Un premio Oscar per Giovanni Pascoli (perchè siamo tutti animali)

Può accadere che un premio oscar e un poeta abbiano qualcosa in comune.

Sicuramente entrambi hanno a che fare con la comunicazione di emozioni e stati d’animo.

Ma, nel caso specifico, la caratteristica condivisa riguarda anche l’attenzione alla Natura, ovvero alla totalità che tutto comprende, in un momento tragico come quello presente, in cui i cambiamenti climatici e i disastri ambientali che ne conseguono ci obbligano a riconsiderare il nostro rapporto con un pianeta che è sempre più maltrattato e vilipeso.

Può accadere, quindi, che Joaquin Phoenix e Giovanni Pascoli, pur in momenti diversi e in diverse occasioni, abbiano toccato gli stessi temi, abbiano tentato di mandare i medesimi messaggi anche se attraverso diverse forme di comunicazione.

Ma, a ben guardarci attorno, sembra che lo abbiano fatto con scarso successo. O, per lo meno, Phoenix ha provato a fare qualche estremo tentativo in occasione dei vari premi cpollezionati come migliore attore nel film Joker, tra cui l’Oscar.

È pur vero che la Natura è stata cantata da innumerevoli poeti, a cominciare dai greci e dai latini. Anche recentemente, a un tema di maturità, è stato dato come titolo una poesia di Giorgio Caproni, Versicoli quasi ecologici, che è un’invettiva contro l’uomo che distrugge la terra e i suoi abitanti in nome del profitto. E anche una celebrazione della natura, in cui non è da escludere che Caproni abbia risentito delle suggestioni di Pascoli.

Non è altrettanto probabile che Phoenix conosca Pascoli. Eppure le sue parole alla Notte degli Oscar hanno un sapore simile {qui il link}. Non fosse altro per una questione di fondo: l’attore – vegano, impegnato per i diritti degli animali e per l’uguaglianza degli esseri viventi, delle specie, delle razze e dei sessi – ha usato la medesima frase con cui la critica descrive la poesia di Giovanni Pascoli, vale a dire che la Notte degli Oscar gli ha regalato l’opportunità di usare la nostra voce per chi non ha voce.

Per Pascoli è quanto accade al fanciullino che è in ogni poeta, quando costui tenta di scoprire l’infanzia come risorsa autentica, capace di resistere alla crudeltà della vita sociale e di opporsi alla sua corsa verso la distruzione e la morte mediante una calda intimità con il mondo animale.

Questo è il messaggio profondo tanto del poeta quanto dell’attore. Il messaggio che da sempre tanti diffondono, ma pochi ascoltano e mettono in pratica. Se così non fosse, il nostro pianeta non sarebbe ridotto nelle condizioni che ben conosciamo.

Pascoli ha abituato il lettore a una serie di attenzioni alle quali accenna anche Phoenix. Con la sua meditazione sul mondo naturale, tanto degli animali che dei vegetali, ci ha abituati a immaginare una comunione e una comunicazione con la totalità degli esseri viventi che gli antichi avevano ben presente e che i moderni hanno perduto.

Immaginare un movimento analogico che metta in relazione il rapporto sessuale con il gelsomino, oppure un uomo assassinato con una rondine uccisa, le stelle cadenti con il pianto cosmico, il passero solitario con una monaca prigioniera, un aratro in mezzo a un campo con una donna abbandonata dal suo uomo, non solo dà voce a chi non l’ha, ma, come dice Phoenix, stiamo parlando di una lotta contro l’ingiustizia, contro le discriminazioni moderne di genere, di razza, di orientamenti sessuali. Di una lotta contro chiunque si senta autorizzato – in nome di un senso di superiorità – a usare o sfruttare una parte della comunità degli esseri viventi per il proprio guadagno o di non riconoscerne il diritto al benessere, alla salute, alla felicità.

In questa forte analogia che Pascoli ha immaginato con il mondo naturale, ma più che un’analogia sembra spesso un’identità, si è aperta una profonda e drammatica spaccatura che Phoenix individua e denuncia con un termine secco: Penso che stiamo diventando sempre più disconnessi dalla natura, “very disconnected from the natural world” dice. Esattamente il contrario di quanto Pascoli ha tentato di fare con la sua poesia e la sua poetica, e quanto aveva anch’egli raccomandato dicendo che il poeta non deve avere altro fine che riconfondersi con la natura.

E, continua l’attore, molti di noi hanno, colpevolmente, una visione egocentrica del mondo, e tutti crediamo di essere il centro dell’universo. Saccheggiamo la natura e le sue risorse. Ci sentiamo in diritto di inseminare artificialmente una mucca e rubarle il suo cucciolo, anche se il suo pianto angosciante è inequivocabile. Poi le prendiamo il latte, destinato al suo vitellino, e lo mettiamo nel nostro caffè e nei nostri cereali.

Sembra di sentire il Pascoli giovane socialista ribelle, quando – prima di rifiutare l’azione politica – aveva immaginato un’aspirazione alla pace e alla bontà, si era scagliato contro il potere che si arricchisce fingendo di agire per il bene comune, aveva immaginato quella solidarietà umana che più tardi avrebbe esteso a tutto l’ambiente naturale. Perchè, in fin dei conti, siamo tutti animali.

Tuttavia, Phoenix lascia spazio alla soluzione, contrariamente a Pascoli. Dice di credere in una seconda possibilità, che diamo il meglio di noi stessi nella solidarietà, che quando mettiamo da parte l’egoismo impariamo a crescere, ci insegniamo a vicenda e andiamo verso il riscatto.

Sempre che ci sia ancora spazio per il riscatto, in questa Terra ridotta a mal partito, in questo pianeta che ci sforziamo di salvare e che per Pascoli non poteva essere altro che un atomo opaco del Male.

Roberto Calogiuri

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