà scegliere.

È impossibile stabilire se sia stata la scuola a prestare l’idea all’azienda o viceversa. Di certo vi è che ogni anno, a scadenze precise, gli istituti scolastici (ma anche le aziende oppure le accademie di cucina) aprono i battenti al pubblico di futuri allievi e dei loro genitori: a quanti dovranno decidere quale scuola scegliere e, di conseguenza, quale strada intraprendere e verso quale tipo di futuro indirizzarsi. In altre parole, su quale scuola o università investire denaro, attese, speranze, energie.

Scelta difficilissima, perché riguarda non solo il benessere materiale dei giovani ma anche quello culturale, insomma è un’ipoteca sulla possibilità di raggiungere e condurre un’esistenza felice, gratificante e ricca di soddisfazioni concrete e ideali.

È chiaro, dunque, che una tale attesa genera una profonda vulnerabilità emotiva del soggetto che entra in una scuola la quale dovrà soddisfare un così fondamentale bisogno su un doppio fronte: quello genitoriale e quello filiale. E in un momento storico in cui il mondo del lavoro denuncia gravi problematiche e un progressivo decadimento.

Poco importa, quindi, a chi entra in un istituto che segnerà il futuro di uno studente, stabilire chi abbia inventato l’open day, se la scuola o l’azienda. Sembrerebbe un argomento secondario. E infatti lo è diventato. Se non altro perché, dopo anni di autonomia scolastica, la figura dell’imprenditore e quella del dirigente scolastico (quello che una volta era il preside) sono ormai quasi completamente sovrapponibili.

J.D.Salinger

Prima di andare oltre è interessante notare che, se non la letteratura scientifica, almeno quella umanistica parla di marketing scolastico: già nel remoto 1951, J. D. Salinger faceva notare – con eccezionale e preveggente sarcasmo – al suo eroe anticonformista e critico del sistema borghese, Il giovane Holden, che la scuola da cui viene espulso per scarso rendimento si faceva pubblicità mostrando un giovane a cavallo mentre salta un ostacolo sotto il quale si vantava di forgiare magnifici giovani con le idee chiare. “Beato chi ci crede” chiosava Holden, “lì, di gente magnifica e con le idee chiare eccetera, non ne ho mai conosciuta.”.

Quindi, dopo ogni open day, molti genitori e alunni si pongono la medesima cruciale domanda, la stressa domanda che ci si pone di fronte a ogni comunicazione commerciale e promozionale di qualsiasi prodotto di consumo: ma poi, manterranno quello che promettono?

Fioramonti tenta di spiegare perchè si è dimesso

Infatti, nel pubblico che invade le scuole si fa strada questo sospetto, anche giustificato dalle continue notizie sulla progressiva riduzione dei fondi destinati alla scuola che, in Italia,  ha prodotto le dimissioni del ministro Fioramonti, nonostante ogni governo prometta, regolarmente e con forti strombazzamenti, fior di miliardi per istruzione e ricerca.

Nello stesso tempo, nonostante il regime di povertà finanziaria e forse proprio per nasconderlo, si costruiscono le classifiche delle scuole. In rete sono disponibili le graduatorie degli istituti superiori della propria zona che preparano meglio all’università o al mondo del lavoro, messe a diposizione dal Miur e dalla Fondazione Agnelli. In alcune regioni è stata creata – come esige la tendenza pubblicitaria – una specie di Trip Advisor sulla qualità delle mense scolastiche. Anche il palato vuole la sua parte. Ma in genere i parametri di ricerca riguardano il Piano Triennale dell’Offerta Formativa, le strutture messe a disposizione come laboratori e palestre, i progetti, i percorsi di studio, le competenze in uscita, il personale eccetera. Tutti argomenti sensibili.

Spesa pubblica per l’istruzione in Europa (l’Italia è quella in verde)

Ma rendersi conto di persona è un’altra cosa. E questo i dirigenti lo sanno molto bene e studiano, come ogni imprenditore che si rispetti, la maniera migliore di presentare il proprio prodotto-scuola. Offrono un servizio informativo che, per la sua stessa natura, non può essere diverso dal tentativo di sottrarre alunni (utenza? clientela?) a un’altra scuola, talvolta del medesimo indirizzo.

E qui si combatte una guerra fredda, un conflitto a colpi di advertising, di innovazioni promozionali, di invenzioni progettuali, ma anche di si dice, di voci e leggende, che orientano le scelte e indirizzano i gusti.

Tutto risale all’aziendalizzazione della scuola, termine che dovrebbe calzare più a un servizio che a un’istituzione.

E infatti il nodo è proprio questo. Tutto inizia quando, fin dal 1989, gli industriali europei si accorgono che la scuola è un settore strategico e funzionale alla produttività e insistono per armonizzare le esigenze del mercato con l’educazione scolastica. La concorrenza degli USA, allora come ora, è troppo forte e diviene sempre più aggressiva. L’istanza viene recepita dall’Europa di Maastricht nel ’92 e, di conseguenza, la logica del profitto legata alla dinamica della concorrenza entra anche nella legislazione scolastica italiana che emana la  legge sull’autonomia nel ’97.

In breve, è così che la scuola viene legata al concetto di efficacia ed efficienza, grandezze tipiche dell’azienda e misurabili con vari parametri – tra cui il numero di iscritti e di promossi –  che contribuiscono alla progressione di carriera economica dei dirigenti e, con il bonus docenti, di una parte esigua di docenti. È così che si investono i dirigenti di quelli che sono stati definiti superpoteri. Ovvero, oltre a dover organizzare le linee didattiche e culturali, devono coordinare le risorse umane e materiali che hanno a disposizione con una serie di dispositivi di legge e di prerogative che hanno valso loro l’appellativo di presidi-sceriffo o presidi-padrone.

In definitiva un ruolo non semplice, quello del dirigente. Ma è una conseguenza naturale che il dirigente che voglia accedere ai fondi previsti per l’attuazione dei processi dell’autonomia, che voglia ottenere una valutazione positiva dagli organismi di vigilanza e che voglia far progredire la propria carriera amministrativa e retributiva, deve gareggiare in concorrenza con i dirigenti delle altre scuole presenti nel territorio, rendendo la propria scuola migliore, più attraente e appetibile delle altre scuole: la più adatta di tutte le altre alle esigenze degli studenti.

Ecco che a orientare la scelta saranno gli elementi più svariati, da quelli più semplici, concreti e materiali a quelli più caratterizzanti per gli indirizzi e legati alla formazione specifica. Tutto finisce nel calderone dell’offerta: le competenze digitali sempre molto richieste, le certificazioni linguistiche, i viaggi di istruzione, le specializzazioni sportive, i laboratori di teatro, di musica o di scrittura creativa, tutto ciò che avvicini la scuola al mondo del lavoro. Accanto alle discipline tradizionali, sembra che i genitori preferiscano le competenze non formali e informali, ovvero quelle che dovrebbe fornire la famiglia. Se ne avesse il tempo…

Di conseguenza l’open day diviene una vetrina in cui si mettono in mostra una serie di prodotti che, per andare incontro alle esigenze dei potenziali clienti da convincere e conquistare, mostrano quanto una scuola sia differente o migliore di un’altra, creano una discriminazione di partenza legata alla ricchezza di quel preciso istituto, in termini non solo economici ma anche sociali, territoriali e umani. C’è la scuola inclusiva e quella che sottolinea un’utenza non extraeuropea, quella dove cade il soffitto e quella con gli spazi ergonomici e i colori energetici.

In questo processo pubblicitario che obbedisce alle regole del liberismo economico più che alle garanzie del diritto a un’istruzione ugualitaria, si mettono in evidenza più gli optional che quanto dovrebbe essere curato e indagato più di ogni altra cosa: l’indole dell’adolescente, la sua predisposizione e la sua motivazione profonda a un determinato corso di studi.

Fatto che, in parte, spiega il dato sconvolgente sull’abbandono scolastico: in Italia, nel 2018, circa 600 mila giovani hanno lasciato la scuola e non potranno usufruire del processo educativo e istruttivo che lo Stato dovrebbe garantire. Le cause individuate sono sociali, culturali ed economiche.

Segno inequivocabile che la scuola, con tutti i suoi progetti, gli investimenti digitali, le sue vetrine, le sue strategie di marketing e l’attrazione in dinamiche neoliberiste, non è ancora in grado di svolgere ovunque la missione fondamentale e basilare per cui è nata come istituzione, e non come servizio, vale a dire quanto è contemplato nell’articolo 3 della Costituzione Italiana: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Roberto Calogiuri

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