Uomini che si vestono da donna. Va bene, sì… ma a scuola?

Uomini che si vestono da donne. Va bene, sì… ma a scuola?

Se accade a Copenaghen – nel freddo, lontano nord disinibito e spregiudicato e meglio ancora nell’atmosfera frivola di un festival di musica leggera –  si può liquidare come fenomeno da baraccone. Di mercato, se va bene.

Ma se accade sotto casa e, peggio ancora, in una scuola, allora la faccenda si fa seria. Si sa che, avvicinandosi all’equatore, la reazione ai fatti di costume si surriscalda.

In questo caso il fatto è semplicissimo: qualche giorno fa, ad alcuni alunni di un liceo triestino è annunciato l’arrivo di un supplente. Al suono del campanello i ragazzi vedono entrare, contrariamente alle attese, una professoressa. O, per lo meno una persona che, stando agli abiti che indossa, contraddice la comunicazione della preside e si qualifica come donna.

Con scarsa attenzione alle implicazioni speculative e logiche del fatto in particolare e della semantica in generale, un quotidiano locale lo etichetta frettolosamente come un uomo che “usa abitualmente travestirsi da donna, anche in classe”. In italiano ancora non esiste la traduzione, ma il termine proprio sarebbe “crossdresser”.

Dopo aver svelato in cosa consiste il fenomeno con la dovuta sequenza di servizio-intervistacon foto-commmentosuldopo, sarà anche per questo che, nella rete, si scatena l’obbligata e rituale ressa di critiche, lodi, condanne, assoluzioni, testimonianze di apertura e di chiusura, dubbi sulla convenienza pedagogica di un simile evento, allusioni sessuali etc. etc. E poi le dichiarazioni di appoggio del dirigente e le attestazioni di stima dei parte dei colleghi.

E, soprattutto, interrogativi sull’opportunità o meno che una persona dall’identità sessuale non definita – o non definibile in maniera chiara e univoca – si presentasse a suscitare trambusto nel quieto e sereno trantran scolastico, a turbare la festosa transizione verso la vacanza estiva.

L’opinione pubblica e il pensiero comune tendono a ciò che è chiaro e univoco. Ossia sono per l’ordine classificatorio. La separazione dei sessi è ordine. Quindi un uomo che si veste da donna viola l’ordine delle categorie sessuali. La violazione dell’ordine provoca una crisi, a meno che non si ricostituisca un nuovo ordine. Cosa non semplice in tempi brevi. Non a pochi giorni dalla fine delle lezioni.

Quando l’austriaca Conchita Wurst (il giovane barbuto vestito da donna) vinse il primo premio al Festival di Copenaghen (qui il collegamento al nostro servizio) la percezione di un disordine non fu altrettanto esasperata e la reazione non altrettanto negativa.

Nei sondaggi, l’80 % degli austriaci si dichiarò “fiero” di Conchita e la ritenne “un elemento positivo per la reputazione del paese”. Un terzo degli austriaci disse che avrebbe appoggiato il proprio figlio se fosse una drag queen o un drag king. E soltanto il 16 per cento avrebbe tentato di impedirglielo.

In questo caso Conchita Wurst ebbe un difensore che nemmeno si sarebbe sognata: il cardinale di Vienna. Infatti Christoph Schoenborn scrisse sul quotidiano «Heute» – con riferimentoe esplicito all’evento – che «non tutti coloro che sono nati uomini, si sentono anche uomini, e la stessa cosa può valere anche per le donne. Meritano il nostro rispetto come tutti gli altri esseri umani».

Ma la morale cambia che si tratti di un cantante o di un professore di scuola? Sia pure la scuola un nodo nevralgico della società, anche la musica leggera lo è. E il sistema etico laico forse si discosta da quello cattolico quando si tratta di riconoscere la libertà di un essere umano alla propria determinazione individuale?

E il fatto che questo messaggio filtri proprio in una scuola, in un luogo dove i giovani dovrebbero essere abituati a esercitare spirito critico e autonomia di giudizio, non è forse un invito a chiedersi semplicemente cosa stia succedendo nella nostra società e a ragionarci sopra? Quali cambiamenti stiano accadendo, non nel gusto o nel costume, ma nel modo di percepire e articolare la propria identità sessuale in rapporto all’esterno?

Se a scuola si studia la geometria non euclidea, perché non si può anche immaginare che nell’essere umano la verità possa non essere garantita dall’evidenza? Che maschio e femmina siano due colori che possono combinarsi in quantità diverse in modo da dare origine a diverse quantità di sfumature?

In altre parole: non si dice che la scuola è distante dalla società? E se nella società si fa largo una trasformazione nella logica, sia pure quella dei sessi o dei generi, è tanto grave che se ne parli a scuola?

Roberto Calogiuri

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