Il virus che inebria di potere

Il virus

Il Covid-19, oltre a prendere i polmoni, può dare alla testa. Nelle Filippine, il presidente Rodrigo Duterte ha ordinato di sparare su chi violi la quarantena (ma per fortuna i soldati si sono rifiutati di eseguire l’ordine). E, poco prima, il governatore della Campania Vincenzo De Luca aveva invocato l’intervento dei carabinieri col lanciafiamme per chi avesse organizzato feste di laurea. Ma era un motto di spirito, direbbe Freud…

E poi c’è Trump che vuole curare l’epidemia con iniezioni di disinfettante, Bolsonaro che ha fatto finta di niente e compagnia.

Poi, oltre al pericolo per la propria vita – come se non bastasse il virus – c’è la violazione della privacy.

Le Big Tech (ovvero GAFAM) assetate di soldi

Lo sapevamo già, di essere controllati. In cambio di telepass, carte di credito, tessere fedeltà, cellulari, internet e social network, abbiamo barattato idee, gusti e desideri con i servizi delle Big Tech, le multinazionali occidentali dell’informatica, meglio note per essere invasori (della privacy), evasori (delle tasse) e devastatori (di posti di lavoro).

E ora, il morbo che infuria e l’emergenza sociale hanno aggiunto una gabbia di norme e pratiche di sorveglianza fisica e digitale che ci costringono a un interrogativo altrettanto urgente: se questo controllo sia reversibile e compatibile con i diritti della persona anche in situazioni eccezionali come quella presente, in cui – come recita la legge fin dai tempi dei romani – necessitas non habet legem sed ipsa sibi facit legem. Sentenza che innalza il principio di necessità a norma imprescindibile per fronteggiare un evento eccezionale, prevista anche nell’articolo 3 del Codice della Privacy.

Churchill

La metaforica emozionale della guerra contro il nemico mortale, subdolo e invisibile e le citazioni sulla combattività eroica di Winston Churchill completano un quadro in cui, se non si osservano i dettati del governo, si rischia di passare per nemico pubblico. E se non si seguono le vie della comunicazione telematica prescritte dai ministeri – per il lavoro, istruzione inclusa – si passa per ignoranti digitali e obsoleti retrogradi.

È questo il motivo per cui la pandemia scatenata dal Corona virus, oltre alla preoccupazione per la propria salute fisica, psicologica ed economica ha prodotto una serie di interrogativi sul futuro delle nostre esistenze. Quello che in questo periodo tutti si chiedono è: le cose, terminata l’emergenza, ritorneranno com’erano prima?

Difficile dirlo. Di certo vi è il fatto che l’emergenza ha prodotto una serie di misure e di pratiche di sorveglianza fisica e digitale che pongono un interrogativo altrettanto urgente. Vale a dire se la sorveglianza sia compatibile con i diritti della persona anche in situazioni eccezionali come quella presente.

Il drone minaccioso

E infatti il comune di Roma, a esempio, ha aperto sul proprio sito un canale (Sistema Unico di Segnalazione) in cui chiunque può denunciare le infrazioni alle norme in materia di assembramenti. Per lo stesso motivo vi sono i posti di blocco, o i droni in cerca di trasgressori, la proposta di attivare la geolocalizzazione per chi sia obbligato alla quarantena o per ricostruire la catena del contagio controllandone stato di salute, spostamenti e relazioni. Perciò l’Ente Nazionale Aviazione civile (ENAC) ha emanato una nota con cui permette l’utilizzo dei droni per “garantire il contenimento dell’emergenza epidemiologica coronavirus”. In pratica, per le attività di monitoraggio dei cittadini non sono necessarie concessioni per i droni fino ai 25 chilogrammi, nemmeno nelle “operazioni critiche”.

Sono tutte misure che generano in ognuno la preoccupazione, o l’ansia, di essere costantemente controllati.

Edward Snowden

Edward Snowden, l’ex informatico della CIA ora rifugiato in Russia, ha dimostrato che la sorveglianza di massa e l’intrusione nei dettagli più riservati delle persone è un’operazione consueta e imprescindibile per un sistema di governo autoritario che voglia garantirsi inattaccabilità e stabilità. Lo scandalo che ha travolto Cambridge Analytica e Facebook dimostra che il commercio e il dominio dei dati personali può condizionare e dirigere le campagne elettorali e le scelte politiche. Proprio per evitare la manipolazione del consenso, la legge stabilisce che non si possano raccogliere informazioni senza l’accordo dei proprietari.

A ciò si aggiungono il confinamento nelle proprie case, i divieti e restrizioni di movimento, le regole di distanza sociale, le denunce alle autorità, la tracciabilità dei cellulari e la sorveglianza digitale. Potranno anche essere richiesti dall’eccezionalità storica della situazione, ma l’interrogativo ritorna ancora più pressante: le cose torneranno come prima?

Una volta avviata la sorveglianza digitale, il governo farà marcia indietro quando l’emergenza sarà terminata? Rinuncerà al potere conferito dalla conoscenza e dal controllo delle persone che Edward Snowden ha denunciato nella sua inimmaginabile e onnipervasiva portata? La storia dice di no.

A esempio, il primo ministro ungherese Viktor Orban si è attribuito pieni poteri col pretesto di combattere l’epidemia in modo più efficace. Li deporrà alla fine dell’emergenza?  Orban non ha definito un termine temporale dello stato di urgenza, come invece accade in altre nazioni europee.

In Francia lo “stato d’urgenza” votato recentemente dal parlamento ha una durata limitata a due mesi. Nel Regno Unito i poteri eccezionali concessi al governo avranno una valenza massima di due anni e dovranno essere rinnovati dalla Camera dei comuni ogni sei mesi. In Italia una delibera del Consiglio dei ministri prevede lo stato di emergenza per sei mesi a decorrere dal 1 febbraio 2020.

Tuttavia, il rischio è che possa ripetersi quanto già accaduto in passato: ovvero che un governo che abbia acquisito tali prerogative tramite il principio di necessità e che abbia messo in atto uno stato di sorveglianza prolungato e pervasivo, sperimentandone gli effetti positivi per la propria autoconservazione, difficilmente vi rinunci anche dopo il ritorno alla normalità.

Angelo Voiello

“Il potere è conoscenza”, sostiene il cardinale Angelo Voiello, segretario di Stato della Santa Sede e personaggio del “ Giovane papa” di Sorrentino. E infatti – dice Michel Foucault nel suo saggio “Sorvegliare e punire” del 1975 – il meccanismo del controllo è semplice, sempre il medesimo e inesorabile: “Nel campo perfetto, tutto il potere viene esercitato col solo gioco di una sorveglianza precisa, e ogni sguardo sarà una tessera nel funzionamento globale del potere”. Intanto la ministra dell’Interno avvisa i prefetti di “monitorare” il “disagio sociale ed economico” per il rischio di “focolai di espressione estremistica” dovuti alla crisi sociale innescata dalla pandemia, accostandoli ai “rischi di condizionamento mafioso”.

Stiamo all’erta.

Roberto Calogiuri

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