Violenza giovanile e vergogna. La lezione di Telemaco (quando manca l’argine degli adulti)

battleQuando si parla di violenza di giovani o tra giovani, non posso fare a meno di pensare all’educazione spartana, ai massacri dell’Iliade o alla strage finale dell’Odissea. Ma anche a un film uscito nel 2000, (che già sembra una data apocalittica), dal titolo Battle Royale.

(Forse) qualcuno lo conoscerà perché è tra i motivi che recentemente hanno ispirato un gioco (forse) molto famoso che si chiama Fortnite, un gioco “virtuale”, sviluppato su almeno sette piattaforme digitali,  il che lo rende senza confini,  giocabile in tutto il mondo, almeno nel mondo industrializzato.

Il film e il gioco hanno in comune la regola che li origina: i partecipanti devono ammazzarsi a vicenda. Quello che rimane in vita è il vincitore. Inutile dire che tanto il film quanto il gioco hanno avuto un successo clamoroso.  Si tratta della solita lotta per la sopravvivenza:  mors tua, vita mea. Come, agli inizi della nostra letteratura, Ulisse e Telemaco con i pretendenti alla mano di Penelope e al trono del re suo marito.fortnite

Per la verità, il film ha avuto un enorme successo nonostante sia stato censurato in alcuni paesi mentre il gioco, al contrario, ha avuto un gradimento mondiale, allargato almeno quanto i confini dell’aggressività.

Il dato incoerente è che il film, al contrario del gioco, nacque per contrastare – o almeno mettere in evidenza  con grande anticipo –  un fatto mediatico e sociale che sembra inarrestabile: la violenza e l’aggressività giovanile. Il gioco, al contrario, sfrutta questa tendenza.

Viene da pensare che ci sia una forma di violenza approvata dal consorzio umano. O almeno dal mercato dei videogiochi che adotta la formula del duello all’ultimo sangue. Lo chiamano combattimento PvP, player versus player, giocatore contro giocatore. Sembra meno grave.

E viene da chiedersi se gli episodi di violenza siano stimolati dal gioco o se il gioco sfrutti la tendenza innata alla violenza. Ma c’è qualcosa che accomuna tutte queste manifestazioni, ed è sempre la stessa: la mancanza di un contenimento genitoriale e familiare che la scuola, da sola, non basta a fornire. Già William Golding nel “Signore delle mosche” aveva dato una lettura in chiave antropologica del fenomeno. È l’assenza dell’adulto che libera gli istinti aggressivi connaturati all’essere umano che, se non costantemente controllato, regredisce con una facilità e una rapidità impressionanti.

Ma ora, invece di gettarsi la colpa addosso vicendevolmente, il dubbio da risolvere è: da dove proviene tutta questa rabbia, questa aggressività che sta all’origine degli episodi di violenza che il bullismo spiega solo in parte?

Se scuola e famiglia sono impotenti ad arginare un’aggressività che, al di là delle incidenze statistiche, sorprende e sconcerta ogni volta che i media ne danno notizia, prima di giungere a qualche rimedio da film distopico, sarebbe il caso di trovare una soluzione reale.

È ovvio che il rimedio dovrebbe essere nell’educazione ai buoni costumi, e che ci troviamo in una situazione peggiore che nel “Signore delle mosche” (dove si attribuiva l’accaduto all’assenza degli adulti pur con la presenza del gruppo dei “buoni”) e simile a Battle Royale (dove sono proprio gli adulti che obbligano quaranta adolescenti a uccidersi a vicenda in spregio ad affetti e simpatie).

telem_ulissAndando a ritroso nella storia della nostra civiltà, non si può fare a meno di ricordare il mondo greco e le regole che organizzavano la vita in comune, anche quella politica.

Al proposito non posso dimenticare un episodio in cui, in una sala d’aspetto, un bambino stanco di aspettare, correva e strillava. La madre riuscì a quietarlo con una semplice frase: “Stai buono ché tutti ti guardano”.

La cosa mi colpì perché quella mamma era riuscita a trasmettere al suo bimbo un insegnamento semplice, diretto ed efficace: dobbiamo essere sensibili a quello che la società, il gruppo, gli altri pensano di noi. In altre parole si trattava di quello che alcuni studiosi hanno identificato nella Grecia antica come Civiltà della Vergogna.

In realtà gli adulti non lo guardavano, ognuno assorto nel proprio cellulare, distaccati e disinteressati, nell’indifferenza verso una circostanza invece così simbolica.

In effetti è quanto accade a Telemaco, il figlio di Ulisse, nell’Odissea: il giovane tenta di coinvolgere il gruppo di concittadini a difendere il trono di Itaca, a sostenerlo  in assenza del padre che non ha mai visto. Ad aiutarlo in una fase cruciale di una vita passata senza modelli di riferimento.

È lo stesso Telemaco che rimprovera i suoi concittadini e intima loro di vergognarsi dei vicini che abitano intorno per non aiutarlo nel momento della necessità. Ma nessuno raccoglie la sua richiesta.  Ognuno è assorto nel proprio egoistico e pavido interesse. Allora Telemaco deve arrangiarsi da solo, smaltire da solo la sua rabbia che sfocerà nella violenta e cruenta vendetta finale.

Quindi, se è vero che famiglia e scuola dichiarano la propria impotenza ad arginare il fenomeno della violenza, è anche vero che vi è un terzo attore – più evanescente, indeterminato perché formato da tutte le persone – che ha la responsabilità: è il gruppo.

Non il gruppo dei pari, o quello familiare, o il gruppo classe. Ma quel gruppo che detta la norma, la regola da seguire per sapersi comportare senza vergognarsi. Quel gruppo formato da ognuno di noi, che non è la società ma un aggregato trasversale che dovrebbe sorvegliare e intervenire, per strada, sull’autobus, al cinema o nei bar per provare a far rinascere quel senso di vergogna positiva, quel sentimento che metteva i Greci al riparo dal senso di inadeguatezza sociale, che impediva loro di regredire moralmente ma che, ai giorni nostri, sembra scomparso.

Sembra scomparso, inghiottito dal disinteresse per il mondo circostante (assorto nel proprio cellulare). Non possiamo pretendere di avere autorità se non la esercitiamo costantemente, con impegno metodico e ripetitivo. Che, poi, è il senso dell’educazione.

Roberto Calogiuri

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