Come giunse la fine del pedofilo cretese ovvero…

…Teseo e il Minotauro

[Roberto Calogiuri]

teseovsminotauroQuel giorno Minosse, grande e pio monarca di Creta, sostegno degli dei e vorace amante di giovinetti e giovinette, predatore famelico di vita palpitante, officiava un sacrificio alle Cariti – le divinità della bellezza – sull’isola di Paro.
Un messaggero gli annunciò che il quarto dei suoi figli, il forte e atletico Androgeo, il bello, era stato assassinato dal re di Atene.
Alla notizia, l’antico sovrano del mare non disse nulla e con un lento gesto della mano fece tacere i flauti. Poi, imperturbabile, concluse il rito e partì alla volta di Atene per vendicare l’omicidio e umiliare il re Egeo. In cuor suo sapeva cosa fare.
Così fece Minosse, il grande signore, il figlio di Zeus e di Europa, e si presentò in tutta la sua maestosa potenza sotto le mura di Atene per dettare le condizioni della sua giusta vendetta. Ecco cosa escogitò il monarca nella sua mente: “Fatale e sicuro come la morte scaturirà il mio piacere. E dal mio dolore, sgorgherà l’ebbrezza dei miei sensi”.
“Ogni nove anni – proclamò agli ateniesi – a partire da oggi, io giungerò ad Atene, e sarà un giorno infelice per tutti voi. Perché tra i vostri figli sceglierò sette fanciulle e sette fanciulli nel fiore dell’età, dell’età di mio figlio Androgeo. E sarà vano nasconderli perché li troverò ovunque siano. Dovranno essere belli e nobili e Atene dovrà dimenticare di averli mai avuti, perché li porterò via con me e non li rivedrete più. A costoro farò dimenticare di essere mai stati ateniesi. Conoscerete cosa vuol dire essere privati di un figlio!”. Il grande re, incestuoso predatore di giovani corpi, sentiva la mancanza del proprio figlio!
Così parlò Minosse. Alcuni genitori erano disperati e lacerati dal dolore, perché si diceva che sul capo del dissoluto re gravasse un’indicibile maledizione: nel momento culminante dell’amore, egli eiaculava scorpioni, millepiedi e serpenti velenosi, dando la morte alla creatura con cui si congiungeva. Altri genitori non credevano alle leggende e furono onorati e lusingati che la loro prole andasse a vivere nell’isola prosperosa e pacifica e che fossero educati dal saggio re, legislatore severo ma giusto, dai modi eleganti e raffinati, da colui che aveva fama di amatore seducente e capace di affascinare entrambe i sessi e tutte le età. Così pensavano, perché non poterono impedire che Minosse passasse in rassegna i fanciulli, ne tastasse le carni, ne osservasse il portamento, ne saggiasse l’indole e l’educazione. Arrogante e sicuro di sé, si portò via i più belli e nobili di spirito. Nessuno poté né osò fare nulla.
Durante ogni navigazione al re piaceva blandire i fanciulli: “Non vi mancherà niente nella mia isola: vesti eleganti, cibi raffinati, giochi dilettevoli ma… ma … – e qui faceva una pausa per scandire lentamente – ma prima, uno alla volta, sarete rinchiusi nel grande palazzo reale del Labirinto e trascorrerete un giorno e una notte con il Minotauro!”. Diceva così perché sapeva che gli animi dei giovani si dominano con le lusinghe m anche con la paura.
Alla terza di queste spedizioni, quando per la terza volta la nave giunse al porto di Creta dopo un giorno e mezzo di navigazione, tutti i passeggeri sbarcarono silenziosi e tristi, come prigionieri più che come ospiti. Ma questa volta, tra i fanciulli, ve n’era uno che camminava fiero e a testa alta e Arianna, la figlia di Minosse, lo notò. Era Teseo.
Ariannai, nottetempo, lo raggiunse e gli confessò il suo amore: disse che mai, in un nessun cretese, aveva scorto un portamento così fiero e coraggioso. Quindi gli die-de un involto e gli sussurrò:
“Questo ti servirà quando entrerai nel labirinto oscuro e incontrerai il Minotauro. Sono certa che non cederai alle lusinghe del re. Io ti aspetterò qui.”
Così disse Arianna e scomparve nella notte.
L’indomani Minosse avvicinò Teseo, ma Teseo si ritrasse superbo e orgoglioso.
“Tu! Tu, ateniese!- sibilò mellifluo Minosse indicandolo con l’indice puntato- Tu sarai il primo. Affinché gli altri imparino”.
Allora Teseo è afferrato da due soldati, purificato secondo il rituale e accompagnato all’ingresso del Labirinto. Si aspetta un antro inospitale, puzzolente e umido. Ma così non è. Teseo si addentra nei meandri sempre più intricati di quello strano edificio ricco e sfarzoso come mai aveva visto. Molte volte è colto dall’angoscia di chi non ha più riferimenti, di chi non sa più da dove viene né dove va. Molte volte è preso dallo sconforto di chi sente che il suo vagare è inutile e insensato. Solo stringere nelle mani il dono di Arianna gli dà la forza di continuare. A ogni passo si aspetta di vedere il mostro, l’uomo dalla testa di toro, uscire da quella oscurità. Ma il suo cuore rimane fermo perché sa che da lui dipendono le vite di tredici fanciulli. Così cammina, provando e riprovando i vicoli ciechi, i lunghi corridoi inviluppati, le fughe di stanze che si perdono nel nulla. Perché il Minotauro sa che anche lo spirito più forte si fiacca quando non ha riferimenti e il momento del perché si avvicina. E allora Teseo avverte la presenza del mostro. Una presenza bestiale dietro di sé. Immobile perché sicuro del proprio potere e per questo ancora più temibile e minacciosa. È il Minotauro, l’obbrobrio della natura, che si ciba soltanto di carne umana, ma dev’essere morbida e giovane, e beve sangue umano, che sia caldo e spumoso, il mostro che non conosce pietà, prodigioso per la forza e per l’appetito mai soddisfatto.
Teseo é calmo. Il suo cuore è fermo. Conosce la paura ma sa dominarla, e il suo coraggio è saldo. Sente l’ansimo del mostro, avverte la sua eccitazione sempre più grande sempre più vicina. Non ha fretta il Minotauro. L’uomo toro sa che vincerà. E allora gioca con la sua vittima: le fa credere di essere sul punto di ghermirla e poi la lascia andare. Ma Teseo è sicuro di sé. Cammina in quel groviglio di stanze e sente che il momento sta arrivando perché sente la lascivia e la lussuria nel respiro del Minotauro, sempre più prossimo, sempre più caldo… allora si volta con una mossa improvvisa e sente contro di sé la verga eretta del Minotauro che non ha il tempo di gustare quella vittima perchè Teseo, repentino come il fulmine, immerge il pugnale di Arianna nel ventre del Minotauro che sgrana gli occhi di stupore e guarda ora il sangue che sgorgando dalle viscere imbratta i suoi ricchi abiti ora il volto gelido di Teseo.
– Tu… Il re! Minosse! Lo immaginavo… Il pietoso e giusto monarca! Il signore cui piace giocare con le proprie vittime prima di possederle!
– Sì! Io, il re… anch’io ho bisogno di amicizia, di affetto, di amore… di riceverlo, di darlo…
– È per questo che di te dicono che nel momento culminante dell’amore eiaculi scorpioni, millepiedi e serpenti velenosi…
– Non è vero… io amo… ho amato…
– …dando la morte alla creatura con cui ti congiungi? E per questo che nessun uomo o donna voleva più unirsi a te.
– Non è vero… ognuno è libero… sulla mia isola…
– Ma i fanciulli… noi… noi non siamo liberi. Tu ci tieni prigionieri! Ci hai strappato ai nostri genitori. Tu volevi unirti a noi, ben sapendo che il tuo contatto ci avrebbe uccisi! Questa è la tua colpa! Una grave colpa! Ogni tuo momento di piacere corrisponde a una morte! Alla morte della creatura che ti ha procurato quel piacere!
– Io… io… sono il re… io ho bisogno di voi. Anche Apollo amò Giacinto e Ci-presso… io vi voglio bene…
– Giacinto e Cipresso morirono! Tu credi di essere un dio, potente, e invece sei mortale… Tu scambi per affetto il tuo bisogno di carne giovane! E spiegami, grande re: perché tua figlia ha voluto che tu morissi? È stata lei a darmi il pugnale che sta confitto nel tuo ventre. Hai posseduto anche lei! Te lo leggo nei gesti. Forse non sei riamato come credi dai fanciulli che ami…
– Assassino… mi hai ucciso…
– Chiamami assassino, se vuoi. Io sono Teseo, figlio di Egeo, dello stesso seme di Poseidone. Giustiziai Perifete e Sini, Scirone, Cercione e Procruste, briganti sanguinari. E fui purificato dai delitti commessi. Poi uccisi la scrofa di Crommio. Poi catturai, incatenai e sacrificai ad Apollo il toro di Maratona, che soffiava fuoco dalle narici. Ora ho ucciso il Minotauro, grande re, ho ucciso una sciagura del genere umano. Dovresti ringraziarmi.
Così concluse Teseo e si inchinò al re con una riverenza esagerata.

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