Torture, cani e occhi dolci. Salviamo il galgo

Torture, cani e occhi dolci. Salviamo il galgo.

Se ne vedono sempre di più, a passeggio per le strade della regione. Ed è facile riconoscerli: hanno uno sguardo particolarmente mite e sottomesso, un atteggiamento docile e un’andatura elegante. Li chiamano i “cani del nulla” perché – numerosissimi – ogni anno sono sterminati in silenzio. E quelli che sopravvivono, sembrano comprendere la fortuna che hanno avuto e sembra che abbiano negli occhi la riconoscenza per le famiglie che li hanno accolti.

Così dice chi ha adottato un “galgo”, un  levriero spagnolo, una delle razze più antiche nel Mediterraneo, un cane ora selezionato per le battute di caccia alla lepre o al cinghiale, o per aggiudicarsi i premi in denaro dei concorsi di bellezza. Chi l’ha adottato dice di non aver mai visto uno sguardo così pieno di umana gratitudine e nobile riserbo. Di non aver mai avuto un cane così “poco ingombrante”, delicato, affettuoso e adattabile alle più diverse situazioni domestiche.

Ma perché il galgo o il podenco spagnolo dovrebbero fare più compassione degli altri cani che soffrono in tutto il mondo?

In effetti la vita del galgo è un concentrato di orrore: sono allevati in maniera intensiva, le femmine sfruttate fino allo sfinimento, e la metà dei cuccioli viene soppressa perché non corrisponde ai criteri dei cacciatori o dei cinodromi. Un altro quarto è eliminato durante la crescita perché non conforme alle previsioni degli allevatori. Quelli che restano vedono la luce del sole solo nei giorni di caccia e sono sfruttati in modo tale che, dopo due o tre anni di vita, non possono più soddisfare le attese dei loro aguzzini. È qui che comincia la parte più terribile.

Perché nelle regioni più arretrate della Spagna – Estremadura, Castiglia o La Mancha – alla fine della stagione venatoria, il “galguero” che non si è sentito abbastanza onorato dal proprio cane, dopo avergli fatto trascorrere una vita di stenti, lo deve uccidere nella maniera più crudele possibile.

È sorprendente come la fantasia morbosa di questi uomini possa elaborare i metodi con cui vengono trucidati questi cani, e solo perché ormai vecchi o troppo lenti o poco coraggiosi o perché non soddisfano più i criteri estetici. Migliaia di queste creature sono uccise ogni anno, perché non rendono più in termini di lavoro o di lucro, con mezzi che definire sadismo è troppo poco. E questo per provare la propria virilità o semplicemente per risparmiare il denaro di un’inezione letale.

Uno di questo modi è l’impiccagione. I cani che non sono abbastanza veloci sono impiccati ai rami più bassi, dove subiscono una morte lenta e dolorosa detta del “ pianista” per il tentativo convulso di appoggiare le zampe a terra. Oppure sono gettati vivi nei pozzi, legati alle auto e trascinati, abbandonati nelle campagne con le zampe spezzate, con un tubo assicurato in bocca affinché non possano nutrirsi, lapidati, annegati, bruciati con la benzina, sepolti vivi, avvelenati, torturati con bastoni in bocca affinché non abbaino e non si lamentino attirando così l’attenzione.

Infatti è proprio per questo motivo per il quale alcuni cani si salvano. Poiché in molti si sono lamentati dei guaiti di dolore, i “galgueros hanno cominciato a portare i cani non desiderati nelle “perreras”, i canili, oppure nei rifugi dei volontari che si occupano del recupero di questi animali.

In moltissimi stanno arrivando in Italia. E sono riconoscibili non solo per il muso allungato, il fisico leggero,  il portamento elegante e per i manti dai colori tenui e delicati, ma anche per le cicatrici e i segni delle lotte e delle percosse che hanno dovuto sopportare.

Se è vero che gli animali hanno lo stesso diritto alla vita degli uomini, come ben sanno i vegetariani e i vegani, non sarà trempo perso dare un’occhiata ai siti che propongono l’adozione di un galgo, di un podenco o di un greyhound.

Ma attenzione! È difficile non rimanere conquistati da quello sguardo.

Roberto Calogiuri

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