Virus, famiglia e scuola. L’epidemia del cambiamento

Dagli stadi alle carceri, l’emergenza non risparmia niente e nessuno. Le limitazioni sono molto severe. I divieti dell’ultimo decreto annullano, assieme a ogni forma di vita sociale, anche la struttura più estesa, capillare e frequentata che esista sul territorio nazionale: la scuola.

In questi giorni, circa nove milioni di studenti e ottocentomila insegnanti – di ogni ordine e grado – hanno interrotto un’abitudine quotidiana radicata nel mondo che gravita attorno agli istituti dedicati all’istruzione, con le conseguenze che si conoscono.

L’emergenza virus ha fatto emergere due conseguenze dirette: una particolarmente destabilizzante  per la famiglia e l’altra problematica per i docenti. Ovvero: l’improvvisa interruzione della custodia e sorveglianza sui giovani in età scolare e la didattica a distanza.

Sulla sorveglianza dei figli sono tutti d’accordo. Dall’asilo nido alle medie superiori c’è un’emergenza nell’emergenza che riguarda milioni di famiglie e crea difficoltà a mamme, papà e parentado, una difficoltà che varia al variare della fascia d’età: come e chi debba occuparsi di una popolazione così vasta in assenza della scuola.

Dall’altra parte affiora un’altra urgenza: gli insegnanti sentono l’obbligo professionale e morale di raggiungere gli alunni per compensare l’interruzione delle lezioni, continuare il dialogo educativo e dare ascolto alle probabili ansie che una simile situazione può generare nei più giovani. Il che apre la discussione sulla qualità della didattica a distanza.

In questo panorama, le indubbie difficoltà dei genitori e le loro proteste hanno portato il governo e alcune aziende a elaborare una serie di dispositivi per alleggerire l’impatto dei provvedimenti restrittivi sull’organizzazione familiare. E tuttavia, questo problema ha indicato  con forza cosa si vuole dalla scuola, qual è il ruolo che ci si aspetta essa ricopra.

Quanto sta accadendo in questi giorni, dimostra come il sistema economico in cui viviamo ci ha obbligati a considerare la scuola come una risorsa strumentale insostituibile. Paradossalmente l’emergenza costringe la famiglia a sostituirsi alla scuola e, nello stesso tempo, dimostra che essa stenta a reggere lo sforzo.

In effetti, la famiglia moderna, in molti casi, non è presente come dovrebbe. Le esigenze professionali, i ritmi e gli orari di lavoro o le assenze da casa in cambio di un tenore di vita accettabile, il miraggio del benessere, l’ambizione o il workaholism, hanno prodotto un’assenza, un vuoto che la scuola è chiamata a riempire.

Le difficoltà in cui il coronavirus ha costretto le famiglie con la chiusura degli istituti, testimonia che la scuola, nata come istituzione culturale postunitaria, repubblicana e costituzionale, faticosamente ricostruita dal secondo dopoguerra, è diventata un servizio sociale.

Ora, però, c’è un rovesciamento della situazione: ora è la famiglia che deve riempire il vuoto lasciato dalla scuola, rimettendo in funzione quel sistema di semplice sorveglianza o di vicinanza affettiva, di vincoli parentali o amichevoli, di interesse reciproco e di impiego di tempo – uno tra i beni più preziosi – che è venuto a mancare con la trasformazione della società in epoca neoliberista. E questo ha creato la crisi che conosciamo.

Ma tutte le crisi pongono alcuni interrogativi e, nel caso specifico, se e come le famiglie riscopriranno la possibilità di stare assieme. Se accadrà, sarà soltanto grazie ad agenti esterni come una minore pressione dei datori di lavoro o alle agevolazioni messe in atto dallo stato. Di certo è che, se prima si lamentava l’assenza della famiglia nel processo educativo e la devoluzione alla scuola della formazione e dell’educazione del cittadino moderno, il virus che tanto male sta facendo, potrebbe rimettere in gioco, assieme alla difficoltà della famiglia, la discussione sul suo cambiamento storico.

Dall’altra parte c’è la trasformazione dell’attività dei docenti. In questo frangente anche la loro situazione – professionale ma anche emotiva – è ribaltata: passano dalla lezione frontale diretta e coinvolgente alla didattica a distanza mediata da un dispositivo elettronico, secondo le modalità più disparate. In un momento drammatico come quello presente, che la funzione docente avvenga attraverso la classe virtuale o whattsapp, ogni mezzo è buono per mantenere il contatto, ristabilire la quotidianità, anche se poi ci si interroga sulla qualità e sugli effetti di questo nuovo tipo di contatto. Un contatto che è tutto da verificare e mettere a punto, lasciato alla sperimentazione dei volenterosi digitali, dei tutorial ministeriali o delle aziende che vendono prodotti e servizi .

Si sa che la lezione frontale garantisce una relazione completa e insostituibile.  Antiquata per gli alfieri della digitalizzazione. Anche qui le polemiche non mancano: ci si chiede se l’e-learning sia un mezzo democratico, se tutti – e non solo gli studenti – abbiano la possibilità, la competenza o la disposizione per utilizzare intermediari elettronici nel ricevere consegne e lezioni.

Ci si chiede se dall’altra parte di un terminale ci sia attenzione, concentrazione, metodo, quella benefica tensione generata dalla presenza di un insegnante e tutto quanto si possa constatare di persona. Chi guadagni realmente dalla diffusione di tanti dispositivi elettronici e dalla possibilità che l’insegnamento diventi una forma di smart working. Certamente la didattica a distanza è un metodo antisettico. Che ricaduta possa avere, è un interrogativo che sarà risolto soltanto sulla lunga distanza. Purché l’eccezionalità non diventi norma scavalcando il diritto di critica.

È questo il vero pericolo.

Roberto Calogiuri

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