Il virus della dematerializzazione e la vittoria dell’IA. DAD, lockdown browser e aperitivi in cloud meeting.

Nel coprire la distanza sociale, la comunicazione telematica rivela la sua doppia natura: è diventata indispensabile per conservare le relazioni umane ma, nello stesso tempo, si fa ambigua, complessa e piena di implicazioni. Accorciare la distanza e riempire l’assenza: ecco il nuovo business.

Il logo dell’app miliardaria

Il virus provoca povertà, disoccupazione e difficoltà economiche, ma non per tutti. La speculazione sulla distanza procura enormi guadagni per qualcuno, come per il CEO di Zoom: l’applicazione per videoconferenze ha superato i 300 milioni di utenti giornalieri lo scorso 21 aprile. Le azioni di Zooom sono salite del 12,5% ed Eric Youan, il suo CEO, si è messo in tasca 2,58 miliardi di dollari (*). Lo stesso accadrà per Microsoft Teams che in Italia ha registrato un aumento di utenti del 775%.

Anche Zuckerberg ha pensato – prontamente – di tuffarsi nel business inventando Messenger Rooms.

Non c’è che dire: tra lavoro agile, didattica a distanza e per tutte le relazioni che esigano un contatto tra persone, si vive nella contraddizione di voler costituire un rapporto dal vivo sapendo che non si può realizzare. Ma si deve realizzare ugualmente – pena l’isolamento o l’immobilità – a qualunque costo, sanando qualunque contraddizione.

Aperitivo in presenza

E infatti viviamo un periodo di grandi numeri e grandi contraddizioni, soprattutto nel voler ricongiungere quello che, per legge di necessità, è stato separato dalla distanza sociale. Quindi si ricorre a un surrogato del rapporto in presenza, come accade per la didattica a distanza o le sedute psicoterapeutiche (ma l’esempio vale anche per gli aperitivi fatti in cloud meeting, come le fatture…).

E nemmeno la didattica a distanza sfugge a questa contraddizione, perché da una parte si afferma la sua validità  e indispensabilità assoluta; dall’altra si forniscono ampie assicurazioni che sarà abbandonata una volta ritornati alla normalità. Nel frattempo si calcolano costi e benefici: questione complicata perché alla didattica e alla comunicazione, si sovrappongono pedagogia, tecnologia informatica e risparmio economico su personale della scuola e strutture edilizie, digitalizzazione, privacy, traffico di metadati, acquisto di software etc. etc.

Il risultato è che coloro che erano abituati a vivere o lavorare entro un rapporto fisico, si trovano a interagire attraverso dispositivi elettronici mediati da piattaforme tecnologicamente avanzate e legate a interessi economici globali.

 

Alla fine, vince la dematerializzazione che, com’è noto, riguarda la digitalizzazione informatica dei documenti fisici, ma ora è richiamata in causa quando nei registri elettronici si prevedono aule virtuali, ovvero simulate, non reali. E ci si trova di fronte a un monitor a parlare a un microfono invece che a una persona in carne e ossa: insomma si parla e si interagisce tra persone dematerializzate.

Infatti, a chi in questi giorni sta assaggiando la didattica a distanza – siano studenti, genitori o docenti – non può sfuggire che l’intervallo tra realtà virtuale e realtà materiale permette una serie di libertà e infrazioni al galateo (ormai divenute oggetto di umorismo nemmeno tanto sottile) che in un rapporto in presenza sono soltanto occasionali perché frenate dalla semplice presenza dell’altro.

Ma il problema che si aggancia alla dematerializzazione della relazione è di ben altra natura e riguarda la possibilità che questo ricorso alla relazione virtuale apra la porta a quanto si tenta di fare negli USA, si sta facendo in Italia con il pretesto della pandemia e investe anche la considerazione che la tecnologia informatica ha del corpo docente e della scuola tradizionale.

Già nel gennaio 2018, al Consumer Electronic Show di Las Vegas, una delle fiere dell’elettronica più importanti al mondo, fu presentato Clifford, l’intelligenza artificiale  capace di impartire lezioni servendosi di un visore e di sensori che registrano livello di attenzione, movimenti oculari, stato emotivo e dilatazioni della pupilla dello studente, in modo da calibrare e affinare contenuti, tempi e modi della somministrazione del materiale didattico, per lo più olografico. Poi riferisce ai genitori sul rendimento del figlio. La carta vincente di questo sistema è di personalizzare le lezioni per ogni singolo studente, in modo che nessuno resti indietro. Non ci sono voti, non ci sono esami, non ci sono unità orarie da rispettare, tutto si svolge come in un videogioco, secondo il criterio della gamificazione adottato in Italia da molti editori.

A Clifford, il tutor digitale, è affiancata Rachael, il coach educativo umano che ascolta i consigli di Clifford e interviene a completare il processo didattico dove non arriva la macchina: ascolta, aiuta, rassicura. Clifford è un software gratuito. Rachael è stipendiata dallo stato. Le scuole dovrebbero investire soltanto in visori e cuffie tridimensionali che Google, Lenovo e Magic Leap produrranno a buon mercato: forse meno di 200 dollari.

Maria Montessori

Niente di nuovo per la pedagogia italiana: l’apprendimento personalizzato è una tecnica di Maria Montessori. La novità è che negli USA lo chiamano software adattivo e gode dei finanziamenti miliardari di Bill Gates e Mark Zukerberg che, a detta della stampa americana, non dimostrano il loro proverbiale e inestimabile talento affaristico quando si “immischiano” nell’istruzione.

Come sta già accadendo per la didattica tradizionale, la didattica a distanza potrebbe diventare il terreno di confronto e scontro tra il profitto delle compagnie multimediali e la produttività scolastica.

Sebbene in questi giorni molti dirigenti scolastici e molti funzionari del Ministero dell’istruzione stiano assicurando che la didattica rimarrà una funzione umana e umanocentrica nonostante l’adozione delle piattaforme multimediali, i loro colleghi del Ministero dello sviluppo economico hanno elaborato, nel giugno scorso, un documento che prevede l’implementazione dell’intelligenza artificiale nell’educazione e nell’apprendimento. In altre parole, al MISE preparano l’adozione di tecniche di apprendimento perfezionate e articolate su didattica a distanza e intelligenza artificiale mentre al MIUR assicurano che questo non accadrà.

Sembra che il sostanziale fallimento della didattica a distanza negli USA, (forse) influenza il MIUR ma non spaventa il MISE che segue direttive didattiche ed economiche precise e delineate dall’Agenda digitale europea.

Per esempio, negli atenei italiani è già in funzione il lockdown browser e il sistema di proctoring (nel senso di sorvegliare e censurare) per sottoporre gli studenti ai test da remoto evitando che possano copiare o navigare dove non potrebbero. Il software per gli esami on line e le piattaforme per la didattica a distanza sono sempre più usate, negli istituti universitari e nelle scuole italiane, per la loro efficienza.

Con la loro adozione, non solo si elimina la possibilità di copiatura, ma l’uso dell’intelligenza artificiale elimina la necessità di esaminatori fisici, riducendo le possibilità di errore, procurando un grande risparmio di tempo e carta per le amministrazioni, eliminando i tempi di attesa dei risultati e creando enormi banche dati e rapporti personalizzati sui progressi degli studenti.

Anche qui siamo dentro il clima di contraddizioni e incertezza che stiamo respirando quotidianamente. Il che riporta al solito sospetto: in una società in cui non c’è più spazio per lo sviluppo economico, il massimo che si riesce a fare è proporre nuove soluzioni per vecchi problemi. Dare l’illusione di migliorare il sistema distogliendo l’attenzione dalle perdite. E tutto questo in nome del progresso.

Roberto Calogiuri

* Fonte: Il fatto quotidiano 25/4/20

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