We can be heroes (just for wi-fi)

masterpieceDeve essere ormai chiaro ai miei pochi amici che una delle personalità del Novecento che ha maggiormente influenzato la mia disincantata Weltanschauung risponde al nome di Andy Warhol. Non che io trovi qualcosa di particolarmente affascinante nella sua figura: al contrario, ho sempre provato un senso di struggente e un po’ sofferta sim-patia, nient’affatto confortante, per un uomo probabilmente irrisolto, consumato dal tormento di essere più ammirato che benvoluto, in perenne conflitto con il suo aspetto fisico e costretto dal suo carattere a nascondere un’intelligenza prodigiosa dietro una comunicazione tentennante e sempre in cerca di conferme dagli altri. Recentemente ho visto su di lui un documentario in cui molte persone che l’avevano frequentato ripetevano insistentemente che molto di quello che faceva o organizzava alla Factory sembrava ai più assai divertente, ma stupido o senza senso. Sic transit gloria mundi.

Non so se mi sarebbe piaciuto essere testimone degli anni in cui si è manifestato il suo pensiero e quella prodigiosa forma di profezia sotto forma di immagini che passa sotto il nome di pop art. Probabilmente, attratta come sono da molte forme di arte e linguaggio anche lontane nel tempo, avrei finito per non capirlo, ci scommetterei. E invece oggi, come non mai, appare evidente che nella sua ricerca post-artistica Wahrol ha gettato le basi per un’antropologia visionaria, basata sulla folgorante intuizione che le tecnologie di tipo industriale avrebbero tolto, per sempre e irreversibilmente, qualsiasi forma di aura non solo a qualsiasi forma d’arte, ma a qualsiasi espressione individuale che si fosse comunicata attraverso un medium. Come a dire, la totalità di tutto quello che nella prassi umana si eleva a strategia di sopravvivenza.

Tanto per darvi un’idea della profondità di campo delle sue visioni, ci metto vicino la pur legittima querela sulla radio del filosofo Theodor W. Adorno: il quale, pensando al connubio fra radio e musica classica, si era limitato a dire che ascoltare un concerto alla radio non era il massimo, dato che la riproduzione in mono appiattiva i differenti apporti delle componenti strumentali di un’orchestra. Capite subito che Wahrol guardava da un’altra parte, e ben più lontano: se avesse avuto il tempo (o chissà, forse la cultura) per occuparsi delle riflessioni estetiche della scuola di Francoforte, avrebbe spiegato che il grande problema della musica classica alla radio non sarebbe stato quello di non essere apprezzata in tutta la sua componente strumentale, bensì di correre il rischio di diventare musica da sottofondo in un numero incalcolabile di contesti, non diversamente dalle melensaggini melodiche di James Last o dell’esotismo fittizio del Buddha Bar che ascoltate nelle sale d’attesa dei centri massaggi o dai dentisti. Chissà che colpo al cuore sarebbe venuto al povero Adorno se avesse visto certi filmati in YouTube in cui tristi slideshow di foto amatoriali hanno come sottofondo tranci di capolavori della musica romantica tedesca. Al contrario, mi piace immaginare che Warhol non si sarebbe preso neanche il disturbo di assistere di persona ad una così banale conferma delle sue intuizioni.

Ma forse più delle provocatorie serigrafie dedicate alle icone de Novecento, il segno più durevole del pensiero di W. si riconosce ancora nella celebre frase in cui si annunciava nel futuro un quarto d’ora di celebrità per chiunque. L’idea risultò così convincente che persino il MIUR, sei anni orsono, si avventurò ad inserirla, sotto forma di citazione, nel dossier per i temi d’italiano all’esame di maturità, inatteso ospite in dimore abitate tradizionalmente da celebrità immaginate come ben più resistenti – da Catullo a Carducci o Claudio Magris.

Accade spesso che siano le previsioni meno precise a raccogliere i maggiori consensi nell’opinione pubblica, compresi quelli dei grandi saggi che ogni anno elaborano le tracce dei temi per l’esame di maturità. La stessa cosa deve essere accaduta al grande genio di Pittsburgh: il quale, avendo fatto appena in tempo a plaudire a innovazioni tecnologiche come l’Amiga 1000 (quel genere di calcolatori che oggi guardiamo con la stessa tenerezza che dedicheremmo al ricordo di un dinosauro), non immaginava neanche che la frazione di celebrità che sarebbe toccata a ciascuno ai giorni nostri poteva ridursi a pochi secondi: quelli che ci servono per guardare sullo schermo del nostro smartphone le reti wi-fi disponibili per navigare a scrocco.

Che c’entra l’onomastica delle reti wireless con la ricerca di celebrità? Tantissimo, soprattutto se pensiamo che dare un nome alle cose è atto fondatore per eccellenza, più ancora della genesi fisica delle cose stesse. Se hai un nome, esisti. Se lo dai a qualcosa, pretendi per lo meno di possederla, o di immaginare che essa abbia qualcosa della tua personalità. E non è un caso che gli studiosi di miti e leggende abbiano individuato nell’eponimia una delle perfomance caratteristiche degli eroi: da Adamo (sarà stato lui? Ma io mi fido di Giovanni Pascoli che chiama il poeta “L’Adamo che dà il nome alle cose”) ad Alessandro Magno, passando per Ilo o Dardano e arrivando al più famoso Romolo, nato forse per dare il nome alla città da lui stesso fondata (Roma).

Voi direte che la pratica di dare un nome alla propria rete ha l’unico scopo di dare un’identità al proprietario di un dominio che di solito si presenta con una sequenza anonima di nome di gestore + una serie di otto numeri difficili da memorizzare (tipo Telecom-14739081). Lo deve pensare anche la signora (o signorina) Giovanna la quale, un giorno che passavo per piazza F. mi ha notificato, inconsapevolmente e sobriamente, che la sua connessione era disponibile a patto che conoscessi la sua password.

giovanna

Ma di questa pratica mi sono fatta un’idea diversa il giorno che, ferma ad un semaforo e in aperta violazione del Codice della Strada, ho controllato il mio smartphone per vedere chi mi avesse chiamato mentre stavo guidando. Prima di violare per la seconda volta il C.d.S. richiamando un numero sconosciuto, una schermata ammonitrice mi notificò che ero arrivata nei domini di uno da cui era bene guardarsi

ilsignore

E da quel momento mi sono chiesta se la pratica di dare un nome alla propria rete wi-fi non avesse a che fare con la richiesta di almeno un secondo da eroi da parte di un’umanità terrorizzata dal rischio della damnatio memoriae. Altroché il bengodi promesso da Andy Warhol: oggi in un quarto d’ora di profili Facebook riusciamo a guardarne almeno trenta, se siamo pigri. Figuriamoci a quanto arriva l’ammontare delle reti wi-fi.

Fatta questa scoperta, mi capitò di parlarne con un mio caro amico con cui avevo da poco riallacciato i contatti grazie soprattutto ai social network. Stiano attenti quelli che dicono che i social distruggono i rapporti umani riducendoli a trascrizioni di flatus vocis, quando non addirittura a sciocche iconcine come gli emoticon. Da quel momento S. è diventato il mio principale aiutante nella mia indagine mitopoietica, un vero e proprio eroe cercatore di tracce informatiche di questo bisogno di notorietà, spesso oscillante fra prosopopea e ironia, non senza qualche intoppo (forse) nell’autentica disperazione. Io mi fregavo le mani ogni qualvolta mi arrivava una foto dal cellulare di S., che non mi ha abbandonato neanche quando è arrivato, per fini che immagino ben lontani dalla ricerca di spiritualità, alle reti wi-fi di Santiago de Compostela. Durante quest’estate, S. mi ha rinfrancato spesso nella mia convinzione che la previsione di Andy non avesse a che fare solo con il futuro della tecnologia, ma soprattutto con l’apocalisse della nostra autostima.

Ne volete le prove? Ve ne lascio alcune. Dall’accoglienza immaginata a Cianeto Home ben lontana dalla misantropia del titolare di Alla larga, alle aspirazioni edonistiche di Epicuro, allo spirito libertario (ma non per questo latore di free wi-fi) di Wild Souls, all’ambigua immaginazione di Heroina69, intercettata mentre volevo scattare una foto ad una (quasi) deserta spiaggia croata, alle presunte istanze naturiste di Cerere o quelle antimilitaristiche di Alla pace, alla visioni di una vita domestica forse intollerabile come denunciato dal sottostante screenshot

colca*

per tacere del grido di protesta contro i disservizi di gestori chiaramente inadempienti rispetto alle promesse di marketing

colca*-2

Concludo con la sublime autoironia di un abbonato al servizio ADSL, che forse non avrebbe incontrato la disapprovazione di Umberto Eco, l’ottuagenario semiologo che pochi mesi fa denunciò, una volta per tutte, i rischi di un’incontrollata polluzione di opinioni nel letto nient’affatto procustiano del Web

condom

E che dire. La narrazione del viaggio senza fili di S. mi ha portato a una conclusione.

Andy, magari ce lo dessero ancora, ‘sto tuo famoso quarto d’ora.

We can be heroes

just for wi-fi.

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